3
nov

La mummia di Usermontu

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

 

Nell’Agosto del 1995 il Dr. Wilfred Griggs era a capo di un team di scienziati che stavano conducendo una serie di studi su sei mummie nel Museo Rosacruciano di San Josè (California). Durante la ricerca dei test radiografici la mummia di Usermontu (sacerdote egizio vissuto durante la 26° dinastia) rivelò nella gamba sinistra una protesi metallica nelle ossa all’altezza del ginocchio.

Il Dr. Griggs pensò in un primo momento che si trattasse di un innesto recente per riparare la mummia (innesto non più vecchio di cento anni), in quanto non aveva mai visto nulla del genere prima.

Nel novembre che seguì, Griggs tornò al museo per vedere in modo più approfondito la gamba della mummia e si convinse che l’operazione era molto più antica…quanto la mummia stessa, e che questo meritasse un’indagine molto più approfondita.

Nel Febbraio del 1996 Griggs tornò nuovamente ma con degli specialisti, convinto del fatto che ci si trovava di fronte alla più antica operazione al ginocchio della storia.

Mai in alcuna mummia egizia si era riscontrata una cosa simile, e la cosa ancora più sorprendente fu l’analisi della protesi.

Dalle analisi effettuate, sappiamo che la composizione metallica del perno a forma di cavatappi è costituita da ferro puro, e che è stato messo prima che Usermontu venisse mummificato, quindi quando era ancora in vita.

Con una perforazione, i ricercatori sono stati in grado di inserire una piccola sonda dal retro del ginocchio e guardare all’interno della gamba per dare un’occhiata al perno, e vi trovarono della “resina” simile alla colla probabilmente utilizzata come cemento per la vite.

Non solo i ricercatori rimasero stupiti per quanto fosse antica l’operazione ma anche per la tecnica usata, incredibilmente avanzata tanto da permettere la stabilizzazione della rotazione della gamba.

L’Ortopedico dr. Jackson rimase strabiliato nel vedere tutto ciò, infatti il ginocchio è una delle articolazioni più complesse del corpo umano. Deve sostenere il peso del corpo intero e deve sopportare impatti ripetuti sia camminando che correndo e lavorando deve sopportare anche carichi più pesanti.

In un certo senso, attraverso questa scoperta Usermontu ha raggiunto l’immortalità.

Come il Dottor Griggs disse: ” Quest’uomo ha una storia da raccontare ed è ora raccontata attraverso piccoli frammenti di tessuto. Dobbiamo solo continuare ad aggiungere pezzi del puzzle.”

“Devo dare gli antichi gran parte del merito per ciò che hanno fatto”, ha aggiunto il Dottor Griggs.

 

Tratto da: http://www.viewzone.com/usermontu.html

 

 
 

 

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30
ott

La storia celtica della Valle di Susa

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

Il “Maometto”, l’incisione preistorica di Borgone

Una indagine storica sulle popolazioni che abitavano la Valle prima dei Romani

di Danilo Tacchino

 

La comprensione della storia antica e protostorica ha molte lacune dovute ai pochi elementi di conoscenza in nostro possesso, sia a livello archeologico che documentale. Insieme a queste difficoltà, si aggiunge ancora il discorso non solo del tempo, ma dei luoghi, con le loro diversità e le varie civiltà che li hanno popolati.

Per la Valle di Susa e la limitrofa piana torinese, cominciamo a saperne qualcosa con l’avvento della romanizzazione. Vedremo infatti come i reperti archeologici di quell’epoca, ci offrono già sufficienti anche se non esaustivi spunti per comprendere la vita di quel tempo. Poco o nulla purtroppo abbiamo per i periodi precedenti, se non qualche episodio sporadico o qualche congettura legata ad altre esperienze spaziali che possono essere proiettate anche su questo territorio, per analogie e vicinanze territoriali.

Possiamo quindi senz’altro entrare in epoca protostorica nell’affrontare il nostro racconto, passando dall’età del bronzo, che probabilmente vide genti liguri e autoctone di inusitata provenienza, evolutesi dalla base antica dell’uomo preistorico di Cro-Magnon, a quella del ferro, dove avvengono le grandi invasioni di quelle razze celtiche, comandate da Belloveso (VI sec. a.C.) che, nel 390 a.C. per motivi demografici di vario genere, tra cui quelli più comuni come la mancanza di cibo o l’aumento eccessivo di popolazione in un territorio, giungono ai colli alpini del Monginevro o del Moncenisio, si stimano in circa 150.000 uomini, per scendere verso la pianura, e qui si fondono con le genti autoctone del luogo, quelle tribù pseudo-liguri o Camune, che dalla preistoria hanno preso forma, forse venendo anch’esse da altri luoghi, forse oltre la coltre d’acque del Mediterraneo, per essere a loro volta assuefatte agli usi e costumi del popolo celta e gallico.

Di questo periodo si sa ben poco, e quindi la fervida fantasia ha dato spunto a libere interpretazioni nel definire il possibile modo di vita delle tribù che abitavano i monti e il fondo della valle prima dell’arrivo dei Romani.

Nel percorrere la valle, gli appassionati di studi preistorici e di graffiti, non rimangono a bocca asciutta, in quanto qualche reperto si riscontra, come tutta una serie di massi e rocce coppellate, graffiti antropomorfi come quelli riscontrabili su un masso vicino al rifugio del Gravio presso Villarfocchiardo in bassa valle, o addirittura vere e proprie raffigurazioni, come l’edicola definita del Maometto, presso Borgone, che altri studiosi interpretano come un Giove dolicheno, ma sono tutti reperti di difficile databilità e di provenienza dubbia, inoltre non sono molti.

Sappiamo che il periodo in cui i Celti giunsero in Italia dall’attuale territorio francese proprio con la loro discesa attraverso i passi alpini tra cui quelli della valle come il Moncenisio, il Monginevro e altri colli minori, è datato dagli storici attorno al VI e IV secolo a.C.

Per giungere alla storia, intesa come acquisizione di documentazione scritta, ci si arriva con il cosiddetto primo episodio che fa entrare di diritto nella storia il territorio piemontese: la traversata delle Alpi da parte dell’esercito cartaginese di Annibale avvenuta nell’ottobre del 218 a.C. Inizia la seconda guerra punica, che per vent’anni interesserà e devasterà il territorio italico, ma passerà come una meteora nel territorio valsusino e torinese, in quei probabili trenta giorni, nove per passare le Alpi, probabilmente dal Monginevro o dal Col du Clapier (2482 mt.) a sud dell’attuale Moncenisio, passando lungo la Val d’Isère e la Valle dell’Arc, ed un’altra ventina per giungere al Trebbia, fiume dell’attuale piacentino, dove si svolse il primo scontro diretto con i Romani.

L’altare celtico di Susa

Tito Livio, storiografo ufficiale dell’Impero Romano, diede una versione che indicava il valico del Monginevro come possibile via utilizzata dal condottiero cartaginese. Altre versioni si aggiunsero in seguito, che peroravano il passaggio del grande Generale, come quella del Col Mayt che porta per via della Valle Argentera, verso Cesana, nell’area di congiunzione tra le valli Chisone e Susa. Altre interpretazioni e ipotesi di valichi omettiamo in questa sede perché non interessano la Valle di Susa.

Tutte queste tesi originarono una grande confusione sui possibili itinerari, che ancor oggi appassionano storici, ricercatori e archeologi. Ad ogni modo, la descrizione dettagliata di Livio, al di là della localizzazione del valico utilizzato, ci riferisce un viaggio che nessuno per quei tempi avrebbe potuto affrontare ed immaginare: “ Il nono giorno giunsero sul valico delle Alpi, attraverso paesaggi per lo più inaccessibili e con deviazioni causate (…) da inganno delle guide (…). Si pose il campo sul valico per due giorni e vi si diede riposo alle truppe stanche del cammino e dei combattimenti (…). Poi i soldati ridotti a dover aprirsi nella roccia una via, la sola che era possibile, poiché bisognava spaccare la pietra, vi eressero intorno ingenti cataste di legna, con alberi abbattuti e tagliati, e con favore del vento che si era levato alimentando le fiamme, vi appiccarono il fuoco, e infondendo aceto sulla pietra ardente, la resero friabile. Apersero poi col ferro le rupi incandescenti, e resero più agevole la discesa con brevi svolte per le quali si potessero far discendere non i soli muli ma anche gli elefanti. Quattro giorni si spesero intorno alla roccia, sicché i muli quasi morivan di fame (…). In tre giorni poi si discese al piano, che più miti si trovarono ormai tanto i luoghi quanto l’indole degli abitanti.” (Livio, XXI, 54)

Alla vigilia della romanizzazione avvenuta attorno alla seconda metà del II secolo a.C., sappiamo dagli storici che gli abitanti celto-liguri della valle erano divisi in tre gruppi (Belaci, Segovii e Segusini), nomenclati dai Romani in unica stirpe definita genericamente dei Taurini. Difatti da un passo della sua opera geografica (IV, 6, 6,) datata attorno all’ultimo ventennio del I sec. a.C., Strabone afferma come sul versante alpino rivolto verso l’Italia abitassero i Taurini, tribù ligure, e altri liguri, appartenenti alla cosiddetta terra di Donno o di Cozio. L’aggiunta voluta dall’autore di una specificazione che identifica “altri liguri”, ai citati Taurini, ci porta a interpretare come una genericità poco chiara nella determinazione dei ceppi delle varie tribù che abitavano in quel tempo i territori valsusino e torinese.

Taurini significherebbe secondo l’etimologia celto-ligure, popolo dei monti, e verrebbe collocato in tutto il territorio montano torinese sino alla piana taurinense.

Secondo il parere dello storico Dario Vota (I tempi di Cozio, La valle di Susa e il mondo romano dall’incontro alla prima romanizzazione, Morra, 1999), nella Valle Susa, soprattutto per la sua parte bassa, si delineerebbe per l’epoca pre-romana, il quadro di una società essenzialmente subalpina, aperta ai contatti transalpini in special modo al possibile controllo dei passi montani e probabilmente anche padani, sui quali una percorrenza per scopi commerciali doveva essere ben più frequente di quella per scopi militari. Ne deduciamo quindi che la struttura abitativa e culturale poteva essere discretamente uniforme, sia per la zona valliva che per quella della pianura torinese.

I modi e i metodi dell’insediamento Taurino dovevano assomigliarsi a quelli delle tribù di cultura celtica propriamente detta, attraverso un assetto territoriale di villaggi sparsi, con rare formazioni di agglomerati protourbani, come si può ipotizzare per una Torino pre-romana: Taurasia o Taurunum come si voglia definire, sulla base delle varie interpretazioni giunte sino a noi da storici e scrittori. Quindi l’area torinese e quella Valsusina non dovevano differire troppo nella struttura dello stanziamento, caratterizzato sicuramente in entrambe le zone, da nuclei abitativi sparsi di limitata consistenza numerica. Se vogliamo tentare di definire possibili differenze, possiamo ipotizzare che queste siano da ricercarsi nelle dinamiche stesse delle differenze geologiche, territoriali e naturali. Nell’area montana, si poteva trovare un ambiente più stabile ed autarchico, valido per tutti i due versanti, con base economica prevalente verso la pastorizia transumante, integrata dalla caccia e dallo sfruttamento boschivo. Quella padana doveva essere più articolata ed aperta a scambi commerciali, anche per via fluviale tramite il Po, con una limitata attività agricola dedita prevalentemente all’autoconsumo di cereali.

Uno dei massi coppellati del monte Musiné

Nel periodo pre-romano sembra che vi fossero in valle quattro oppida, cioè villaggi, che nella definizione geografica insediativa dimostrerebbero il forte legame con il controllo dei punti chiave dell’area valsusina: l’apertura sulla pianura (Ocelum), la conca di Susa (Segusio), la stretta di Exilles (Excingomagus), la base del valico (Goesao).

