tratto da http://www.lescienze.it/

Analisi genetiche sui resti ritrovati in alcune tombe di epoca minoica hanno permesso di dissolvere il mistero che circondava l’origine di quell’antica cultura. I fondatori della prima civiltà di Creta non provenivano dalle coste dell’Africa settentrionale, come si è a lungo pensato, ma erano un drappello di quei gruppi di agricoltori indoeuropei che, attraversando l’Anatolia, andarono a popolare l’Europa

L'origine europea della civiltà minoica

La civiltà minoica era autoctona e fu fondata dai discendenti dei primi coloni europei dell’isola di Creta, che vi approdarono durante il Neolitico, circa 9000 anni fa. A questa conclusione, che contraddice la lunga convinzione che quella cultura avesse origine da una più recente immigrazione dalle coste del Nord Africa, probabilmente dall’Egitto, è giunto un approfondito studio genetico condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Crera a Heraklion e dell’Università di Washington a Seattle, che firmano un articolo pubblicato su “Nature Communications”.

La convinzione che la prima grande civiltà sorta sul suolo europeo avesseorigine africane risale agli inizi del secolo scorso, quando sir Arthur Evans scoprì le rovine del tempio di Cnosso. Evans aveva osservato diverse somiglianze l’arte tra minoica e quella egizia, rilevando che le tombe circolari dei primi abitanti della parte meridionale di Creta erano simili alle tombe costruite dagli abitanti delle coste libiche.

L'origine europea della civiltà minoicaParticolare del tempio di Cnosso.

Successivi ritrovamenti archeologici avevano indotto altri studiosi ad avanzare varie altre ipotesi, come una provenienza dalle Cicladi, dall’Anatolia, dalla Siria, dalla Palestina, o anche uno sviluppo autoctono della civiltà minoica.

Tentativi più recenti di stabilire l’antica ascendenza dei Cretesi dell’età del bronzo usando DNA mitocondriale (mtDNA) e il cromosoma Y delle popolazioni moderne non erano finora riusciti a chiarire la questione, dando risultati contrastanti.

L'origine europea della civiltà minoicaStatuetta bronzea di epoca minoica

 

George Stamatoyannopoulos e colleghi hanno ora confrontato il DNA mitocondriale di 135 popolazioni moderne e antiche, analizzando in particolare i resti di scheletri ottimamente conservati ritrovati in due insediamenti di epoca minoica: uno (con 39 scheletri) di epoca “prepalaziale”, situato in prossimità del monastero di Odigitria, vicino a Festo, l’altro (con 37 scheletri) sull’altopiano di Lassithi, abitato ininterrottamente dal Neolitico e che raggiunse la sua massima espansione circa 3800 anni fa.

L’analisi dei polimorfismi del mtDNA condotta ricorrendo a due metodi diversi, applicati inoltre in due distinti laboratori, e il conseguente calcolo delle distanze genetiche, hanno permesso di concludere che gli attuali abitanti dell’isola sono discendenti diretti degli antichi Minoici e di escludere che questi avessero un’origine nordafricana.

Data la loro elevata affinità genetica con le popolazioni europee neolitiche e moderne, specialmente con i greci delle isole di Chio ed Eubea e del Peloponneso (e in particolare delle regioni storiche dell’Argolide e della Laconia), i fondatori della civiltà minoica sarebbero dunque stati i discendenti dei primi agricoltori neolitici indoeuropei, approdati a Creta durante la migrazione che, attraverso l’Anatolia, li portò a diffondersi in Europa.

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tratto da www.yurileveratto.com