Su Ocelum, probabile sito di pianura, organizzato in un villaggio stabile, in funzione di controllo della pista verso e lungo la valle, ne parla Giulio Cesare nel De Bello Gallico: ”Ibi Ceutrones et Graioceli et Caturiges locis superioribus occupatis itinere exercitum prohibere conantur. Compluribus his proeliis pulsis ab Ocelo, quod est oppidum citerioris provinciae extremum, in fines Vocontiorum ulterioris provinciae die septimo pervenit; inde in Allobrogum fines, ab Allobrogibus in Segusiavos exercitum ducit. Hi sunt extra provinciam trans Rhodanum primi.“: “Dopo essere stati respinti in parecchie battaglie, il settimo giorno Cesare arriva nel territorio dei Vocontii nella Provenza Citeriore da “Ocelo”, che è il villaggio più lontano della Provenza Citeriore; quindi conduce l’esercito nel territorio degli Allobrogi, (e) dagli Allobrogi ai Segusini. Questi sono i primi (popoli) fuori dalla Provincia oltre il Rodano.” (Libro I Cap. X).

Difatti a livello archeologico non sussistono prove inconfutabili della sua ubicazione ma solamente ipotesi su interpretazioni di reperti rinvenuti in varie località inserite nel probabile territorio in cui questo villaggio poteva essere ubicato. Si ventilano da studi archelogici, quattro zone identificabili nel territorio tra Condove, Villardora e Almese, nei pressi della Sacra di San Michele.

Per essere più precisi, alcuni studiosi come Fabretti (1875), Prieur (1968), Fogliato (1990) propendono per la zona di Drubiaglio. Il Promis (1869), Mommsen (1877), e Barruol (1969) propendono per l’area della Chiusa di San Michele o “Chiuse Longobardorum”, anticamente denominata dai Romani: Ad Fines Cottii, cioè il confine tra il Regno di Cozio e la piana taurina. Il Cavargna (1986), e Grazzi – Cielo (1997) propendono per l’area di Torre del Colle – Villardora, mentre Ferrero (1888), Chiaudano (1939), Doro (1942), Wataghin (1981) e Patria (1993) la identificano nella zona di Caprie – Novaretto. Si è riscontrata una legenda che visualizza la parola “OCELUM” nel primo vaso scoperto a Vicarello, mentre nel secondo vaso si è riscontrata la scritta “OCELO”. Da scoperte di questo tenore, l’area viene collocata anticamente ad una ventina di miglia da Augusta Taurinorum.

Oltre a Cesare, come abbiamo visto, anche Strabone (V,1,11) accenna a questo luogo, come limite della terra di Cozio: “Da Ocelo inizia la Keltikè (Gallia Narbonense)”, affermando ancora che “da Excingomago (Exilles), inizia l’Italia.” In quest’area si ipotizza che vi fosse la sede della dogana più antica dell’epoca, dove si doveva pagare una tassa che finanziava direttamente l’erario imperiale, per accedere alle Gallie. La Quadragesima Galliarum corrispondeva alla quarantesima parte del valore delle merci in transito. Si può considerare la più importante dogana di terra dell’età romana, tenendo in considerazione come le Gallie per oltre un secolo furono il territorio di maggior ricchezza economica che spostò ad occidente il baricentro dei commerci di quel periodo. L’importanza di quest’area è confermata dal ritrovamento di un‘iscrizione di un ispettore di Ad Fines, promosso cassiere alla dogana di Lione, che prova come gli incarichi effettuati in valle, portassero a promozioni direttamente nella più importante dogana di tutte le Gallie. Un secolo più tardi sembra che, dagli itinerari romani, questa dogana venne spostata più in basso di alcuni chilometri, verso la sottostante pianura, probabilmente per portarla in un’area più funzionale che acquistò il nome di “Ad Fines”, per indicare il confine tra le Gallie e l’Italia dell’epoca.

L’oppida identificato nella conca di valle è senza dubbio Susa, sebbene i resti archeologici romani lascino ben poco spazio alla identificazione di resti di datazione precedente. Pur avendo un’abbondanza relativa di fonti storiche, non si hanno tuttavia citazioni sulla città di Susa, che siano anteriori alla costruzione dell’arco di Augusto, o alla prima decade dell’era volgare.

Le “ruote solari” di Villarfocchiardo

Questa riflessione per alcuni storici mette un valido dubbio sulla possibilità che il centro principale delle popolazioni indigene fosse localizzato sulla rocca di Exilles, perché situata in una posizione più interna e quindi sicuramente migliore per controllare il passaggio dei mercanti e per difendersi da possibili attacchi provenienti dalla piana taurinense. Susa quindi potrebbe essere stata meno importante di quel che si pensa prima dell’acquisizione del Regno di Cozio da parte dell’Impero romano.

Per quanto riguarda il passaggio alla media valle verso l’alta, identificato nella stretta di Exilles, vi sono state alcune controversie tra esperti prima di accettare come valida l’ipotesi che l’oppida di Excingomagus fosse nel territorio dell’attuale Exilles, e con molta probabilità nel luogo dove ora sorge il forte settecentesco di fattura sabauda. L’altra ipotesi avanzata da uno studioso locale, che da un’attestazione epigrafica segusina di età augustea legata alla famiglia degli Excingi ritiene di attestare Excingomagus nell’area della città di Susa, è ritenuta da molti un po’ fantasiosa, anche se Strabone collocava il villaggio sul versante italiano delle Alpi, a 28 miglia da Ocelum. Questo sito doveva essere oltre che un centro di difesa, un luogo di incontro o sede di mercatura, collegabile a una via di passaggio. Il toponimo attuale deriva dal medievale Sillis o Exillis, che mostrano la trasformazione del celtico latinizzato *ixélleus, *ixellus (“in ixellis”), a sua volta resa latina del celtico *ixsellos “basso”. La forma originaria voleva dunque significare “luogo di raduno o di pascolo nei campi in basso”. La prima parte del nome deriva dal celtico excingos “attaccante, eroe”, formato su una radice *cing- “marciare, avanzare”, per cui cingetos è “colui che avanza nelle schiere, guerriero”, Vercingetorix è “supremo (ver-) re (rix) dei guerrieri” ed excingos è “colui che eccelle o si distacca dalle schiere, eroe”. Per il toponimo “Excingomagus” conviene rifarsi al significato originario “il campo degli eroi” identificando o la memoria di una battaglia storica o più probabilmente il punto prefissato di raccolta dei guerrieri in occasioni periodiche o in caso di emergenza. Era tipico concordare un primo punto di raduno dei giovani dipendenti da una stessa unità territoriale per far confluire tutte le truppe di una certa area nell’esercito comune: la posizione di Exilles si presta ovviamente al confluire di guerrieri da tutta l’alta Valsusa sia per contrastare eventuali attacchi, come punto di concentrata resistenza in caso di arrivo di nemici dal basso, sia per concorrere alle armate del re di Susa. D’altra parte la zona era attribuita ad una distinta unità etnica, identificata dalla maggior parte degli studiosi con quella dei Segovii (“i vittoriosi”).

L’ultimo oppida per difendere e controllare la base del valico, è stato identificato nel territorio dell’attuale Cesana. Goesao doveva trovarsi ai piedi del colle del Monginevro.

Sempre secondo il Vota (op. cit.), Tutte queste tracce seppur limitate di popolamento pre-romano della valle, potrebbero segnalare il territorio verso la direttrice di collegamento con il Monginevro, come una delle zone in cui si concentrava, anche se in maniera piuttosto scarsa, l’insediamento della popolazione genericamente detta Taurina dalle fonti romane. Specificando meglio, sembrerebbe che nel periodo pre-romano Gesao (attuale Cesana), fosse il villaggio del territorio dei Segovii, Excingomagus (attuale Exilles), quello dei Belaci, e Segusio (attuale Susa), quello dei Segusini. Ocelum sarebbe stato ai limiti della pianura, già nella terra dei Taurini propriamente detti, sino a Taurasia e oltre, verso sud.

Comunque le popolazioni di questo territorio avevano una realtà sociale il cui isolamento, in un contesto in cui gli insediamenti erano sparsi e frammentati, le manteneva in ritardo nell’evoluzione urbana rispetto ad altre aree del Piemonte, in modo tale che quando nell’assetto giuridico romano della Transpadania, normato dalla lex Pompeia dell’89 a.C., i Taurini potrebbero essere stati discriminati nella concessione della latinitas e penalizzati proprio per questa frammentazione insediativa, magari tenuti in una condizione giuridica subalterna e associati alla colonia romana più vicina allora esistente.
Danilo Tacchino è scrittore e poeta ed è stato docente di sociologia all’Università Popolare di Torino. Ha pubblicato numerosi volumi sul fenomeno UFO e su storia e folclore piemontese e ligure. È stato responsabile regionale del Centro Ufologico Nazionale (CUN) dal 1989 al 2000

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30
ott

I miti di Euskal Herria

   Posted by: barbara   in Spiritualità

Un dolmen di Euskal Herria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Popolo basco, una cultura incontaminata

di Laura W. Valenzuela

Se esiste una caratteristica esclusiva della specie umana, che la differenzia dal resto degli esseri viventi che abitano il pianeta, questa è, senza dubbio alcuno, la fragilità con cui tutte le convinzioni e l’etica crollano di fronte alla tentazione di possedere il potere per dominare gli altri, con l’unico obiettivo di soddisfare il proprio ego.

Lungo il corso della storia, la maggior parte dei popoli sono stati conquistati; questi hanno visto i pilastri su cui si sosteneva la loro cultura e le loro tradizioni svanire per mescolarsi con le nuove norme imposte. Tuttavia, grazie soprattutto alla sua complicata situazione geografica, il popolo basco, situato nel nord della penisola Iberica, la quale è stata romanizzata, conquistata dagli Arabi, cristianizzata…. non è mai caduto sotto il dominio di nessuno e le sue tradizioni, miti e leggende sono giunti ai nostri tempi senza le “contaminazioni” delle altre credenze o culture. Il miglior esempio “vivo” è la loro lingua “euskera”, che non ha nessuna radice in comune con nessun altro idioma conosciuto sulla Terra.

Forse questo elemento protettivo dei suoi impervi paesaggi, è stato anche ciò che ha fornito a questa terra una relazione magica con i suoi abitanti; infatti la tradizione folkloristica e mitologica basca nasce dai picchi delle sue montagne.

Sebbene esistano alcuni parallelismi o elementi comuni con le leggende eroiche delle altre culture (il ciclope basco Tartalo apparentemente invincibile che, come Polifemo, muore sconfitto dall’intelligenza di un rivale più debole, o le Lamie e le Sirene che sono personaggi comuni nell’immaginario fantastico di molti popoli) quello che definisce chiaramente la mitologia basca è la divinizzazione dei propri elementi naturali. La Terra è il centro e la base della cosmologia basca, tutto nasce da AMA LURRA (Madre Terra).

 

Lauburu nella chiave della fronte di una casa di Zubieta (Navarra). Foto Mariano Estronés Lasa

EGUZKI, il sole e la vita

“Santo sole, dacci la luce della vita e della morte” così recita una delle preghiere che recitavano gli antichi baschi e che rifletteva il potere duale che si conferiva all’astro. Il sole era considerato come un occhio della divinità, il creatore della vita sulla terra, responsabile dei raccolti e della meteorologia, ma era anche colui che allontanava le ombre e tutti i loro pericoli: fantasmi, folletti, spiriti ecc…

Esistono prove di questa più che probabile adorazione del popolo basco per il sole: tutti i resti umani rinvenuti nei Dolmen di Euskal Herria, la regione basca il cui nome significa letteralmente “il popolo che parla la lingua basca”, erano sempre collocati con la testa orientata ad est, per favorire il loro viaggio nell’aldilà.

Uno dei simboli della tradizione basca è il lauburu (in basco “quattro teste”), che per alcuni rappresenta direttamente il sole in movimento. Secondo la leggenda, Otso utilizzava questo lauburu come medaglione, caricato con la forza della dea Mari, contro i poteri oscuri. È normale trovare un lauburu collocato sulle porte dei casali baschi poiché, come rappresentazione di Eguzki, protegge coloro che vi abitano dall’influsso del male.

ILARGI, la dama della notte

Se il sole era importante per i baschi, la luna lo era anche di più. La luna possedeva il potere sul giorno e la notte, sulle maree e anche sullo stato d’animo degli esseri umani.

La luna per i baschi è il volto della divinità. La luna è considerata anche colei che illumina i morti, per questo è più facile veder apparire le loro anime sotto la sua luce.

Oggigiorno si mantengono molti dei cicli modellati sulle fasi lunari, specialmente quelli relative alle coltivazioni. Per esempio, si crede che tutto quello che si taglia in quarto crescente, crescerà più rapidamente rispetto a quanto tagliato in quarto calante, ma la legna tagliata in quest’ultimo periodo marcirà più lentamente…

 

ORTZI, EURIA ed ELURRA, la forza della natura

I fenomeni meteorologici sono anch’essi protagonisti nella mitologia basca, sia come oracoli, annunciatori di fortuna o canali di comunicazione.

Euria è la pioggia, fonte di ricchezza e di vita, ed è considerata un dono proveniente dal dio supremo Urtzi. Elurra è la neve, segno di prosperità. Entrambi sono elementi utilizzati nella predizione, infatti la loro manifestazione era interpretata come un presagio o un segnale.

“Marriage of Goddess Mari in mount Amboto” Nori Ushijima, 2012. Studio dell’autore (Barcellona)

 

 

La figura di Ortzi, signore del tuono e della tempesta, era senza dubbio la più temuta dagli antichi baschi. Rappresenta l’ira e il castigo di Urtzi che si trasforma per l’occasione. Ancora oggi, in molte case, quando tuona, si accendono candele o si getta sale nel fuoco per proteggersi dall’ira di Ortzi.

 

MARI, la dea delle vette

Mari è la divinità principale della mitologia basca: una dea che vive in tutte le montagne, che può volare da una cima all’altra, portandosi dietro il buono o il cattivo tempo. È la personificazione di Madre Terra, la regina della natura e dei suoi elementi. Come dea ha la capacità di imporre giustizia, castigando severamente gli uomini che agiscono con malvagità. Il suo nome, sebbene senza certezze assolute, pare derivi da Maire o Maide, il nome che prendono i genios (spiriti) dei monti, costruttori dei dolmen.

 

DUENDES, GENIOS, GIGANTES e altri esseri

La mitologia basca è piena di leggende che vedono come protagonisti gli essere magici che abitano nelle montagne, nei boschi, nei fiumi… Alcuni di questi sono anche elementi comuni di altre tradizioni, come accade nel caso del ciclope Tartalo, la Sirena (conosciuta come itaxaslamia o arrainandere) e le Lamie che, anche se con caratteristiche peculiari, potrebbero essere stati “adottati” durante il contatto con altri popoli. Comunque, i baschi hanno i loro specifici esseri magici, unici ed esclusivi:

Basajaun. Illustrazione di  Jesús Gabán

Los Gentiles, sono i giganti più conosciuti. Abitano nelle montagne e, nonostante siano dotati di dimensioni e forza incredibili, appartengono ai “buoni”, grazie alla loro indole pacifica. Raramente scendono dai monti, e passano il loro tempo divertendosi a lanciarsi pietre da una montagna all’altra.

Prakagorri, è il nome più comune per denominare i folletti, anche se non è l’unico. Il nome con cui sono conosciuti è differente in ogni regione, però tutti fanno riferimento al colore rosso sia per il colore della pelle, che per quello dei vestiti. Sono esseri con capacità meravigliose, dotati di una rapidità e di una forza sovraumane, nonostante le loro dimensioni insignificanti. In genere sono amichevoli e la loro presenza porta qualche beneficio per chi gli sta vicino.

Basajaun, insieme alle loro compagne femminili Basanderes sono considerati i signori dei boschi. Sono creature giganti di forma umana ma coperti da capelli lunghi fino a terra. Al posto delle unghie, i basajaunes posseggono grandi artigli e un piede che somiglia a uno zoccolo di mucca. Anche se non sono considerati esseri necessariamente pericolosi o nocivi, rappresentano tuttavia l’attrazione e il rispetto dell’essere umano per il primitivo, e la paura del selvaggio e dell’incontrollabile. Secondo le leggende, il basajaun aiuta anche i pastori, proteggendo il bestiame mentre questi dormono, ma in cambio di un tributo speciale: un pezzo di pane.

Akerbeltz, il caprone nero. Si tratta di una creatura sotterranea che protegge dalle malattie e dagli spiriti maligni. Nel XVI e XVII secolo, si diffuse il culto di Akerbeltz come figura diabolica, ma si trattò soltanto di un capitolo passeggero e puntuale, che nacque come movimento di ribellione alla situazione sociale e contro il cristianesimo imperante all’epoca.

Etsai, che significa diavolo o nemico, è un genio della scienza, che si dedica all’insegnamento in una grotta e che prende uno dei suoi studenti come pagamento per i loro studi.

DRAGHI e SERPENTI, l’oscurità e i suoi diavoli

Incontrare entità con forma di drago o di serpente, presenti nella tradizione popolare, non è niente di nuovo; la stragrande maggioranza delle culture hanno incluso questi esseri nelle loro leggende come ospiti d’onore. Il mito di Herensuge, rappresentato come un drago o un grande serpente a sette teste, dedito a divorare uomini e rapire fanciulle è, forse, il più antico e radicato tra i baschi. L’Herensuge è uno spirito distruttivo che vola distruggendo tutto al suo passaggio e producendo un suono terrificante. A volte viene confuso con Sugaar, il temibile serpente maschio del folklore basco che abita nelle profondità delle grotte e che alcuni considerano lo sposo di Mari. A partire dal Medioevo si cominciò a cristianizzare queste figure e a relazionarle direttamente con il diavolo. In questo modo, mitologia basca e religione cristiana si fondono, dando luogo a leggende come quella di Don Teodosio De Goñi, nell’VIII secolo, molto simile a quella di San Giorgio e il Drago, in cui si racconta come l’Herensuge venga sconfitto dall’arcangelo Michele e dalla sua spada di fuoco.

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La storia della Roma Imperiale svelata dalla «suburbia» Ostia Antica. È ancora una volta il sito archeologico alle porte della Capitale a raccontare i segreti del passato nascosti nella terra. L’ultima straordinaria scoperta l’ha compiuta un team di giovani ricercatori, venti studenti provenienti da 14 università americane e canadesi, sotto la direzione di Paola Germoni, responsabile della Soprintendenza Speciale archeologica di Roma-Ostia, e del direttore dell’American Institute for Roman Culture, Darius Arya.

In un’area di 12 mila metri quadrati sotto il Parco dei Ravennati a Ostia Antica, a due passi dal Castello di Giulio II, sono emerse una «domus» del IV secolo d.C. e un mausoleo di duemila anni fa.

(Ansa)(Ansa)

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Particolare «raffinato e prestigioso» della casa romana è, secondo gli esperti, il pavimento in marmo policromo in opus sectile, dai colori unici come le forme geometriche. Tesori incredibili sommersi fino a pochi mesi fa da una discarica di lattine e sacchetti di immondizia.

Nel mausoleo circolare invece, sono stati rinvenuti diversi sepolcri che, spiega Michele Raddi, direttore scientifico dello scavo, accoglievano le salme di alcuni bambini. Armata di spazzolini e pazienza, l’équipe internazionale ha effettuato lo scavo tra settembre e dicembre 2012. «Per un archeologo Ostia Antica è uno dei posti migliori – sottolinea il professor Arya – È un grande piacere avere la possibilità di contribuire alla storia di questo luogo».

(Ap)(Ap)

(repubblica.it)(repubblica.it)

(Ap)Uno straordinario pavimento in opus sectile (Ap)

(repubblica.it)(repubblica.it)

Ritrovamenti eccezionali secondo Paola Germoni: «La struttura archeologica più importante è il sepolcro, – spiega – che conteneva i piccoli ornamenti in osso lavorato, che abbiamo rinvenuto nei livelli sconvolti delle deposizioni e che probabilmente si riferiscono a guarnizioni di lettighe funerarie. Con il lavoro degli studenti, siamo riusciti a recuperare quello che è rimasto dopo che altri hanno già scavato nel corso del tempo».

Non smette di regalare gioielli unici la terra di Ostia Antica, un sito studiato da archeologi di fama internazionale e considerato da sempre uno dei più importanti al mondo, perché in grado di raccontare l’antica Roma nel momento di massima espansione dell’Impero. Solo le scoperte degli ultimi anni vanno dalla necropoli romana del I secolo, che venne alla luce sempre nel Parco dei Ravennati nell’aprile 2010, alle recenti Terme del Sileno, una specie di antica «spa» romana dedicata al benessere.

Corriere della Sera

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tratto da: http://www.liutprand.it/

Gli esseri umani amano sentire parlare di storia antica, ma non sono sempre così pronti a preservarla. Ecco alcune dei modi peggiori, più sconsiderati, o semplicemente più stupidi in cui gli esseri umani hanno distrutto il proprio patrimonio.

Lo scopritore e distruttore di Troia, Heinrich Schliemann

 

 

Schliemann trovò Troia nel 1871, ma c’erano i resti di nove città impilati l’uno sopra l’altro, così l’archeologo inventivo trovò un nuovo modo per scavare la leggendaria città: con la dinamite, che era stata inventata solo quattro anni prima da Alfred Nobel.
(Università del Texas)

Buddha di Bamiyan (o Bamiwam), due statue di Buddha in piedi scolpite in una parete rocciosa in Afghanistan centrale, negli anni507 e 554. Distrutte nel marzo 2001 dai talebani.

(Majld Saeedi/Getty Images)

(Phecda, AP/Murad Sezer)

Tell Umm al-Aqarib, Iraq, poco dopo l’inizio della guerra in Iraq nel 2003

Dopo un ampio saccheggio incontrollato, che ha avuto inizio durante la metà degli anni 1990, il Consiglio di Stato per le Antichità dell’Iraq ha autorizzato lo scavo per preservare ciò che è rimasto sul sito. Il saccheggio è continuato dal 2003. Le bande presenti nel sito sono spesso armate.
Nel maggio 2003, il professor MacGuire Gibson ha visitato questa regione con il Col. John Kessel, l’Ambasciatore italiano Piero Cordone e un contingente militare, su un elicottero Sea Stallion Marine. Dopo aver visitato il sito appena saccheggiato Umma, il professor Gibson ha riferito: “Siamo andati a sud oltre Umm al Aqarib, un sito vicino anche scavato dal Dipartimento. Qui, gli uomini stavano lavorando, ma non così tanti come a Umma. Il danno appariva fresco, fatto solo dopo l’inizio della guerra, quando i saccheggiatori sono venuti fuori e hanno scacciato le guardie dai siti”.
(Cultural Property Training Resources dell’Iraq)

Atti di vandalismo da parte dei soldati americani in Iraq durante la guerra in Iraq (2003 -)

Le rovine di Babilonia, ai piedi del palazzo estivo di Saddam Hussein, 2003 Secondo Simon Jenkins, che scriveva sul Guardian, giugno 2007: “Hussaini ha confermato un rapporto di due anni fa da John Curtis, del British Museum, sulla conversione americana di grande città di Nabucodonosor di Babilonia nei giardini pensili della Halliburton Questo significava un campo di 150 ettari per 2000 soldati. In tale attività, la pavimentazione in mattoni, di 2500 anni fa, della Porta di Ishtar è stata distrutta dai carri armati e la stessa Porta è stata danneggiata. Il sottosuolo ricco di reperti archeologici è stato massacrato per riempire sacchi di sabbia, e realizzare grandi aree coperte in ghiaia compattata per eliporti e parcheggi. Babilonia è dicentata archeologicamente sterile.
Nel frattempo il cortile del caravanserraglio di Khan al-Raba, del X secolo, è stato utilizzato dagli americani per far esplodere le armi degli insorti catturati. Uno scoppio ha demolito gli antichi tetti e abbattuto molte delle pareti. Il posto è ora una rovina”.
(Marina USA)

Dieci antiche tombe delle Sei Dinastie (220-589) sono state distrutte dalle macchine di scavo e bulldozer per realizzare un negozio IKEA a Nanjing, Cina, 2007

Secondo Reuters:
Gli archeologi della città hanno detto alla stampa che le tombe potrebbero essere state quelle di una famiglia benestante del periodo, poiché la lavorazione era di alta qualità. Le tombe erano costruite di mattoni verdi ricamati e ornati con motivi di loto. Gli archeologi del Museo di Nanchino hanno chiesto di fermare la costruzione per potere svolgere ricerche nel sito e raccogliere gli artefatti, dice il rapporto, ma non era chiaro se il lavoro era stato interrotto. Secondo la legge cinese, le persone o le unità di lavoro trovate a distruggere “tombe” possono essere multate 50.000 a 500.000 yuan (circa $ 6600 – $ 65.700), ma le leggi sono poco applicate, scrive il giornale. I costruttori a volte preferiscono pagare la multa di ritardare piuttosto che cancellare i progetti di costruzione, ha aggiunto.
(Foto di Guang Niu / Getty Images)

Distruzione in siti archeologici del Rally Dakar 2009, quando si è svolto in Cile e Argentina, invece dei soliti luoghi tra Parigi e Dakar.