La fonte storica più importante per conoscere la Storia degli Ebrei è la Bibbia. Secondo le conoscenze attuali, la Bibbia è un insieme di testi, ricompilati a partire dal XIII secolo a.C.
La Storia degli Ebrei risale tradizionalmente ad Abramo, che viveva ad Ur, in Mesopotamia, intorno al XIX secolo a.C.
Secondo la Bibbia Abramo ricevette da Dio l’ordine di andare in Palestina.
I successori di Abramo furono Isacco e Giacobbe, considerato il capostipite del popolo ebraico, infatti i suoi dodici figli guidarono le famose dodici tribù d’Israele.
Intorno al XVIII secolo a.C, gli Ebrei migrarono in Egitto in seguito ad una forte carestia. Dopo vari secoli di vita prospera l’etnia degli Ebrei fu perseguitata e, sotto la guida di Mosé, (XIII secolo a.C.), s’insediarono nuovamente in Palestina. Dopo un periodo di circa 200 anni durante il quale furono guidati da un gruppo di Giudici, iniziò il periodo classico della loro Storia, con i regni di Saul, David e Salomone.
Alla base della tradizione biblica sta il patto tra Dio, il cui nome ebraico è stato traslitterato in YHWH (dal verbo “essere”), e l’uomo, che, sempre secondo la tradizione, si verificò sul monte Sinai, quando vennero consegnate a Mosé le tavole della Legge, che furono poi conservate nell’Arca dell’Alleanza.
E’ riconosciuto dalla maggioranza degli storici ed epigrafisti che la Bibbia iniziò ad essere scritta intorno al X secolo a.C., con l’eccezione della Genesi, che potrebbe essere stata scritta qualche secolo prima (XIII secolo a.C.).
E’ interessante analizzare il perché nella Genesi fu utilizzato il simbolo del serpente come nemico di Dio, come entità tentatrice, da molti associato a “satana”, ovvero ad “un angelo che si è ribellato al Creatore e vuole giungere alla Conoscenza”.
Perché “satana” fu simboleggiato proprio dal serpente nella Genesi, e non da un altro animale?
Sembra che i cosiddetti scrittori jahvisti, ovvero adoratori di YHWH, inteso come “Assoluto Creatore del Cielo e della Terra”, abbiano attuato una scelta mirata nel scegliere il serpente come simbolo del male, ovvero come simbolo dell’ “antagonista di Dio”.
I due animali sacri nella cultura siro-cananea erano il toro e il serpente.
Il serpente, in particolare, era visto come un animale positivo, simbolo della vita (la sua pelle si rigenera indefinitamente). Esso vive negli anfratti e per questo richiama al concetto di utero e quindi di generazione della vita.
Il serpente è associato fin da tempi antichissimi alla Luna, in quanto anch’essa rinasce disfacendosi della sua ombra (da luna crescente a luna piena). Infine il serpente era visto come simbolo di saggezza, in quanto vive nell’inframondo e prevede l’avvenire.
Da notare che il serpente era un simbolo di saggezza e vita anche in molte altre culture pre-bibliche, come per esempio nelle culture dell’India dalle quali si originò il concetto di serpente attorcigliato su se stesso tre volte e mezza, (vedi mio articolo sulla Kundalini), e nelle culture americane, dove il serpente fa parte della Trinità andina ed è visto come entità positiva (vedi anche il mio articolo sul serpente bicefalo).
Tornando ai culti dei Cananei, bisogna sottolineare che il loro Dio principale, prima dell’arrivo degli Ebrei in Palestina, era Baal, Dio della fertilità, della vita, che era associato al serpente e a volte rappresentato come una divinità fallica.
Nella mitologia cananea Baal era figlio di El, il Creatore del mondo.
Dopo l’arrivo degli Ebrei in Palestina coesistettero i due Dei, da una parte Baal, adorato da secoli, il cui culto era radicato nel substrato dei Cananei, e dall’altra YHWH, che era stato introdotto dagli Ebrei.
Dal libro dei Giudici si evince che Gedeone (secolo XI a.C.) aveva distrutto un altare dedicato a Baal, e che quindi vi era una certa rivalità tra due fazioni.
La popolazione ebraica invece aveva assimilato i due Dei e aveva attuato un sincretismo tra essi.
Entrambi erano visti come generatori di vita, dispensatori di pioggia, e quindi propiziatori di fertilità. Però il culto per Baal era talmente radicato nella popolazione che molti lo adorarono fino al VII secolo a.C. Spesso fu rappresentato come toro, ma più frequentemente come serpente, quindi lunare ed eterno.
Il conflitto tra il culto per Baal e quello per YHWH continuò, come si evince dalle Cronache, quando Ezechia si oppose al baalismo.
Ed ecco che torniamo alla Genesi, che ha le sue origini in antichi miti dei Cananei, infatti vi troviamo l’albero della vita, con il serpente al suo fianco (generatore di vita). Però nella Genesi il ruolo del serpente è opposto rispetto ai miti cananei.
Cosa voleva indicare l’autore biblico?
Secondo alcuni studiosi il serpente è stato scelto con accuratezza proprio per sottolineare che ciò che produceva vita e fertilità in Canaan era fonte di instabilità e dissidio in Israele, che distanziava l’uomo dal vero e unico Dio, YHWH, ovvero dal concetto monoteista puro.
Dopo essere stato tentato dal serpente, che viene descritto come un semplice “animale”, nella Genesi, l’uomo viene scacciato dal Giardino e non ha più accesso ai simboli dell’albero della vita e della conoscenza. Viene introdotto così il concetto di “colpa” e Dio (YHWH), viene visto come trascendente, al di fuori della natura, ovvero: “causa prima”, “Assoluto”.
E’ stato lo scontro tra due diverse visioni del mondo: da una parte il mondo panteistico, dove Baal era parte della “natura”, rappresentava uno degli Dei, e propiziava la fertilità, e dall’altra il concetto nuovo del monoteismo, ovvero della “causa prima”.
Ecco che nella Genesi, il serpente è Baal, visto come il “male”, che offre all’uomo la conoscenza e la fertilità, ma viene punito da Dio, e trasformato in un semplice animale, ora simbolo del male, e non più della vita e della fertilità.

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29
apr

I progenitori dell’Atlantide

   Posted by: barbara   in Spiritualità

Dalle prime pagine di Cronaca dell’Akasha di Rudolf Steiner

 

“Chi si limita alla conoscenza del mondo sensibile non può immaginarsi quanto differissero da noi i nostri progenitori dell’Atlantide; e non soltanto nell’aspetto esteriore, ma anche nelle qualità dello spirito. Le loro cognizioni, le arti tecniche, tutta la loro cultura era ben diversa da quella dei nostri giorni. Osservando l’umanità atlantica dei primi tempi, vi troviamo facoltà spirituali diverse in tutto dalle nostre. L’intelletto razionale, la facoltà di combinare e di calcolare sulla quale oggi è basato tutto ciò che si produce, mancavano interamente ai primi Atlanti.

Essi possedevano invece una memoria sviluppatissima che era una delle loro facoltà spirituali più spiccate. Il loro modo di calcolare, per esempio non consisteva, come il nostro, nell’imparare alcune regole per poi applicarle. L’abbaco, nei primi tempi dell’Atlantide, era ancora sconosciuto; nessuno aveva impresso nel proprio intelletto che tre per quattro fa dodici; il fatto che chi aveva bisogno di fare questo cal- colo sapesse trarsi d’impaccio, dipendeva da ciò: ch’egli si riportava ad altri casi simili o uguali avvenuti precedentemente; si ricordava di quello ch’era stato applicato prima in circostanze analoghe.

Dobbiamo chiarirci che, ogni qualvolta in un essere si sviluppa una nuova facoltà, un’altra perde di forza e d’acutezza. L’uomo odierno possiede, di fronte a quello dell’Atlantide, l’intelletto razionale e la facoltà combinativa; la memoria invece è venuta meno. Oggi gli uomini pensano per concetti; gli Atlanti pensavano per Immagini. E allorché un’immagine sorgeva nella loro anima, essi si ricordavano ditante etante altre immagini simili già vedute; e a seconda di ciò formavano il loro giudizio. Perciò anche l’insegnamento era diverso a quei tempi; non rivolto a corazzare il fanciullo di regole o ad acuire il suo intelletto, ma piuttosto a fargli conoscere la vita per mezzo di immagini evidenti, in modo da dargli un largo patrimonio di ricordi sul quale regolare la sua azione avvenire nelle diverse circostanze.

Allora, cresciuto ed entrato nella vita, egli ricordava, in ogni sua azione di aver già veduto qualcosa di simile durante gli anni di scuola; e quanto più il nuovo caso somigliava a qualche caso già veduto, tanto più facilmente vi si raccapezzava. Trovandosi in circostanze nuove, l’uomo atlantico doveva sempre provare e riprovare, mentre l’uomo d’oggi si risparmia molte esperienze, fornito com’è di regole che può applicare facilmente anche nei casi non ancora incontrati. Un tale sistema d’educazione dava a tutta la vita un carattere di monotonia. Si facevano le stesse cose allo stesso modo per lunghi periodi di tempo. La memoria fedele non permetteva nulla che somigliasse, anche lontanamente, alla celerità del progresso attuale. Si faceva ciò che si era sempre veduto fare. Non si rifletteva, si ricordava. 