Spiega l’Art Newspaper:
Secondo il rapporto del Consiglio Nazionale dei Monumenti, quattro dei siti danneggiati sono nella regione di Atacama e due sono nella regione di Coquimbo, circa 500 chilometri a nord di Santiago. La relazione si è incentrata in particolare su Pelican Creek, vicino alla città di La Higuera in Coquimbo, dove un team di archeologi aveva scoperto un accampamento di cacciatori-raccoglitori pre-colombiani, di cui la metà era stata distrutta dalla gara. I veicoli hanno distrutto oggetti di pietra come coltelli, punte di freccia, punte di lancia e raschiatoi e frammenti di ceramica e conchiglie, ossa umane e strutture rupestri risalenti tra 9000 a.C. e 1500 d.C.
Al momento in cui la manifestazione si è tenuta nel mese di gennaio, Sergio Cortes, un ranger locale e tour operator, ha detto alle autorità che nella regione di Tarapacá a sud di Iquique, nell’Alto Yape, geoglifi e le dune notevoli che conservano i segni modellati dal vento 18.000 anni fa, erano già stati gravemente danneggiati da veicoli turistici 4WD e dagli appassionati di guida off-road. I geoglifi preistorici del deserto di Atacama di 5000 o più anni fa, sono immagini enormi raffiguranti esseri umani, animali e motivi geometrici realizzati con pietre e ciottoli sul deserto piano, che sembrano fatti misteriosamente solo per essere correttamente leggibili se visti dall’alto.
(Lonnie Haymes-Schwartz)

Distruzione dell’antico sito di El Hibeh, 180 miglia a sud del Cairo, in Egitto, tra il 2009 e il 2012

Gli scavi di archeologi dell’Università di Berkeley sono stati chiusi nel 2009; essi sono tornati tre anni più tardi, ma hanno trovato “centinaia di pozzi di saccheggiatori”, tombe a vista, muri distrutti, e resti umani, tra cui anche i resti di mummie smembrati e sparsi per il sito come spazzatura”, secondo Popular Archaeology.





(Save El Hibeh / Facebook e Google Earth 2009/2012)

Alcuni tesori archeologici della Siria, danneggiati o distrutti durante la guerra civile, (2011 -) La moschea dell’XI secolo, gran parte della città vecchia di Aleppo e il saccheggio delle antiche città di Ebla e Apamea, tra gli altri.





Apamea, saccheggiata

I saccheggi in risoluzione più grande (LiveScience)

Una delle più grandi piramidi Maya del Belize, di 30 metri di altezza, del III secolo a.C., presso il complesso Nohmul, distrutta da una società di costruzioni mentre scavava per pietrisco per una strada che stavano costruendo, maggio 2013


(Foto Jaime Awe / AP)

Una piramide di 4000 anni, distrutta nel sito archeologico di El Paraíso, uno dei più grandi insediamenti di epoca tarda pre-ceramica vicino a Lima, in Perù, giugno 2013

Una delle piramidi (di 6 m di altezza), sul sito è stata distrutta, ma la polizia ha impedito la distruzione di almeno altre tre.
(Marcogg)

Alcune zone di Antinoupolis sono state spianate dai residenti locali, coi bulldozer, e recuperate per uso agricolo, estate del 2013

Secondo Egypt Independent:
Inoltre, [Monica Hanna, una ricercatrice dell'Università di Humboldt di Berlino] ha detto che il Ministero delle Antichità non è stato in grado di affrontare la distruzione di Antinoupolis, che comprendeva reperti archeologici risalenti al periodo pre-dinastico, ai regni Medio e Moderno, e al periodo tolemaico. Il sito è diventato famoso in epoca romana, dopo che l’imperatore Adriano vi fondò una città enorme in stile romano col nome Antonio Polis, riempiendola di teatri, templi, scuole e altri edifici storici. Molti degli edifici erano ancora in piedi durante l’invasione francese dell’Egitto nel tardo XVIII secolo, e gli studiosi successivamente hanno scritto su di essa nel libro “Description de l’Egypte”.
La città fiorì dopo l’età di Adriano, fino a quando la regione Antinoe divenne una delle più grandi regioni d’Egitto e comprendeva la maggior parte dell’Alto Egitto, a partire dal Sud del Fayoum fino a Sohag, con Antinoupolis come sua capitale, che ora è chiamata Sheikh Abada.
L’importanza della regione è continuata durante l’epoca bizantina. Con la diffusione del Cristianesimo, la città divenne sede di una grande diocesi. E’ anche rimasta importante durante le ere islamiche, quando il suo nome è diventato Ansena.

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30
ott

Considerazioni sull’ Essere Umano

   Posted by: barbara   in Notizie varie

tratto da: http://www.kuthumadierks.com

di Alfredo Di Prinzio

Tutta l’umanità, con l’eccezione di pochi individui, è immersa in una sorta di letargo profondo; sogna di essere sveglia, ma in realtà dorme…

Così, l’uomo nasce senza sapere nulla di questo mondo dove abita.

Con il primo respiro, impara le prime esperienze di vita dai genitori, i quali, a loro volta, hanno imparato dai propri padri.

Bene, questo sapere, pur se pieno d’amore, è relativo e virtuale: non è reale!…

In seguito, il bambino viene mandato in tenera età, alla scuola materna; crescendo frequenta la scuola elementare e così via, fino a giungere al conseguimento della maturità.

Ma anche nelle scuole i programmi di studio sono relativi, poiché molto spesso vengono cambiati dalle commissioni ministeriali per l’educazione.

Nel contempo, fin dai primi passi, la testolina viene riempita di argomenti religiosi, che sono gli stessi appresi dai genitori e che risultano però relativi; sono conditi di fanatismo e trasudano paure perché derivano da un “peccato originale” che non è reale, infatti non esiste e che è rafforzato da certe frasi  che, oltretutto, feriscono le tenere membrane dell’ udito: “non toccare, non fare, non dire…” ecc.

E, come se tutto questo fosse poco, si racconta di un Dio che punisce i “cattivi” e li fa precipitare in un luogo chiamato Inferno, dove brutti diavolacci con corna e coda, armati di forconi immersi in un mare di fuoco, torturano i malcapitati per l’eternità e senza appello!

Invece, i cosiddetti “buoni”, vanno, accompagnati da esseri alati, che chiamiamo angeli, in un luogo denominato Cielo o Paradiso, nel quale troveranno l’eterna beatitudine e dove, tutti in coro, canteranno per sempre al suono delle arpe: “Alleluja, alleluja!”

Mi sembra chiaro, che questi poveri bambini crescano un po’ traumatizzati e pieni di paure, perché imparano cose non vere; infatti, saranno necessari anni e anni di duro lavoro interiore per comprendere  di essere stati ingannati con il racconto di tante balle!

E non basta! Al momento di decidere, dopo la maturità, quale sia la propria disposizione, magari verso la Filosofia e le Lettere, utili alla comprensione di sé stessi…,Ipso facto i genitori sono pronti a contrastare la scelta, consigliando invece: “Se prendi quell’indirizzo, patirai la fame; invece, fatti furbo, studia odontoiatria perché, come dentista, guadagnerai una barca di soldi!”

E sono in molti ad ascoltare.

Diventano in questo modo, dei “mediocri professionisti” che nel formarsi come uomini e donne maturi, si renderanno conto che fino a quel momento hanno vissuto facendo ciò che altri hanno voluto per loro; la loro volontà è stata annullata.

Quindi, ci si domanda : “Ma il mio vero io, che fine avrà fatto?”

Non c’è!

Poiché non viene mai chiamato ad esprimersi, il “proprio io”, si addormenta e questa situazione genera il dramma del povero individuo che entra in una profonda crisi esistenziale: anche se sposato e con figli, non si ritiene responsabile di scelte che non sono state le sue.

Si rende conto di aver fatto della sua vita, una madornale nullità; è come una macchina condotta da altri, una marionetta senza anima, mentre coloro che lo hanno “vampirizzato”, sono sazi e soddisfatti, in quanto, si sono “nutriti” dell’energia vitale che egli stesso ha lasciato incustodita, per diventare una vittima ignara.

Organizzazioni vampiresche

Sono tante le organizzazioni che applicano un sistema, camuffato di buonismo e opere pie.

I “dormienti”, lasciano succhiare le risorse energetiche e si annullano completamente, senza che se ne rendano conto e questa è la cosa più grave!

Gli organismi che usano questi metodi, sono tantissimi; per esempio: associazioni laiche, sportive  e soprattutto religiose, che assoggettano le vittime al proprio  egregoro energetico, con false promesse di salvezza, di solidarietà verso i più poveri, di aiuto e tanto altro.

Si comportano come l’ape regina che ingrassa grazie al lavoro delle tante api operaie e vivono come pascià sulla pelle dei poveretti.

Perché succede questo?

Il 99% dell’umanità vive “addormentata” ed è credulona.

E’ anche molto triste il dover verificare che siamo come dei “vuoti a perdere” e che ci siamo fatti “mangiare” la parte più luminosa che possedevamo, ossia quel nucleo aureo immortale ed eterno che ci serviva per raggiungere uno stato superiore di coscienza; questo, ci serviva come lasciapassare che ci permetteva di transitare da un mondo a un altro senza inconvenienti.

Sono molti coloro che sono “legati”, perché  dichiarano di appartenere a qualche organizzazione o gruppi sportivi, oppure, anche peggio, a sette religiose.

Così, tanto una come gli altri, incatenano il povero incauto ai loro “egregori energetici” e una volta che questi è entrato nella rete, lo prosciugano, proprio come fa il ragno che succhia la linfa vitale delle sue vittime, liofilizzandogli l’anima.

Ad ogni modo è chiaro che ognuno può fare ciò che vuole, anche della propria anima, ma vedere persone che lasciano che la propria anima venga assorbita passivamente, è una cosa triste.

Ecco perché,  ci tengo a parlare di questo argomento, proprio per cercare di infondere dubbi e perplessità a tutti coloro che non hanno sentito che la “sveglia interiore” ha già suonato.

La tuta-corpo

In alcuni articoli precedenti, ho menzionato la Tuta-Corpo, che può essere paragonata a quella che indossa l’astronauta  per muoversi nello spazio o per camminare sulla Luna.

Allo stesso modo, Madre Natura, permette a noi uomini di essere su questo piano fisico, attraverso  i genitori che ci creano un corpo-tuta provvisto di particolari sensori che ci consentono di vedere, udire, gustare, toccare e odorare e tanto altro ancora.

E’ proprio grazie a questo meraviglioso strumento che impariamo a volerci bene; esistiamo, siamo e facciamo fino a che non invecchiamo e il “vestito” si logora.

Alla fine, quando questo vestito non risponde più ai comandi, viene lasciato e torna alla terra da dove è venuto.

La piccola particella, che siamo realmente noi, si sceglie altri genitori  i quali attraverso l’amore, formeranno una nuova e fiammante tuta-corpo, per ri-iniziare un altro giro e cominciare tutto da capo, da zero.

Tutto questo è spiegato in modo semplice; quando questa particella aurica, che siamo noi, prende possesso del corpicino che è appena nato, le frequenze si abbassano e con il primo vagito, si addormenta completamente.