Non era un’autorità chi aveva molto studiato, ma chi aveva molto vissuto, e poteva per conseguenza molto ricordare. Sarebbe stato assolutamente escluso che, prima di una certa età, qualcuno potesse prendere qualsiasi decisione in una materia importante; si aveva fiducia solo in chi aveva dietro di sé una lunga esperienza”.

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27
apr

Le piramidi e l’energia termo-nucleare

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

dal sito: www.acam.it

Le antiche rappresentazioni di culto, soprattutto relative a tradizioni che si perdono nella cosiddetta “notte dei tempi” e che potremmo definire meglio “teistico – tecnologiche”, costituiscono spesso un vero e proprio mistero, soprattutto laddove esse siano state raffigurate in Codici illustrati giunti integri fino a noi. Detti Codici, spesso salvati solo grazie alla buona volontà di lungimiranti appassionati , raccolgono immagini tramandate da generazioni e generazioni e , sebbene non abbiano un valore probatorio assoluto, diventano una interessante consultazione. Ove neghino l’assunto o la teoria che si intende sostenere hanno un effetto estremamente negativo, mentre, ove l’assunto o la teoria vengano confermate, non ci sarà alcun valore probatorio ma certamente un elemento a favore. Almeno questo.

maya fuoco 300x212 Le piramidi e l’energia termo nuclearemaya fuoco2 300x168 Le piramidi e l’energia termo nucleare

(Immagini raffiguranti la Festa del Nuovo Fuoco e la carica di combustibile di una moderna centrale termonucleare ad uranio naturale)

Dato che nel nostro caso, stiamo cercando di dimostrare che le grandi piramidi fungevano da centrali per la produzione di energia elettrica mediante l’utilizzo di minerali allo stato naturale e non arricchito, ed ovviamente mediante l’utilizzo di vapore ad altissima pressione, ogni immagine o descrizione in tal senso può diventare fondamentale. Giusto a titolo di promemoria, ricordiamo che non solo le piramidi di Teotihuacan in Messico, di Giza in Egitto e di Sian Fu in Cina sono poste su una medesima circonferenza planetaria ( quasi si trattasse di un “cerchio” attorno al nostro pianeta, ma addirittura che tali siti sono sempre circondati da grandi quantità di acqua (ingiustificabili se si raffronta il tessuto urbano di riferimento attorno a tali colossi) e che all’interno di alcune piramidi sono stati reperiti materiali isolanti derivati dalla lavorazione di minerali resistenti a temperature di oltre 700/800 gradi centigradi, peraltro utilizzati anche oggi. Il problema consiste nel modo in cui tali minerali sono stati lavorati: senza specifiche attrezzature industriali non è possibile reperire detto materiale nel modo in cui è stato rinvenuto. E questa è certamente una prova di una antichissima tecnologia. Ma torniamo alle rappresentazioni ed ai Codici illustrati (ovviamente mediante disegni realizzati a mano), tenendo presente che chi ha disegnato tali codici non aveva ovviamente la minima idea di cosa fosse, o sia, una centrale termo – nucleare.

Presso i Maya, e poi anche gli Aztechi, si celebrava una festa molto importante, detta del “FUOCO NUOVO”, ogni 52 anni. Già l’intervallo tra le ricorrenze della festività è davvero considerevole, se si tiene presente che molte persone, data l’età media del tempo, questa festa non avrebbero, e non avranno potuto, assolutamente vederla. Comunque la cerimonia si svolgeva nel seguente modo : fin da cinque giorni prima della fatidica data del “Fuoco Nuovo” tutto si fermava; il lavoro di qualunque genere veniva interrotto, i fuochi venivano spenti, si osservava un silenzio assoluto, venivano rotte le suppellettili e, in definitiva, ci si comportava come se la vita si stesse completamente fermando per mancanza di energia, o meglio di “fuoco”.

Poi, all’alba del sesto giorno, se un particolare cerimoniale andava a buon fine, ossia se una particolare torcia accesa dal capo dei Sacerdoti Maya sprigionava ed emanava scintille, il “nuovo fuoco” veniva acceso tra il tripudio generale, la vita riprendeva e tutti i fuochi precedentemente spenti venivano riaccesi nell’intero impero.

Soprattutto, e qui la cosa si fa più incredibile ancora, venivano inseriti particolari oggetti all’interno delle piramidi di Teotihuacan, proprio a voler confermare che un nuovo ciclo di fuoco era finalmente cominciato, e che quindi, per altri 52 anni , si sarebbe potuti stare tranquilli, riprendendo così tutte le proprie attività, interrotte da alcuni giorni. Francamente un significato assolutamente incomprensibile ove non si comincino ad analizzare le immagini tratte dal Codice in Questione. Si notano i sacerdoti, che portano in mano fasci di natura non chiara, e si capisce che tali fasci verranno inseriti in alcuni fori posti all’interno della piramide, raffigurata come un sole con tutti i raggi. Ora, non è difficile pensare ad una cerimonia che ricorda la carica di combustibile in una centrale termica, anche dei nostri giorni, mediante l’introduzione di barre di combustibile negli appositi alloggiamenti di forma circolare. Anche il periodo di 52 anni può corrispondere, e ricordare, il periodo di durata del combustibile, o della stessa centrale.

Il tutto non sembra essere certo una casualità e la raffigurazione di un nuovo sole altro non sembra che il ricordo dell’accensione, o della ri-accensione, di una centrale di tipo nucleare. Ma c’è un dato ancor più significativo, o se vogliamo, davvero sconvolgente.

Spesso viene detto che non bisogna confrontare la nostra tecnologia con quella, eventuale, del paleolitico. Giusto, solo che, a fronte di scoperte ormai sempre più frequenti (spesso su bassorilievi Egizi), viene da pensare che un collegamento ci sia, casuale o voluto da chi, forse, tale tecnologia antica ha già avuto occasione di poterla ammirare. Si tratta di una ipotesi, ovviamente, ma se provate ad accostare l’immagine raffigurante il combustibile trasportato a braccia dai sacerdoti, con quella raffigurante il “moderno” carico di combustibile di una centrale ad uranio naturale in attività soprattutto negli anni Sessanta, noterete che sono praticamente identiche, comprese le legature dei fasci di combustibile.

Penso che rimarrete alquanto allibiti, proprio come è accaduto a me…

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Rey Salomón, la reina de Saba y el enigma de la legendaria tierra de Ofir

David, il successore di Saul, fu il secondo re d’Israele e regnò dal 1010 al 970 a.C. Il figlio di David, Salomone, che fu proclamato re da suo padre, regnò per circa 40 anni e ampliò il dominio d’Israele.
Sotto il suo comando il regno si estendeva dal fiume Eufrate fino all’Egitto ed inoltre aveva due alleati molto importanti: il re Hiram, a capo dei Fenici, i grandi navigatori dell’antichità, e la regina di Saba, che dominava un regno esteso nell’attuale Yemen ed Etiopia, che gli forniva oro, incenso, profumi e spezie.
L’opera più importante del re Salomone fu la costruzione del Tempio di Gerusalemme, dove era depositata l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le tavole della Legge, che secondo la tradizione erano state consegnate da Jehova a Mosè.
Per costruire il Tempio di Gerusalemme, Salomone aveva bisogno di una quantità spropositata d’oro e argento, che si procurava, secondo il Libro dei Re nella Bibbia, nel leggendario paese di Ofir.
Le sue flotte comandate da esperti navigatori Fenici partivano dal Mar Rosso e tornavano indietro dopo tre anni di navigazione, ricolme d’oro, argento, pietre preziose e profumi.
Salomone, che si era convertito in pochi anni nel re più potente e saggio del mondo, ammetteva alla sua corte dignitari e ambasciatori da tutte le nazioni della Terra, ma un giorno arrivò al suo cospetto una donna meravigliosa il cui nome era Makeda (o Balkis): era la regina di Saba, un poderoso regno che comprendeva l’attuale Yemen e l’Etiopia, la cui capitale era Aksum.
Makeda regalò a Salomone una smisurata quantità d’oro e argento, oltre a profumi e pietre preziose, ma non si concesse. Era vergine e voleva preservare la sua purezza. Salomone, che aveva trecento mogli e altrettante concubine, la desiderava, ma non volle insistere.
La leggenda narra che, l’ultimo giorno, prima di partire alla volta del suo regno, Makeda fu invitata da Salomone per un ultimo banchetto. Salomone le domandò se lei potesse mai prendere una qualsiasi cosa di sua proprietà, senza chiedergli il permesso. Lei rispose di no, e che avrebbe sempre chiesto il permesso per qualsiasi cosa avesse desiderato.
Allora Salomone le propose un patto: se lei avesse preso una qualsiasi cosa di sua proprietà senza chiedergli il permesso, lui avrebbe potuto chiederle (e ottenere), ciò che più gli interessava. La regina di Saba accettò il patto.
La cena era composta da numerose portate di pesce e carne molto salate, annaffiate da vino rosso. Quando Makeda si ritirò nei suoi appartamenti notò che nel comodino a fianco del suo letto c’era un gran bicchiere di cristallo pieno d’acqua, ma non ci fece caso e cadde in un sonno profondo.
Nel bel mezzo della notte si svegliò con una forte sete, dovuta alla cena salata. Senza pensare prese in mano il vaso di cristallo e bevve quell’acqua per dissetarsi. Salomone, che era dietro alle tende, la vide e le ricordò il patto: lei aveva preso qualcosa di suo (l’acqua, il bene più importante), senza domandare il permesso. Fu così che Salomone, ottenne da Makeda ciò che desiderava, e lei acconsentì, senza rimorsi.
Quando Makeda tornò ad Aksum diede alla luce un bambino, che venne chiamato Menelik, e fu il primo imperatore d’Etiopia. La leggenda narra che Menelik una volta raggiunta la maggiore età, fece visita a Salomone, che era vecchio e non più brillante come vent’anni prima. Salomone lo accolse con i massimi onori, e gli consegnò, sempre secondo la tradizione, l’Arca dell’Alleanza, che forse ancora oggi è conservata in Etiopia.
Tornando alla flotta del re Salomone e ai viaggi oceanici verso la leggendaria terra di Ofir: molti storici hanno tentato di ubicare questo mitico paese in Africa, in India e anche in Perù (tesi di Benito Arias Montano), ma fino ad oggi non vi sono state prove esaustive sulla sua ubicazione.
A mio parere possibile che il leggendario paese di Ofir sia stato realmente l’Alto Perú, (l’attuale Bolivia), con le sue enormi miniere d’argento di Potosí.
Uno dei primi sostenitori della teoria della presenza antica dei Fenici in Brasile fu il professore di storia austriaco Ludwig Schwennhagen (XX secolo), che nel suo libro “Storia antica del Brasile”, citava gli studi di Umfredo IV di Toron (XII secolo), che a sua volta aveva descritto i viaggi di navi fenicie fino all’estuario del Rio delle Amazzoni.
Come sappiamo, sono varie le evidenze archeologiche e documentali su una possibile antica presenza dei Fenici (o Cartaginesi), in Brasile: la pietra di Paraiba, i pittogrammi della Pedra de Gavea e i petroglifi della Pedra do Ingà, oltre al misterioso documento 512.
Vi è, però un’altra evidenza archeologica che suggerisce una possibilità sulla probabile coincidenza della terra di Ofir con l’Alto Perù: l’esistenza di un antico e lunghissimo cammino, detto in portoghese “Caminho do Peabirú”, che dalle attuali coste dello Stato di San Paolo e Santa Catarina (Brasile), conduce, dopo circa 3000 chilometri, proprio fino a Potosì, e prosegue fino a Tiahuanaco e Cusco.
Il lingua Tupi Guaranì la parola “Peabirù” significa: “cammino di andata e ritorno”, quasi a significare che qualcuno nel passato lo percorresse per commerciare e ottenere così argento e oro.
Secondo la mia interpretazione Peabirù potrebbe significare: “cammino al Perú”, in quanto pe significa sentiero o cammino in idioma Tupi Guarani, mentre Birù è il nome antico del Perù.
Il cammino del Peabirù è stato studiato recentemente da archeologi brasiliani che hanno appurato che esso iniziava presso la zona di San Vicente. Un altro tronco del sentiero iniziava presso l’attuale stato di Santa Catarina. Entrambi s’inoltravano nella foresta, la cosiddetta Mata Atlantica, oggi quasi totalmente scomparsa. Quindi i due rami del cammino si univano presso l’attuale stato del Paraná dove la sua larghezza raggiungeva 1,4 metri. Il cammino seguiva fino all’attuale città di Corumbá ed entrava nell’odierna Bolivia presso la città di Puerto Suarez. Quindi dopo aver attraversato le praterie del Chaco, si dirigeva fino a Potosì.
In tempi storici il portoghese Aleixo Garcia (1524) percorse il cammino di Peabiru, e raggiunse l’Alto Perù, nove anni prima che Pizzarro raggiungesse il Cusco.
L’esistenza dell’antico cammino del Peabirù è importantissima, perché prova che era possibile, dalle coste di Santa Catarina o San Vicente (Brasile), raggiungere il Cerro Rico di Potosì (la montagna più ricca d’argento del mondo), con un viaggio di circa 2 mesi. E’ possibile che il cammino di Peabirù fosse conosciuto dai Fenici e quindi anche dal re Salomone?
E’ possibile che Ofir sia stato realmente l’Alto Perù?
Se consideriamo che le navi di re Salomone partivano dal Mar Rosso e ritornavano dopo circa tre anni di viaggio, la coincidenza di Ofir con l’Alto Perù potrebbe non essere solo una supposizione.
Ma chi avrebbe fornito a re Salomone la preziosa informazione sull’ubicazione del ricchissimo paese ricco d’argento e d’oro?
Ripercorrendo a ritroso nel tempo possiamo avanzare l’ipotesi che i Sumeri conoscessero già il cammino di Peabirù, basandoci sul famoso ritrovamento della Fuente Magna, il vaso cerimoniale conservato oggi a La Paz.
Solo ulteriori studi archeologici del cammino di Peabirù potranno portare alla luce altri importanti reperti di questa storia affascinante che apre nuove possibilità sulle conoscenze geografiche e sui viaggi oceanici dell’antichità.