L’IO che poi inizia a formarsi prendendo la direzione della vita , diventa una “personalità artificiale”.

Perché?

Le informazioni e le abitudini trasmesse al neonato, sono completamente “relative”, a cominciare dai genitori, società e soprattutto la religione con i suoi dogmi ingannevoli.

Questo fatto è duro da accettare, ma ci indica chiaramente che la stragrande maggioranza del genere umano è “artificiale” “virtuale” e “robotica” ed è proprio per questo che nel nostro bellissimo pianeta regna incontrastata la menzogna travestita di verità.

Siamo dominati e controllati; ci mangiano annullando quel poco di vero e reale che ciascuno porta con sé come un’ eredità divina e il peggio è che non ce ne rendiamo conto.

Chi sono i nostri aguzzini?

Prima di tutto siamo noi stessi, che per mancanza di conoscenza e volontà, non ascoltiamo la voce della nostra coscienza che dall’interiorità grida e piange disperatamente contro colui che usurpa il posto di regia del copro.

Poi, sono coloro che nel tempo presero coscienza e vedendo lo stato letargico dell’uomo, loro fratello, decisero di approfittare della situazione per il proprio tornaconto.

Crearono così, trappole d’ogni tipo: religioni, sette, organizzazioni sportive e sociali, ecc. ecc, promettendo benessere, salvezza, mentre invece, servono ad addormentare ancor più profondamente, l’IO  reale.

Sotto la parvenza di verità, inducono a sprofondare nel buio più cupo, le povere anime dei disperati.

In ultimo, la maggioranza di coloro che guidano le nazioni e le grandi società civili, gestiscono le ricchezze pubbliche solo per i propri interessi  e tanti politici “al loro soldo”, dettano leggi opprimenti, per nutrirsi attraverso il sudore e il sangue dei lavoratori, impiegati e operai, lasciando nelle loro tasche solo qualche spicciolo che non basta mai!

Da un lato danno, dall’altro tolgono tutto, mentre per loro i compensi che si sono assegnati, sono uguali al guadagno di un anno di duro lavoro, di  un operaio comune.

Non parliamo, poi, dei poveri artigiani che sono quasi del tutto scomparsi, lasciando le loro bellissime botteghe d’Arte a stranieri e venditori di cianfrusaglie e paccottiglie.

Potrei continuare ancora, però penso che questi tre punti siano sufficienti a rendere l’idea; il resto potete aggiungerlo voi.

Così, in questa società falsa e menzognera, molti uomini che ci dirigono, purtroppo senza coscienza,  si dimenticano del “vero passeggero interiore” e incarnano “esseri inorganici” che nella storia dell’umanità vennero chiamati con tanti appellativi: Satana, demonio, daimon, diavolo, maligno e l’ultimo, Rettiliano! Il Maestro Gesù li nominò Arconti, ma in fin dei conti, fanno parte tutti della stessa famiglia.

Che significa tutto questo?

Dovete sapere che nel nostro mondo, ci sono svariate dimensioni e una di queste, la più vicina a noi, viene chiamata “astrale”; è piena delle nostre proiezioni, abitata soprattutto da esseri inorganici creati da noi stessi, ossia, dalle nostre pulsioni energetiche incontrollate.

Sono pochi ad avere queste informazioni a causa dell’ignoranza e incredulità.

Questi mostri, entità dimensionali, cercano disperati corpi fisici addormentati per montarli, infatti queste vittime vengono da loro chiamate, “cavalli”.

Così, queste entità, anche se per breve tempo, disponendo di un  corpo “libero”, vivono i propri desideri, buoni o cattivi che siano, prediligendo questi ultimi.

Ad esempio, sono coloro che muoiono con desideri incompiuti e vizi d’ogni tipo, fumo, alcol, droghe, sesso violento, stupri, omicidi, ecc… anche costoro si sommano alle legioni di larve degli inorganici alla ricerca di un “cavallo”, corpo, per sentire il brivido di una violenza, un crimine, uno stupro, ecc.

Una volta compiuto il misfatto, lasciano il povero disgraziato colpevole e disperato a pagare una colpa non sua.

Ecco, la frase di Gesù sul Gologota: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!”

Questi esseri che vagano cercando un corpo per soddisfare ancora una volta i desideri incompiuti, non hanno una morale  o sensi di colpa, come più o meno abbiamo tutti e dopo aver usato quel corpo-cavallo, lo abbandonano a sé stesso provocando uno choc emotivo che risveglia per un attimo il malcapitato che si rende conto del crimine commesso e per la disperazione, magari  si suicida.

La grande maggioranza dei cosiddetti delinquenti o criminali, in realtà è innocente; cioè è colpevole solo di non aver coscienza e di lasciarsi “montare” da queste entità viziose e malvagie.

Molti di costoro, povere vittime delle circostanze, si dichiarano innocenti e non ricordano nulla di quanto gli sia successo. Altri affermano di non capire cosa hanno fatto e di negare categoricamente di essere stati loro gli autori dei misfatti.

Se volete saperne di più, in Luca 4-33 “Guarigione di un indemoniato”, avrete delle risposte; oppure, in Marco 5,3 26, “L’indemoniato Gerasano”.

E’ chiaro che nei Vangeli queste entità vengono chiamate Demoni o Satana, ma anche in altre tradizioni religiose, si qualificano con nomi diversi, fino allo stato attuale delle cose, dove vengono riconosciute da alcuni studiosi, come “Esseri Rettiliani”.

I Rettiliani

Attualmente, sono questi che controllano il pianeta, usando uomini – cavallo per muovere le pedine del potere del mondo, per far prevalere il Male sul Bene, la guerra sulla pace, le menzogne sulla verità, la malattia sulla salute, il gusto dell’orrido, al posto della bellezza, il sesso come vizio e non più come Amore Creativo; i poli sono invertiti e nessuno capisce qual è la nuova realtà.

Potrei continuare, ma per ora bastano questi esempi.

Così, questi “posseduti”, prediligono il caos, le crisi economiche, le guerre, le violenze, la sofferenza dei poveri e di tutto quello che produce dolore e negatività per l’intera comunità del pianeta.

Ecco, allora, che noi “UOMINI DEI”, veniamo tirati dal naso come un gregge di pecore, stupidi e senza coscienza, da questa marea di “enti vampireschi” che ci soffiano sul collo e che noi, ignari e addormentati, alimentiamo, annullandoci completamente.

A questo punto, non so se avete capito che il “pane quotidiano” di questi esseri sono le nostre energie prodotte dal dolore, dalla sofferenza, dall’ira, dall’ignoranza, dall’energia sessuale non “indirizzata” e, soprattutto, dalle passioni negative, dai vizi, ecc, ecc.

Ci “montano” nei momenti di depressione, quando siamo arrabbiati, tristi, irosi e violenti, ecc. Queste orribili creature banchettano con le nostre energie negative, come le iene si alimentano delle carogne degli animali morti.

Organizzazioni “Rettiliane”

Sono quelle che ci fanno sentire in colpa, ossia peccatori, miserabili, greggi di pecore, sempre in debito verso un dio crudele e vendicativo.

L’uomo, allora, senza coscienza, in uno stato di sudditanza e con la volontà indebolita, rende di più e alimenta l’Egregoro malvagio che ci tiene prigionieri nelle sue “reti” ed è travestito di “sacralità”.

Ci sono anche altre organizzazioni che collaborano senza saperlo a mantenere questo stato di cose: le squadre di calcio con migliaia di tifosi che negli stadi stracolmi, diventano dei veri produttori di energia incontrollata e per queste entità sono dei veri e propri “Bar Celestiali”.

Tutti i luoghi dove si ammassano moltitudini, diventano come terreni di “caccia” o posti per la “pesca”, adatti a trovare vittime e “cibo” in abbondanza.

A questo punto, sono sicuro che voi che leggete, abbiate capito quali possano essere le  altre organizzazioni che ci predispongono come vittime sacrificali per questi affamati vampiri!

Infine, ce n’è una, la più grossa e mondiale: quella che guida le nazioni e agisce nell’ombra maneggiando capitali enormi e decidendo volta a volta, dove far crollare l’economia, creando crisi e “succhiando” tutti i risparmi della popolazione, indebolendone  la volontà e preparandola per essere “mangiata e cavalcata”.

Oppure, altrove,  si fanno scoppiare rivoluzioni e guerre civili, scatenando il caos totale che porta allo stremo e crea un tale debito economico  che non potrà mai più essere saldato, perché gli interessi saranno sempre più elevati!

Purtroppo, siamo noi uomini, con un “Io artificiale”, che permettiamo tutto questo: la vera essenza dorme e sogna di essere sveglia. Ma, in questo stato di letargo, restiamo senza coscienza e il risultato è che rimaniamo in balìa delle forze oscure che ci trattano come greggi di stupide pecore.

Ricordate…

Pure se siamo in uno stato artificiale, i nostri motori continuano a produrre energia vitale e psichica, che detta in altre parole, è energia animica e spirituale, che serve a vivere sani, forti e vitali.

Aprite gli occhi, allora e attivate i vostri sensori, perché in questo frangente, ci stanno indebolendo economicamente e psichicamente con informazioni negative per tutte le situazioni di vita quotidiana, che causano stati depressivi, insoddisfazioni, discordie e dolori che ci precipitano nel caos più nero per facilitare a questi vampiri energetici, la sudditanza dell’essere umano che diventa “essere mangiato”!

Il guaio è che nessuno se ne rende conto! Ad esempio, ultimamente un “grande personaggio” ha chiesto ai suoi fedeli: “Pregate, pregate e pregate per me!” Questa richiesta significa in parole povere: “Per favore, ricaricate le mie batterie, che sono quasi esaurite?”

Dunque, se si usa come portale un qualsiasi santo o madonna, si entra nella specifica rete energetica e senza nemmeno rendersene conto, le energie saranno prosciugate, attraverso le preghiere.

Queste sono, in altri termini, parola-verbo che indirizzate a quegli egregori, veicolano le vostre sacre energie verso i loro silos… e la cosa è fatta!

E la cosa più tremenda è, chi si aggancia a loro, rimane “legato per sempre”… a meno che…

La vera preghiera

Comunque, quando sentite l’impulso di pregare in modo intelligente, guardatevi allo specchio perché le vostre energie andranno a sviluppare il Regno che si trova in voi, nella vostra testa, come insegnava  Gesù con il Pater Noster, in alto, in cielo.

In questo modo le vostre energie saranno al sicuro e al “coperto”, nel vostro Tempio interiore che è la sede dello Spirito Santo e non altrove…

Operando in questo modo, le vostre “riserve” auriche spirituali, ritorneranno a voi moltiplicate all’infinito.

In ultimo, dovete sapere che quando fate all’amore, l’energia che si sviluppa, è potentissima, è atomica!

Paragonabile a “Energia Super” che serve a voi, ai vostri figli, per essere forti e vitali.

Come fare per fermare e indirizzare quel flusso energetico più potente che esiste?

Nell’attimo in cui i due poli energetici “esplodono”, dovete pronunciare una frase magica: “Che queste energie servano per la nostra salute spirituale!”

Sarà sufficiente a fissare l’energia per voi, per la personale evoluzione e crescita come esseri umani e divini che siete.

Un modo semplice e facile per cui le energie non si disperderanno e non andranno ad alimentare altri “Enti parassiti” e organizzazioni vampiresche.

Provate per credere; è gratis, non costa nulla e il beneficio sarà enorme!

Infine…

Quando comincerete a comprendere le vostre fonti di energia e a controllarne il flusso, cesserete immediatamente di essere fonti inconsapevoli di rifornimento per tutte quelle entità che vivono da parassiti sulla vostra pelle che senza “alimento”, si allontaneranno alla ricerca di altri “cavalli” o pecore e continuare a usufruire del sonno delle “aquile che si credono polli”…

Uomini, risvegliatevi: l’ora è scoccata… siate vigili!

Alfredo Di Prinzio

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tratto da: http://scienze.fanpage.it/

L’inventore serbo-croato sognava l’elettricità libera e gratuita per tutti.