Tratto dal sito:  http://www.yurileveratto.com

 

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22
apr

Una lanterna bizantina a forma di chiesa

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

Una grande struttura utilizzata per l’estrazione del succo d’uva 1.500 anni fa è stata trovata in Israele, vicino alla strada per il porto di Ashkelon. Da Ashkelon, il vino veniva poi esportato in tutto il Mediterraneo.

Il proprietario era probabilmente cristiano, visto che vicino è stato portata alla luce una lanterna di ceramica decorata con motivi floreali e cinque croci. La lanterna era stata creata a forma di chiesa, con una apertura dove inserire una lampada ad olio. Grazie alle aperture ai lati, la luce si diffondeva proiettando le ombre delle croci sulle pareti e sul soffitto, ha spiegato il direttore dello scavo Rina Avner.

A ceramic lantern shaped like a miniature church, unearthed at Hamei Yoav in southern Israel (photo credit: Courtesy of the Israel Antiquities Authority)

(Israel Antiquities Authority)

(Israel Antiquities Authority)(Israel Antiquities Authority)

 

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22
apr

Nuova vita per Eleutherna

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

Vista generale del sito dell’antica Eleutherna
Il museo del sito archeologico di Eleutherna, nella prefettura di Rethymno, a Creta, sarà pronto a ricevere i primi visitatori nel 2015. Si sta ultimando, infatti, la sua costruzione. A tutt’oggi sono pronti il seminterrato e il primo piano.
Con la previsione di apertura è stato anche approvato un piano di scavo (2013-2015) che vedrà impegnate il Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti dell’Università di Creta, presente sul sito dal 1985. Le indagini scientifiche coinvolgeranno il professor Nicholas Stampolidis, docente di Archeologia Classica e la dottoressa Christina Tsigonaki, che si occupa di archeologia bizantina. Gli scavi mirano a rivelare la fase ellenistica e romana della città e ad individuare la reale ampiezza della necropoli geometrico-arcaica di Orthi Petra.
Gli scavi di Eleutherna hanno permesso di recuperare reperti eccellenti appartenenti a diverse fasi cronologiche, come case e strade lastricate, santuari, una grande cava di calcare, iscrizioni, sculture, oggetti e vasi in vetro e metallo, statuine e oggetti in avorio.

Uno dei reperti ritrovati nella necropoli

I reperti più importanti provengono dalla necropoli di Orthi Petra. Si tratta di gioielli in oro e resti di lamine del prezioso metallo applicate sui vestiti che indossavano le donne qui sepolte tra il 750 e il 650 a.C.. Inoltre una recente ricerca ha dimostrato che tutte le donne seppellite ad Orthi Petra erano in una qualche relazione di parentela di sangue tra di loro: erano madri, nonne, zie, figlie. Rimane un mistero il loro status sociale e la loro identità. Molte di queste donne sono state sepolte entro dei pithoi, dei grandi vasi, che ricordavano la funzione essenziale della donna, quella di gestire l’economia della casa, i beni, le ricchezze, gli animali. Il pithos, in questo caso, rappresentava la sicurezza durante il passaggio ad uno status diverso.
Nel 1990 sono stati scoperti i resti cremati di più di 100 guerrieri di stirpe aristocratica. Purtroppo non è stato possibile estrarre, dai resti, materiale utile per l’analisi del Dna. Ad Eleutherna nacquero il poeta Lino, il filosofo Diogene, il poeta tragico Ametor e lo scultore Timochares.

Placca in avorio di manifattura egiziana proveniente
da una domus patrizia a Eleutherne

Il nome la città lo mutuò da uno dei Cureti, legati alla mitologia dello Zeus cretese. La città, infatti, presenta una continuità di occupazione sin dall’età protominoica. Il primo scavo vi fu condotto nel 1929 dalla Scuola Britannica di Atene che non sortì risultati interessanti malgrado i rinvenimenti di statue, elementi architettonici, iscrizioni e ceramica. Nel 1985 inizia lo scavo guidato dal Dipartimento di Archeologia e Storia dell’Arte dell’Università di Creta.

La Dama di Auxerre,
proveniente da
Eleutherna

Eleutherna fu fondata dai Dori nel IX secolo a.C., al crocevia tra Kydonia, Knossos e il santuario del Monte Ida. Si schierò al fianco di Filippo V di Macedonia contro Rodi e Cnossos. Quinto Cecilio Metello, nel 68-67 a.C., conquistò l’isola di Creta e trovò la città di Eleutherna estremamente florida ed attiva. La popolazione continuò ad aumentare anche durante l’età imperiale fino a quando un terremoto devastò Creta nel 365 d.C.. In epoca bizantina fu sede vescovile e vi venne costruita una basilica (VII secolo a.C.). In quest’ultima venne ritrovata una scritta dedicatoria in cui è citato il committente, il vescovo di Eleutherna Eufratas, che partecipò al IV Sinodo di Calcedonia nel 451.
Nel corso dell’VIII secolo d.C. Eleutherna subì un tentativo di invasione da parte degli Arabi, ma riuscì a resistere fino ad una nuova incursione avvenuta ai tempi di Harun el-Rashid (768-809). La città venne definitivamente abbandonata dopo il 787 e fu nuovamente devastata da un terremoto nel 796.
La parte orientale della collina di Eleutherna venne scelta come luogo per la costruzione di dimore aristocratiche, di cui sono stati ritrovati due esemplari e le grandi terme tra il 1985 e il 2003. Una delle case ha tutte le caratteristiche di una dimora patrizia romana, munita di cisterna nella quale erano convogliate le acque piovane. Della villa sono state ritrovate, in frammenti, delle lastre di rivestimento e anfore vinarie locali del IV secolo, monete, tessere vitree colorate e molti frammenti di stucco colorato appartenenti a rivestimenti parietali.

 

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tratto da http://www.segnidalcielo.it/

Indonesia: misteriosa mappa stellare rinvenuta su una roccia – le fotografie
 
Dalle analisi fotografiche effettuate da alcuni ricercatori e geologi sulle incisioni rinvenute su una pietra scoperta in Indonesia, sembra comparire l’immagine di una mappa misteriosa. Si tratta di un artefatto alieno?
 
Le fotografie apparentemente mostrano un artefatto di origine sconosciuta. Le immagini recentemente rilasciate dal ricercatore Stephen Hannard (ADG) mostrano due strane rocce fuse che contengono una mappa stellare con strani simboli e sculture.L’oggetto misterioso è stato scoperto dal Sig.CA Castillo,geologo e ricercatore a Kupang in una cava sul mount of Satan,Oesu’u in Indonesia e recuperato nel 1992.
 
 
 
mappa aliena553 Apr. 16 17.19
  mappa aliena556 Apr. 16 17.19
 
 
mappa aliena552 Apr. 16 17.18
 
 
L’aspetto straordinario è che nelle due rocce sono incisi dei simboli che descrivono una sorta di mappa stellare, molto simile a quella disegnata nella placca progettata da Carl Sagan e Frank Drake, collocata a bordo della sonda Pioneer 10, lanciata nel 1972.
Il manufatto possiede inoltre anche un campo magnetico, che sembra essere emanato dalle rocce. Questa anomalia si può riscontarre quando queste rocce si trovano in prossimità di apparecchi elettrici o elettronici.
 

 

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9
apr

L’antica faccia del mondo

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

dal sito: http://www.terraincognitaweb.com

Una leggenda proveniente da un piccolo paesino russo ha messo in seria difficoltà l’intera concezione storica umana, riproponendo alla scienza quegli spettri del passato ai quali ha sempre cercato di sottrarsi. Una scoperta avvenuta alle pendici dei monti Urali sarebbe la prova incontestabile dell’esistenza di una civiltà venuta molto prima e scomparsa d’improvviso. Se questa dichiarazione fosse confermata straccerebbe ogni umana certezza riguardo ciò che è stato nel passato.

di Alessandro Moriccioni e Andrea Somma

Quando Dio progettò il mondo sulla mappa dei milioni di anni
Aleksandr Chuvyrov
Aleksandr Chuvyrov

Il cielo plumbeo e le basse nuvole avvolgono la catena montuosa degli Urali rendendola ancor più inquietante e inaccessibile. La nebbia cala giù sino alle pendici di queste sculture naturali preannunciando la desolazione siberiana dove le vestigia di popoli scomparsi da centinaia d’anni si rincorrono tra steppe e precipizi densi di memorie. Gli Urali percorrono la Russia occidentale come vertebre fossilizzate di un antico animale estinto in ere anch’esse cancellate da giorni, che qui più che altrove, sembrano scorrere ognuno identico al primo. Questa è la Russia, un crocevia di popoli, dapprima nomadi, che convivono nel mystero costante, immersi in un groviglio di tradizioni passate e ideologie progressiste caratteristiche di ogni popolo dell’Asia. Solo in un simile scenario sarebbe potuto accadere quanto vi stiamo per documentare, una scoperta scientifica, fatta da scienziati, che, se confermata, in futuro potrebbe sovvertire la nostra nozione di storia.
Sono le 11:20 di una calda e assolata mattina di giugno. Per essere esatti è Mercoledì 5 giugno 2002, quando la notizia diffusa in Italia dall’agenzia Ansa rimbalza sulle maggiori testate giornalistiche. La rete Internet, i vari televideo e i giornali riportano l’enigmatica notizia senza fornire molte spiegazioni e tutto si risolve nel giro di poche ore durante le quali il sensazionale annuncio viene riportato. Ovunque si spegne in poche righe striminzite che tutti esprimono con le stesse identiche parole, in mancanza d’informazioni più dettagliate. Il mondo accademico non se ne accorge nemmeno e la vicenda viene, come prevedibile, dimenticata.
Ma in rete questo avviene raramente e l’inevitabile polemica ha finito per coinvolgere il nostro paese a seguito delle dichiarazioni ribadite in seno alla trasmissione Stargate condotta dal dottor Roberto Giacobbo sulla rete televisiva nazionale La7. Ma andiamo per ordine.
Torniamo al 5 giugno quando l’Ansa emette questo comunicato:

Mosca – Scienziati russi hanno annunciato di aver trovato nella regione degli Urali una grande lastra minerale di origine artificiale che ritengono vecchia di 120 milioni di anni e che riporterebbe una mappa geografica in rilievo della regione. Lo ha riferito il professor Aleksandr Chuvyrov, della facoltà di chimica dell’Università del Bashkir, nella repubblica russa del Bashiri, secondo il quale la mappa tridimensionale potrebbe essere stata realizzata solo grazie a prospezioni aeree. Secondo quanto ha detto Chuvyrov all’Ansa, confermando informazioni pubblicate dal quotidiano Prava Ondine, la lastra sarebbe solo un frammento di un’enorme mappa di tutta la Terra che, data l’ipotizzata età del manufatto sconvolgerebbe tutte le conoscenze attuali. L’uomo di Neanderthal comparve sulla Terra 75.000 anni fa. Chuvyrov, 53 anni, ha detto di non voler suggerire un’origine extraterrestre, ma definisce inspiegabile la mappa. La lastra, alta 148 centimetri, larga 106, spessa 16 e pesante 1,5 tonnellate è formata da tre strati sovrapposti di dolomite, diopside e porcellana. E’ stata rinvenuta nella località di Chandar, negli Urali, nel 1999 ma se ne è avuta notizia ora. La mappa, secondo quanto indica lo scienziato russo, riporta la identificabile geografia antica della regione, più quelle che appaiono come opere di ingegneria con sistemi di canali e dighe. Vi sono inoltre iscrizioni in una lingua geroglifico-sillabica di origine sconosciuta. All’inizio gli scienziati russi ritenevano che potesse risalire ad alcune migliaia di anni fa, ma poi sono state ritrovate incastrate negli strati conchiglie fossili che risalgono fra i 50 e i 120 milioni di anni fa. L’età sarebbe confermata anche dalla configurazione dei fiumi e canyon come sarebbero stati decine di milioni di anni fa. La mappa, secondo gli scienziati russi, non potrebbe essere stata realizzata a mano, ma verosimilmente con strumenti di alta precisione e grazie a prospezioni aeree.

Mappa del creatore
Mappa del creatore

Secondo una leggenda del luogo, un numero imprecisato di lastre raffiguranti grandi zone della Terra, dovevano trovarsi in un piccolo paese ai piedi dei monti Urali. Nel luglio del 1999 una di queste lastre venne effettivamente rinvenuta sotto il pavimento del porticato della casa di un ex funzionario dell’amministrazione locale. All’inizio gli scienziati russi, il cui intento  sin dal 1995, era quello di provare una migrazione cinese verso le zone della Siberia e degli Urali, pensarono che le iscrizioni scolpite sulla lastra e non ancora decifrate, fossero un antico idioma di origine cinese. Infatti in molte zone della Siberia e della Russia in generale sono state in passato rinvenute steli incise in un’antica lingua del Catai, come documentato nel libro di Gavin Menzies 1421: la Cina scopre l’America. Tuttavia queste tesi non ha retto per molto, poiché nessuno degli esperti è riuscito a leggere quei segni. Si pensa attualmente che si tratti di un linguaggio geroglifico-sillabico di origine sconosciuta.
Negli archivi del governo generale della città di Ufa sono presenti dei documenti che riportano il ritrovamento, avvenuto nel diciottesimo secolo, di numerose lastre di pietra di aspetto curioso. Persino l’archeologo A. Schmidt ha riferito di aver osservato lastre di colore bianco piuttosto inusuali. Partendo da queste affermazioni, il team di scienziati guidati da Chuvyrov, partì alla ricerca delle leggendarie lastre, senza però trovare alcunché. Fino al 1998 Chuvyrov era convinto che si trattasse appunto solo di una leggenda. Tuttavia nel 1999 una lastra venne segnalata a Chuvyrov dall’ex funzionario statale di Chandar. La lastra, pesante circa una tonnellata, venne estratta con la massima cautela e venne ripulita dal terriccio. Gli scienziati poterono a questo punto esaminare il reperto e riconobbero la morfologia della Bashkiria. Chuvyrov afferma che nell’arco di milioni di anni la geografia della zona rappresentata non è poi cambiata molto; infatti gli studiosi russi e cinesi al seguito di Chuvyrov, stabilirono che la mappa descriveva i fiumi Belya, Ufimka e Sutolka, oltre a diversi canyon dei monti Urali. Tra i segni sconosciuti incisi sulla pietra, di chiara origine artificiale, il professore russo è convinto di averne decifrato uno, che, a parer suo, indicherebbe la latitudine dell’attuale città di Ufa.
Gli studiosi hanno stabilito l’età della lastra prima attraverso l’analisi al radiocarbonio degli strati, quindi per mezzo di due molluschi rinvenuti all’interno dello strato di porcellana con lo scopo di segnalare due punti precisi. Questi molluschi noti alla scienza come Navicopsina munitus e Ecculiomphalus princeps, rispettivamente estinti 500 e 120 milioni di anni fa. Si è diffusa la convinzione che la lastra sia stata realizzata quando il polo magnetico del globo terrestre si trovava presso la zona della Terra di Francesco Giuseppe nel mare di Barents.
E’ a questo punto che Chuvyrov, grazie al suo sodalizio con una scienziata cinese, abbandona definitivamente l’idea di una possibile origine storico-cinese della mappa.

Parola di Chuvyrov

Vi proponiamo ora l’unica intervista rilasciata nel nostro paese dal professor Aleksandr Chuvyrov alla trasmissione Stargate linea di confine dove lo scienziato russo ha ribadito le affermazioni fatte in precedenza.