Si dice che Nikola Tesla avesse scoperto un modo per distribuire energia in qualunque punto della Terra senza fili; che tra le sue invenzioni ce ne fosse una per produrre terremoti artificiali e una per creare un “raggio della morte” in grado di distruggere qualunque cosa a grandi distanze. Si racconta che Nikola Tesla avesse avuto contatti con gli extraterrestri tramite una macchina per comunicare con le stelle, che avesse costruito dischi volanti, che fosse in grado di curare le malattie attraverso i campi elettromagnetici. Si dice, si dice… Ma chi era davvero Nikola Tesla, l’uomo che a 86 anni moriva quel 7 gennaio del 1943 in una camera economica di un alberghetto di New York, pieno di debiti e circondato da schizzi e progetti mai realizzati? E perché, nonostante i suoi straordinari meriti, oggi si ricorda principalmente per quello che non realizzò?

La guerra della corrente

Genio impareggiabile fin dai suoi primi anni – terminò le scuole superiori in appena tre anni – Nikola Tesla incarnò per tutta la vita lo stereotipo dello scienziato solitario e incompreso, l’ideale romantico del genio povero in canna capace di sfornare invenzioni incredibili per essere poi derubato dei suoi brevetti da imprenditori smaliziati come Marconi e Edison, i suoi due grandi rivali. La sua fortuna fu nell’essere stato in grado di vedere più avanti di Edison nell’immaginare la possibilità di usare la corrente alternata invece della corrente continua per distribuire l’energia elettrica su lunghe distanze. Anche se l’elettricità porta un po’ il nome di Edison, in realtà senza Tesla ci sarebbero voluti molti anni prima di avere la corrente in tutte le case. Mentre infatti la corrente continua soffre di gravi problemi di dissipazione, quella alternata può viaggiare lungo la superficie di un filo per lunghissime distanze senza praticamente perdite di energia. Gli alti tralicci con i loro cavi sotto tensione sono ciò che Nikola Tesla ha donato alla civiltà umana.

Tesla era riuscito in quell’impresa grazie al supporto di George Westinghouse, che contro la corrente continua di Edison aveva dato vita a una vera e propria “guerra della corrente”. Tesla aveva inizialmente lavorato per Edison prima nella filiale francese della compagnia del grande inventore, poi direttamente sotto la sua supervisione in America, dov’era giunto con una lettera di referenza in cui il suo precedente superiore spiegava a Edison che a suo dire esistevano due grandi uomini al mondo: uno era lui, l’altro era Tesla. Ma i rapporti tra i due si chiusero bruscamente quando, dopo aver promesso a Tesla 50mila dollari se fosse riuscito a potenziare il generatore di corrente continua in uso allora, Edison si limitò a dare all’inventore un piccolo aumento di stipendio dopo che Tesla si era impegnato notte e giorno in quel compito. “Lei non capisce lo humour americano!”, esclamò Edison liquidando così la promessa dei 50mila (quasi un milione di dollari di oggi). Tesla, di tutta risposta, se ne andò sbattendo la porta.

Si mise in proprio ma presto passò a lavorare per George Westinghouse, che credeva nella corrente alternata come migliore soluzione rispetto alla corrente continua. Che tra loro ed Edison vi fosse una vera e propria guerra in corso lo dimostrò l’Esposizione Universale di Chicago dove Westhinghouse e Tesla misero in mostra le potenzialità delle lampade luminescenti e della corrente alternata usata per illuminare l’esposizione, mentre Edison rifiutò di fornire le sue lampadine. Nel 1915 il New York Times riportò in prima pagina la voce di un imminente Nobel per la fisica assegnato a Tesla ed Edison. Ne nacque una violente polemica che vide Tesla dichiarare il suo rifiuto di condividere il premio con il rivale. Non lo vinse nessuno dei due, ma Tesla aveva più di un motivo per avercela con il comitato del Nobel: nel 1909 il premio per la fisica era andato a Guglielmo Marconi per l’invenzione della radio, che l’inventore serbo-croato riteneva spettasse a lui.

La disputa con Marconi per la paternità della radio

Non aveva tutti i torti. Tesla lavorava alla telegrafia senza fili negli stessi anni di Marconi e aveva presentato numerosi brevetti per sfruttare le sue scoperte. Ma Guglielmo Marconi era un uomo più avveduto e capace di trasformare la teoria in pratica di quanto non lo fosse Tesla, che passava da un’invenzione a un’altra nel giro di pochi mesi, sfornando idee, schizzi, progetti e brevetti nella maggior parte dei casi lontani dall’applicazione pratica. L’Ufficio Brevetti USA attribuì la paternità della radio a Marconi, spianando la strada al suo Nobel; solo nel 1944, un anno dopo la morte di Tesla, la causa da lui intentata contro Marconi si concretizzò nel riconoscimento ufficiale del suo contributo decisivo alla paternità del telegrafo senza fili.

Ma se Edison e Marconi si arricchirono mentre Nikola Tesla, nonostante i 15 milioni di dollari ottenuti dalla vendita dei brevetti sulla corrente alternata a Westinghouse, morì quasi in miseria, fu perché rimase un sognatore senza alcun interesse per il denaro e desideroso di realizzare scoperte sorprendenti che lo trasformassero in un benefattore dell’umanità. Distribuire energia elettrica a enormi distanze era poca cosa rispetto al suo sogno di sfruttare i campi elettromagnetici della Terra per distribuire tale energia su scala planetaria senza l’ausilio di fili, come con la radio. Su questo obiettivo si concentrarono le sue ricerche a Colorado Springs, che poi dovette abbandonare quando i suoi esperimenti produssero un sovraccarico alla locale centrale elettrica da cui Tesla attingeva l’elettricità. In quel periodo sostenne di aver scoperto il modo di produrre terremoti artificiali sfruttando le frequenze di risonanza (i complottisti ritengono che il sistema americano HAARP con base in Alaska per lo studio della magnetosfera utilizzi l’idea di Tesla e sia responsabile di eventi come il sisma in Giappone del 2011), così come un modo per comunicare con gli extraterrestri. Nei suoi studi sulla magnetosfera, infatti, si trovò a captare segnali ripetitivi provenienti dallo spazio che attribuì ai marziani. Si trattava probabilmente di fenomeni provenienti dall’atmosfera di Giove, ma Tesla finì per costruire un congegno, il Teslascopio, con cui per tutta la vita sperò di entrare in contatto con gli extraterrestri.

Le invenzioni incredibili di Tesla

A Long Island investì tutti i suoi risparmi per costruire la Torre Wardenclyffe, oltre 60 metri di altezza, per continuare i suoi esperimenti sulla possibilità di distribuire energia senza fili in tutto il mondo. Non cavò un ragno dal buco e la torre fu smantellata durante la Prima guerra mondiale. Pacifista convinto, Tesla bussò alle porte di diversi governi tra le due guerre per promuovere un progetto chiamato “raggio della pace” (più noto come “raggio della morte”), un’arma a energia diretta – una sorta di potente laser distruttivo – così devastante da convincere tutte le nazioni a dire addio alla guerra. Ma tra le mani non aveva nulla di concreto, nonostante le voci per cui la CIA avrebbe sequestrato i suoi progetti all’indomani della sua morte, e a dispetto delle insistenti ricerche di esponenti della setta stragista Aum Shinrikyo (quella degli attentati al gas sarin nella metropolitana di Tokyo) in America per ottenerne i piani. Tra le tante leggende sul suo conto, vale la pena ricordare anche quella che gli attribuisce l’evento misterioso che distrusse ettari di taiga a Tunguska, in Siberia, nel 1908.

Negli ultimi anni della sua vita, Nikola Tesla incuriosiva il grande pubblico con le sue frequenti uscite sui giornali, in cui puntualmente annunciava scoperte sensazionali. Si scontrò con Einstein, convinto che la sua teoria della relatività generale fosse sbagliata e restando affezionato al vecchio concetto di etere, già allora abbondantemente smentito dalla fisica. Morì a 86 anni in una suite economica di un albergo a New York dove da tempo viveva. Oggi, a settant’anni dalla morte, resta una figura celebrata e discussa quanto e più di quando era in vita. Rispetto a grandi nomi come Edison e Marconi, resta immeritatamente in secondo piano. Tesla fu un genio incompreso, se si pensa che la sua eredità oggi è pari a quella che ebbe Leonardo Da Vinci per il mondo moderno. Ma, così come i disegni e i progetti avveniristici di Leonardo, pur affascinanti e ingegnosi, restarono sulla carta perché irrealizzabili, analogamente molte delle tantissime invenzioni di Tesla erano semplici fantasie. Il suo motore elettrico, il raggio della morte, le macchine volanti e tante altre idee non sono mai state realizzate non a causa di un complotto mondiale dei grandi capitali, ma perché non andavano oltre la pura speculazione teorica (e negli ultimi anni, il vaneggiamento). L’appropriazione indebita della figura di Nikola Tesla da parti di sostenitori della pseudoscienza, complottisti e persino ufologi offusca la sua straordinaria eredità sui cui pilastri si regge oggi la nostra civiltà dell’energia.

 

 

 

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Cina, Maludong. Scoperti fossili di una specie sconosciuta di ominidi
Uno dei crani da Maludong

I resti di quella che potrebbe essere una specie umana finora sconosciuta sono stati ritrovati e identificati in una regione del sud della Cina. Le ossa, che appartengono per lo meno a cinque individui, secondo la datazione risalirebbero a un periodo compreso tra gli 11.500 e i 14.500 anni fa. Per il momento, gli studiosi e gli archeologi li chiamano semplicemente la “Gente della Caverna del Cervo Rosso”, per via del nome popolare dato al luogo dove sono stati dissotterrati.

Il gruppo di archeologi responsabili della scoperta ha dichiarato alla rivista PLoS One che serviranno analisi molto più approfondite e dettagliate dei fossili prima di poter affermare con certezza che si tratti di un nuovo lignaggio umano. A questo proposito uno dei leader del team, il professor Darren Curnoe dell’Università di New South Wales, in Australia, ha dichiarato che è necessaria molta cautela prima di poterli classificare in modo definitivo e inequivocabile.

Secondo quanto lo studioso ha dichiarato alla BBC News, infatti, una delle ragioni di tutta questa cautela è data dal fatto che, alquanto incredibilmente, nella scienza dell’evoluzione umana, o paleoantropologia, attualmente non esiste una definizione biologica universalmente condivisa della nostra stessa specie (Homo Sapiens), quindi si tratta di un’area tuttora ancora ricca di contenziosi.

Parecchi di questi resti sono rimasti nelle collezioni archeologiche cinesi per molto tempo, e solo recentemente sono state oggetto di indagini più approfondite. I resti di alcune degli individui dissotterrati provengono da Maludong (o Caverna del Cervo Rosso), vicino alla città di Mengzi, nella provincia di Yunnan. Un ulteriore scheletro è stato scoperto a Longlin, nella vicina provincia di Guangxi.

Cina, Maludong. Scoperti fossili di una specie sconosciuta di ominidi
Gli scavi nella grotta di Maludong 

I crani e i denti degli individui ritrovati nelle due diverse località sono molto simili tra di loro, cosa che fa suggerire che siano appartenuti alla stessa popolazione. Ma le loro caratteristiche generali sono molti diverse da quelle che potrebbero essere definite come “pienamente umane”; la gente della Caverna del Cervo Rosso, infatti, è caratterizzata da un mix di caratteristiche arcaiche e moderne. In linea generale, infatti, queste persone avevano basi craniche arrotondate con arcate soppracciliari piuttosto prominenti, e i crani sono caratterizzati da un’ossatura piuttosto spessa: i volti, inoltre, erano corti e piatti e quasi nascosti dalla grossa fronte, e avevano nasi molto larghi. Le mascelle sporgevano in avanti ma mancava loro un mento come quello che caratterizza l’uomo moderno. Delle TAC realizzate alle cavità craniche indicano che queste persone dovevano avere dei lobi frontali di aspetto abbastanza moderno ma dei lobi anteriori o parietali abbastanza arcaici. Avevano, infine, dei denti molari di dimensioni considerevoli.

Il professor Curnoe e i suoi colleghi hanno prospettato alla rivista PLoS One due possibili scenari riguardo all’origine della Gente della Caverna del Cervo Rosso. Una sostiene che queste persone rappresenterebbero una prima migrazione di un Homo Sapiens dall’aspetto piuttosto primitivo che si è sviluppato in modo indipendente dalle altre specie sviluppatesi in Asia, prima di estinguersi. Un’altra possibilità, invece, ipotizza che sarebbe veramente potuta esistere una specie distinta di Homo Sapiens che si è sviluppata in Asia e che ha vissuto parallelamente alla nostra specie fino ad un’epoca relativamente recente. Un terzo scenario, proposto da scienziati non connessi alla ricerca in corso, suggeriscono che la Gente della Caverna del Cervo Rosso potrebbe essere stata una popolazione ibrida.

Secondo quanto affermato dalla dottoressa Isabelle De Groote, paleoantropologa presso il museo di storia naturale di Londra, è possibile che queste persone fossero umani moderni che si sono mischiati con una specie di umani più arcaici. Un’altra opzione è che questa specie si sia evoluta con tratti e caratteristiche più primitive per via di una deviazione genetica o a causa dell’isolamento, o ancora in risposta a una pressione ambientale, ad esempio la situazione climatica. Anche il professor Curnoe sostiene che si tratti di ipotesi altrettanto valide.

Attualmente si sta cercando di estrarre dei campioni di DNA dai  resti, che potrebbero restituire informazioni rispetto all’incrocio tra specie diverse, esattamente com’è successo durante lo studio di altre specie umane, ad esempio gli uomini di Neanderthal e un enigmatico gruppo di persone proveniente dalla Siberia e conosciuti come Denisovans.

Indipendentemente da quale sia la loro posizione esatta nell’albero genealogico dell’Homo Sapiens, la Gente della Caverna del Cervo Rosso rappresenta una scoperta davvero importante anche solo per la scarsità di esemplari correttamente datati e correttamente descritti provenienti da questa parte del mondo. E il loro ritrovamento offre un grandissimo contributo all’affascinante e sempre più complessa storia delle migrazioni e dello sviluppo umani.

Darren Curnoe e Ji Xueping con il cranioda Longlin
Darren Curnoe e Ji Xueping con il cranio da Longlin

Il professor Cunroe ha affermato che la Gente della Caverna del Cervo Rosso ha abitato la Cina in un’epoca davvero interessante, ossia durante quella che viene chiamata era epipaleolitica o fine dell’età della Pietra. Non lontano da Longlin esistono dei siti archeologici molto famosi dove sono stati rinvenuti alcuni dei più antichi reperti risalenti all’epipaleolitico in Asia. Le persone dell’epoca avevano un aspetto abbastanza moderno e stavano già iniziando a realizzare opere e manufatti in ceramica per la conservazione degli alimenti. E avevano già imparato a raccogliere riso selvatico dalle terre che li circondavano. Questo fa pensare a un periodo di transizione dal periodo della raccolta a quello dell’agricoltura.

Ancora non è chiaro come la Gente delle Caverna del Cervo Rosso si posizioni in questo scenario, anche se il team di ricerca ha promesso che saranno svolte ulteriori e approfondite indagini anche su alcuni utensili in pietra e manufatti di carattere culturale e artistico rinvenuti nel corso di scavi condotti nelle vicinanze.

A capo del progetto, insieme al professor Curnoe, c’è anche il professor Ji Xueping dello Yunnan Institute of Cultural Relics and Archaeology.

Fonte: http://notizie.antika.it/0012076_cina-maludong-scoperti-fossili-di-una-specie-sconosciuta-di-ominidi/

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25
ott

Ipotesi di lettura della Stele di Snefru

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

Stele di Snefru

Una delle interpretazioni correnti di questo enigmatico complesso iconico-geroglifico è che esso ci parli del re divino nell’atto di abbattere un nemico. Conviene osservare attentamente quest’opera, che costituirà il tema di questa breve indagine.

 

Il codice di Snefru

In effetti, a prima vista sembra del tutto evidente che la scena a cui assistiamo sia quella dell’uccisione di un avversario: ma di quale avversario si tratti invece non è chiaro. Seguendo una linea di interpretazione di tipo immediato, realistico, possiamo pensare che il Faraone dovrebbe esser ritratto mentre uccide un nemico proveniente da nord-est, visto che il rilievo è stato scolpito in una cava situata nel Sinai. Ma chi conosce profondamente l’arte iconografica Antico Egizia sa per principio che con ogni probabilità le cose non stanno così.

Stele di Snefru

Per rifarci a un esempio molto celebre, il rilievo di Ramses II che rappresenta la sua altrettanto celebre vittoria contro il nemico ittita a Qadesh ci parla di una battaglia vinta dal carro del Faraone contro l’intero esercito avversario, ed è del tutto chiaro che non vi è un solo storico moderno che abbia mai preso o che possa prendere seria in considerazione la verità – come potremmo chiamarla? – “fattuale” di questa narrazione.

Tutto quel che sappiamo quanto ad armamenti, tattica e strategia antichi e moderni, e tutto quanto è ragionevole supporre quanto alle condizioni e alle vicende reali o realistiche di una battaglia in campo aperto ci impedisce di credere seriamente – fosse pure per un attimo – che un intero esercito, formato da migliaia di persone, colto di sorpresa dal nemico nel proprio accampamento, in rotta e in preda al panico, possa essere salvato dall’azione di un singolo purchessia. La storia del singolo eroe che in campo aperto travolge da solo come un turbine una massa di nemici è tenuta nell’Occidente moderno come una favola cui solo i bambini molto piccoli possono prestar fede senza tema di ridicolo o disprezzo.

Dunque, non sembrando ragionevole supporre che i costruttori di opere che rappresentano il punto più alto mai raggiunto dall’architettura umana nel corso della sua storia fossero dei bambini o degli stupidi, dobbiamo supporre che il rilievo della battaglia di Qadesh, pur sembrando narrare quella che a noi appare come una favola costruita distorcendo in modo fantasioso e quasi delirante un evento reale, deve per forza avere un altro significato.

Forse, la prospettiva della narrazione era del tutto diversa da quella che assumerebbe uno storico occidentale in relazione allo stesso evento. Questo ci spinge a pensare che anche nel caso del rilievo di Snefru il nemico abbattuto non sia quel che potremmo definire un nemico reale, terreno, geograficamente e culturalmente definito. Probabilmente, il re divino sta abbattendo un nemico anch’esso divino, un demone, come si potrebbe dire, un demone che perennemente incombe sull’Egitto, che perennemente lo minaccia e da cui perennemente il popolo ha bisogno di essere protetto e salvato.

Questo tipo di interpretazione delle vicende storiche “reali” – che dal punto di vista di un occidentale moderno risulta talmente sorprendente e discutibile che si è portati contrastarla con il sarcasmo ancor prima che con ogni sorta di argomento empirico – risulta confermato dal fatto che nel rilievo oggetto della nostra indagine gli antichi scultori e disegnatori sembrano aver codificato – con un metodo geometrico-matematico ancora da identificare nei suoi esatti connotati ma di certo molto complesso – tutte e cinque le Piramidi più celebri di quel periodo della storia Antico Egizia che siamo soliti chiamare come “Antico Regno”.

È bene a questo punto lasciare la parola alle immagini, che parlano per sé sole più di quanto qualsiasi moderno scriba – per quanto abile – potrebbe raccontare

Lettura delle immagini

36 -Snefru Rossa calzare37 -Snefru Rossa stele orizz38 -Snefru Rossa occhio volatile39 -Snefru Rossa triangolo40 -Snefru Chefren becco volatile41 -Snefru Chefren occhio volatile

Queste immagini sembrano mostrarci come un fatto ovvio e incontestabile un’ipotesi storica che appare al contrario quasi del tutto incredibile: nel rilievo di Snefru si vedono impresse secondo un codice che appare già a prima vista piuttosto raffinato non solo le due sue Piramidi più celebri, la Piramide Rossa e la Piramide Romboidale, ma anche quella di tutta la sua ancor non nata discendenza: troviamo infatti anche quelle di suo figlio Cheope, di suo nipote Chefren e del suo bisnipote Menkaure.

In pratica, sembra che tanto l’immagine iconografica che i geroglifici siano stati studiati formalmente e dimensionati metricamente in modo magistrale per entrare in contatto in un modo sempre e comunque simbolicamente significativo con ben cinque Piramidi, che hanno strutture interne e/o inclinazioni tipiche diverse.

Le probabilità che una cosa di questo genere possa essere accaduta “per caso” – come va di moda dire in Occidente ogni volta che non capiamo i prodotti dell’intelligenza dei nostri antenati – è di una su qualche miliardo di miliardi di miliardi (un numero di questo genere serve tanto per dare un’idea: probabilmente il numero è molto più basso). Quindi, sillogisticamente parlando, se è vero che il rilievo del Sinai appartiene a Snefru e se è vero che anche le Piramidi di Giza sono codificate in questo rilievo, questo potrebbe voler dire soltanto che:

1) Già ai tempi di Snefru gli Antichi Egizi avevano sviluppato una matematica e una geometria di livello molto alto, o addirittura altissimo: dunque non sarebbe vero quel che si pensa di solito, cioè che gli Antichi Egizi costruirono i loro massimi monumenti in forma di Piramidi perché – come a volte si sente ancora dire – si possono tirar su a occhio, senza badare più di tanto a quel che si fa.

2) Dunque non sarebbe vero nemmeno che l’alta matematica arrivò in Egitto in epoca tarda, come un’influenza della Grecia Tardo Classica: questa matematica esisteva già da migliaia di anni prima dell’arrivo dei Greci e – anzi – a guardare queste immagini possiamo supporre che complicatissimi teoremi geometrici venivano sviluppati probabilmente da migliaia di anni – annessi a una potenza di calcolo che appare davvero strabiliante.

3) Dunque per migliaia di anni non solo la matematica come scienza non si è – come si pensa di solito – “evoluta”, ma si è al contrario involuta fino al punto di essere dimenticata, per poi essere reinventata molti millenni dopo per vie e con forme diverse nell’Occidente moderno.

4) Del tutto diversamente da come di solito si crede, ai tempi di Snefru tutto il complicatissimo piano architettonico che ha portato alla costruzione delle Piramidi di Giza era già nelle menti degli architetti del bisavolo: dunque, tutto quel che è accaduto successivamente non è altro che la messa in atto di un piano immaginato molto tempo prima e non un succedersi di produzioni architettoniche decise volta per volta.

5) Avremmo così la prova cogente e irrefutabile che l’attuazione di questo piano non dipendeva dalla volontà di un singolo Faraone, ma da un progetto precostituito che andava avanti indipendentemente dal fatto che un Faraone vivesse abbastanza a lungo da poter costruire la “sua” Piramide, che a questo punto possiamo affermare che non era affatto sua.

6) Dunque sembrerebbe del tutto possibile, anzi, assolutamente probabile, che l’impresa architettonica connessa alla costruzione di una Piramide come quella di Cheope sia durata molto più a lungo che la vita di un singolo Faraone. Che quanto nelle Piramidi ci appare elemento approssimativo o incompiuto non dipenda dal fatto che un singolo Faraone sia morto prima che fosse finita, ma da qualche altro motivo di cui non possiamo per ora immaginare la natura se non in via assolutamente ipotetica.

7) Quindi la collocazione cronologica del Plateau di Giza nel 2500 a.C. circa entrerebbe in discussione e non potrebbe essere più considerata ovvia e assodata. Ne verrebbe di conseguenza che tutte quelle datazioni del Plateau che fino ad adesso sono state definite “controcorrente” – quali per esempio quella di John Anthony West – sarebbero da considerarsi a questo punto non solo geologicamente fondate dallo stato e dal tipo di corrosione della Sfinge e dalle evidenze di un’abilità nella lavorazione della pietra di stampo futuribile: esse diventerebbero a questo punto anche filologicamente e archeologicamente possibili e pensabili .

8) Dunque la funzione tradizionale che si attribuisce alle Piramidi, ovvero quella di essere la tomba di un singolo Faraone, non sarebbe più accettabile e risulterebbe inesorabilmente confutata. Con ogni probabilità i nomi “Snefru”, “Cheope”, “Chefren” e “Menkaure” si riferirebbero o a singoli Faraoni che si sono appropriati di queste strutture in tempi più o meno vicini al Medio o al Nuovo regno, oppure ad antichissime divinità stellari, connesse con il cielo del Duat. Quindi, data la disposizione delle Piramidi di Giza a immagine della Cintura di Orione, si può pensare che Cheope fosse la controparte terrena o l’avatar di pietra di Alnitaki, Chefren di Alnilam, Menkaure di Mintaka – mentre le Piramidi di Snefru, dovrebbero riferirsi alle due stelle più luminose delle Pleiadi, che costituiscono la costellazione precessionalmente “rivale” di Orione, vale a dire il Toro (da un punto di osservazione come Giza, o Nabta Playa, Orione e il Toro sembrano nei millenni ruotare come attorno a un centro comune, così che quando il ciclo precessionale colloca al massimo il Toro, Orione giunge al minimo, e vice versa).

9) Dunque, la Orion Connection Theory immaginata da Bauval risulterebbe da questa scoperta confermata in un modo che sembra addirittura inequivocabile. Giza e Dahshur non sarebbero più da considerarsi delle strutture venute fuori dalla somma casuale delle volontà di singoli individui, che seguendo un autonomo capriccio di sovrani onnipotenti ne hanno fatta una qui e una là secondo come si alzavano al mattino, ma un’immagine terrena del piano stellare sacro, divino, ovvero un’immagine del Duat in una certa epoca. Bauval indica, come è noto, il 10.500 avanti Cristo circa: a partire da una scoperta di questo genere non sarebbe più impossibile pensare che questa sia la data effettiva in cui fu costruito o addirittura abbandonato il Plateau (una cosa del genere è successa a Gobeki Tepe, un sito megalitico importantissimo che venne interrato dai suoi costruttori intorno appunto al 10.500 a.C., probabilmente in connessione con il concludersi di una fase del ciclo precessionale).

10) Dunque potremmo anche supporre che tutti i resti che sono stati datati col carbonio appartengano a persone che per vari motivi hanno ivi vissuto e operato quando le Piramidi erano state già da molti secoli o da vari millenni costruite; un po’ come è accaduto ai Greci Classici, che sono vissuti e hanno operato fra i resti delle costruzioni ciclopiche dell’antica Micene, attribuendole senza incertezze all’opera e al tempo dei Titani.

In alternativa a queste conclusioni, potremmo ipotizzare che il rilievo creduto fino ad ora di Snefru non sia stato attribuito correttamente, e che invece appartenga a un sovrano di molto successivo all’Antico Regno, ovvero a un tempo in cui tanto la geometria delle Piramidi di Giza come di quelle di Dahshur era tanto ben conosciuta da consentire la costruzione di una loro immagine in codice – del tipo di quella che abbiamo appena visto.

Ma qui la prima cosa che viene in mente è che tutti gli eventuali dubbi che potremmo avanzare quanto alla correttezza dell’attribuzione verrebbero introdotti a partire da questa scoperta e in particolare per evitarne la “spiacevole” conseguenza di dover riscrivere e Storia e Preistoria, dato che fino ad adesso non è che ci fossero molte discussioni in merito. Inoltre, pur ricorrendo a una scappatoia di questo genere, rimarrebbero aperti dei problemi di importanza capitale: perché una tale immagine è stata costruita? perché è stata scolpita nel Sinai?

come può essere un caso che ben cinque Piramidi costruite in modo arbitrario da quattro sovrani diversi possano alla fine andare a collimare in un codice tanto unitario e coerente – se già il codice di partenza non era il medesimo? Inoltre: perché tanto sforzo intellettuale prodigato alla costruzione di un rebus che all’occhio moderno risulta del tutto innocuo e inutile? e, soprattutto, di dove deriva la forza di calcolo, di induzione e di codificazione che è stata usata per questa immagine che, ove le Piramidi derivassero effettivamente da volontà diverse e fra di loro del tutto incoerenti, apparirebbe senz’altro nulla di meno che fantastorica?

In un altro senso, potremmo pensare che quello che vediamo nel rilievo sia un codice per la costruzione di piramidi e che perciò, ove adottato nel progetto, sempre e comunque ogni nuova piramide andrebbe a collimare in modo significativo con parti di questo complesso iconico-geroglifico, un po’ come ogni nuova figura musicale collima sempre e comunque in modo significativo con le leggi dell’armonia e della notazione musicale: ma a chi e perché può essere venuta un’idea di questo genere? Se questo che abbiamo ipotizzato è vero, perché le piramidi dovevano aprioristicamente collimare con un codice di questo genere?

Indagine computerizzata

A questo punto risulta un dovere avvertire il lettore che l’indagine computerizzata di questo rilievo è appena all’inizio, e che un esperto sta controllando se non possano essere in essa contenuti anche i codici costruttivi di altre Piramidi dell’Antico Regno e – soprattutto – se essa non contenga un codice ulteriore – ancora più riposto e complesso.

Ove si trasformassero in prova i primi indizi che sembrano indicarne in modo significativo la presenza –sarebbe davvero difficile attribuirlo a degli artefici che noi tendiamo a considerare piuttosto “primitivi” – pur se dotati di un profondo quanto enigmatico “senso estetico”, dato che li reputiamo privi persino di mezzi per noi del tutto ovvi e banali quali la ruota e la carrucola.

È chiaro che – prima di offrire qualsiasi genere di certa conclusione – la materia implicherà un lungo studio che possa confermare o infirmare quelli che per ora non si possono considerare nulla di più che punti di partenza, o prime impressioni.

Ma se di tali codici fosse infine confermata l’esistenza – tanto dall’analisi computerizza che da un per quanto complesso e sofferto accordo di lungo termine fra gli studiosi – il fatto verrebbe alla fine a porre questioni che verosimilmente non possono essere risolte nel breve spazio di un articolo e dalla debole mente di un singolo essere umano. Alla luce dei dati che paiono emergere occorrerebbe che esperti di architettura, astronomia, matematica Antico Egizie – oltre che di iscrizioni geroglifiche e iconografia – collaborassero per risolvere i problemi posti da una scoperta che apparirebbe davvero sconvolgente.

Sembra infatti del tutto chiaro che il rilievo sia di certo anche un’opera d’arte, accompagnata però da significati reconditi che in questo momento non siamo in grado di neppure immaginare. Non è chiaro nemmeno se anche future indagini potranno fare di più che impigliarsi in quella che appare come una quasi magicamente intricata superficie. Diciamo questo perché sembra che gli scultori e gli architetti Antico Egizi abbiano operato con le Piramidi come hanno fatto con il rilievo di Snefru, ovvero in modo tale che il loro significato occulto non fosse comprensibile a dei non iniziati.

È come se Bach, in una sua opera fondamentale, avesse incorporato altre opere secondo un sistema, di modo che incrociandole si potesse ottenere un genere di esperienze e di conoscenze del tutto diverso da quello del semplice godimento della musica.

In conclusione, occorre sottolineare come la scoperta del Codice Snefru poco o nulla si presti a quei titoli trionfalistici tanto di moda nella stampa cosiddetta “popolare”, enfasi che servono solo da specchietto per le allodole per attirare la curiosità di lettori sprovveduti, in cui vengono sistematicamente promesse irrealistiche epifanie gnoseologiche quali “scoperto il segreto degli Antichi Egizi” “rivelato il mistero della Grande Piramide” o cose del genere.

Al contrario, la scoperta di questo almeno per adesso del tutto muto ed enigmatico Codice di Snefru costituisce casomai la rivelazione di un socratico sapere di non sapere, il dissolversi di un’apparenza tenuta per assodata conoscenza. L’unica cosa che forse davvero ci rivela è che quasi tutto quel che credevamo di conoscere quanto all’Antico Regno e all’Egitto Prefaraonico – e forse anche quanto all’intera Preistoria – non corrisponde alla verità, e che se a questa vogliamo arrivare dobbiamo rassegnarci a ricominciare daccapo.

Fonte: http://notizie.antika.it/0012646_ipotesi-di-lettura-della-stele-di-snefru/

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Ziyarettepe. Misteriosa tavoletta in cuneiforme

Il ritrovamento di una tavoletta rinvenuta presso gli scavi di Ziyarettepe è stato causa di grande fermento presso la comunità internazionale di storici e archeologi. La tavoletta infatti, che risale all’Ottavo secolo, è incisa con quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una lingua sconosciuta. Attualmente la tavoletta è ancora oggetto di studio.

Una tavoletta risalente all’VIII secolo a.C. iscritta con una lingua sconosciuta e ritrovata presso gli scavi di Ziyarettepe ha suscitato una grande emozione presso gli archeologi. Secondo Nevin Soyukaya, direttore le Museo Diyarbakir che sta supervisionando gli scavi, la tavoletta è un reperto importantissimo per l’approfondimento della storia dell’uomo in queste regioni.

Il dottor Timothy Matney, docente presso la Akron University negli Stati Uniti, ha affermato che l’insediamento di Ziyarettepe, costituito da 32 ettari di terra presso il fiume Tigri e risalente in un periodo che va dal terzo secolo al Settecento a.C., è uno dei più antichi in tutta la zona e costituiva un importante centro strategico per gli Assiri, in quanto costituiva un luogo di comando e di accoglienza per i militari assiri, con tanto di maestoso palazzo che fungeva da residenza per il governatore quando doveva risiedere per qualche tempo tra le montagne. E la tavoletta in questione è stata ritrovata tra le rovine bruciate della stanza del trono del palazzo nel centro di comando assiro di Tuşhan.

Possibilità della scoperta di una lingua finora sconosciuta

Il traduttore della tavoletta, dottor John MacGinnis dell’Università di Cambridge, ha affermato che la tavoletta è stata incisa in una scrittura cuneiforme assira e rappresenta un ritrovamento molto significativo per storici e archeologi. La traduzione della tavoletta ha richiesto parecchio tempo, e ha portato alla scoperta di un elenco di nomi di donna all’interno del testo: molto probabilmente si trattava di donne che avevano lavorato a Tuşhan.

Lo studioso ha anche affermato che la cosa più sorprendente di questa scoperta è che i nomi sulla tavoletta non sono nomi assiri; questo fatto è stato confermato coinvolgendo un grande numero di studiosi e comparando i nomi con tante altre antiche lingue mediorientali. Nessuna delle lingue prese in considerazione, però, corrispondeva ai nomi individuati; non si tratta di persiano né di egizio, né di arabo, né di ebraico né di aramaico.

Secondo il professore, l’ipotesi più plausibile è che i nomi appartengano alla lingua Shubria, che è anche il nome di quella regione prima dell’arrivo degli Assiri. Un’altra possibilità altrettanto plausibile potrebbe essere quella che le donne siano state trasferite in loco dai Monti Zagros, che si trovano vicino alla frontiera tra Iraq e Iran.

McGinnis ha voluto sottolineare l’importanza del ritrovamento della tavoletta in quanto riporta tracce di una lingua nuova. Nella tavoletta sono incisi i nomi Bisunume, Ninuaya, Malinayasi, Sasimi, Pinda e Impane, e tutto quanto ritrovato finora fa pensare che il sito archeologico corrisponda al centro di stato chiamato ‘Tuşhan’ a Ziyarettepe.

Storia della regione

Secondo quanto afferma il professor Kemalettin Köroğlu della Marmara University, più di tre milioni di persone sono state riallocate e trasferite dagli Assiri. La lingua Shubria non è ancora molto conosciuta e non ne era mai stata ritrovata traccia per iscritto, ma è ormai certo che un gruppo di donne riallocate ha lavorato presso il palazzo assiro, il che costituiva una pratica standard presso i sovrani del regno.

Gli scavi appartengono al progetto “World Heritage Threatened by the Ilısu Dam Lake”, nato dallo sforzo congiunto del ministero della Cultura e della direzione generale delle Opere Idrauliche statali.

Fonte: http://notizie.antika.it/0012575_turchia-ziyarettepe-misteriosa-tavoletta-in-cuneiforme-con-una-ingua-sconosciuta/

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