Mappa del creatoreSono molto lieto di trovarmi qui nello studio di Stargate linea di confine. Questa è la prima volta che vengo in Italia in questo studio e ringrazio di questo la rivista Hera. Il fatto è che questa estate attorno alla mia scoperta c’è stata una grandissima discussione in tutta la stampa mondiale. Molti giornalisti e le redazioni della televisione pensano addirittura che io sia semplicemente un’invenzione più o meno fortunata dei giornalisti russi. Invece io sono una persona viva e sono qui presente; vorrei raccontarvi della mia scoperta.
In un paesotto di nome Chandar che non si trova molto lontano da un canyon nei monti Urali più o meno fino a cento anni fa secondo le leggende esistevano 6 lastre misteriose che si pensava fossero scomparse.Io ho organizzato nel 1998 e nel 1999 sette spedizioni e ho fatto anche ricognizioni in elicottero per cercare queste lastre e finalmente nel 1999, il 21 luglio per l’esattezza, sono riuscito a trovare esattamente sotto la casa dell’abitante più vecchio di Chandar una lastra di questo genere. Ci siamo stupiti incredibilmente quando abbiamo tirato su questa lastra e abbiamo visto che era praticamente un’iscrizione, era una mappa in tre dimensioni che raffigurava una parte della superficie terrestre. Dopodiché abbiamo portato a Ufa questa tavola e abbiamo organizzato un laboratorio speciale ed abbiamo invitato tutta una serie di specialisti nei vari campi della scienza soprattutto geologi, geografi, cartografi, filologi, fisici, matematici ed esperti di merci e tecnologia di materiali. Da una prima analisi abbiamo scoperto che questa pietra contiene delle informazioni cartografiche relative alla parte meridionale della catena dei monti Urali quindi è una mappa della parte sud dei Monti Urali. Non è ripeto una mappa semplice ma in tre dimensioni dove sono indicate tutte le montagne e tutti i fiumi nell’aspetto reale che hanno secondo le misure che sono riportate secondo la scala. Questa scala è 1 a 1,1 cioè vuol dire 1 centimetro è un chilometro e cento metri. Dopodiché abbiamo visto che la pietra aveva dimensioni di 1,48 per 1,06 per 16 centimetri di spessore Questa pietra è fatta di tre strati, il primo è di dolomite, il secondo di diopsite e il terzo è una copertura di porcellana. La copertura di porcellana è stata fatta dopo che era stato fatto il rilievo, cioè dopo che erano stati fatti i tagli sulla pietra. Devo farvi notare che lo strato di diopside è stato fatto utilizzando la nanotecnologia, questo perché la durezza della diopsite è simile a quella del corindone e altrimenti non si sarebbe potuto legare il materiale successivo. Sulla carta vediamo alcuni canali, ci sono 12000 chilometri di canali. I canali sono larghi 500 metri sono profondi 300 metri. Oggi come oggi non possiamo immaginare con esattezza chi possa aver fatto questo lavoro ma in effetti posso dire che attualmente è l’unico oggetto che abbiamo trovato di questo tipo. Non ha analoghi al mondo e abbiamo fatto un’expertize della porcellana e ci siamo resi conto che era un tipo di porcellana sconosciuto comprendente anche delle iscrizioni sconosciute. Abbiamo notato che nella parte sinistra della carta c’è un modello del sistema solare e da questo dettaglio possiamo cercare di determinare la data più bassa di quando hanno fatto questa mappa. Possiamo dire perlomeno che la mappa è stata realizzata più di 13000 anni fa. Ci sono altri dati indiretti che fanno vedere qual’è l’età della mappa. Voglio sottolineare che sono dati indiretti. Per esempio sono dati paleontologici che permettono di dare una età di 120 milioni di anni.
Vorrei farvi notare che per realizzare alcuni dei segni convenzionali nella carta sono stati inseriti dei molluschi che sono scomparsi più 60 milioni di anni fa. Abbiamo fatto un’analisi molto attenta di questi molluschi che ci ha dimostrato che sono stati murati nella mappa quando erano ancora vivi. Per cui in base a questo dato possiamo dire qual è l’età della carta. L’analisi del bordo delle carte mostra che ci devono essere parecchie carte. Non deve essercene una sola ed è possibile che si tratti o di una carta di tutta la terra o di una grande parte della terra. Vogliamo recuperare la seconda lastra e la terza lastra. Farò in modo che la trasmissione Stargate linea di confine sappia sempre con esattezza quello che succede. Io vi terrò informati.

Le critiche piovono sul Web

Mentre il mondo scientifico si apprestava a voltare immediatamente pagina, dimenticando l’accaduto, una nuvola di polvere sempre più fitta s’addensava sulla rete internet. La guerra tra scettici e credenti non ha portato ovviamente a nulla se non ad un ispessimento dell’enigmatica vicenda, tuttavia ha posto leciti interrogativi circa le affermazioni del professore russo.
Nel suo resoconto telematico Mappa del creatore, una bufala mondiale Silvio Sosio dalle pagine di Corriere.fantascienza.com del 10 giugno 2002 attacca senza mezzi termini l’operato di scienziati e giornalisti, chiedendosi come i primi possano essere stati ciechi alle affermazioni errate di Chuvyrov, e come i secondi si siano tra loro imitati riportando notizie identiche senza tentare d’informarsi. Il sensazionalismo prima di tutto…
Le domande che Sosio si pone basandosi (a sua volta) su un lavoro di ricerca altrui, sono ad ogni modo logiche. Perché un professore universitario come Chuvyrov, seppure laureato in chimica, ha commesso un errore colossale affermando che l’uomo di Neanderthal comparve sulla Terra 75.000 anni fa, quando gli stessi archeologi dubbiosi per convenzione stimano un’età di 300.000 anni ai fossili più antichi? E ancora, come può Chuvyrov riconoscere tra le pieghe di una lastra di pietra zone della Russia che certamente 120 milioni di anni fa erano completamente diverse da come appaiono oggi? Ad ogni modo lo scettico giornalista non fornisce alcuna risposta rimandando ad articoli apparsi sulla rete qualche tempo prima che a quanto pare sono tutti simili tra loro essendo l’uno la fonte dell’altro. Forse perché simili domande sarebbe meglio farle a Chuvyrov stesso.
Gli scienziati russi sono ormai convinti che la lastra di Chandar sia solo uno dei 348 frammenti che dovrebbero comporre una mappa dell’intero pianeta. Ne consegue che la mappa completa avrebbe delle dimensioni di circa 340×340 metri. Perché il creatore avrebbe utilizzato la nanotecnologia e la sua scienza sconosciuta e avanzatissima per realizzare un’opera di dimensioni mastodontiche e certamente poco funzionale? Perché fabbricare una lastra formata da tre strati eccezionalmente duri e pesanti semplicemente per descrivere la geologia di una zona? Anche ammesso che tutto questo sia possibile, a che scopo fu realizzata questa enorme carta geografica?
Gli studi di Chuvyrov hanno messo in luce l’accuratezza dei rilievi geografici rappresentati, senza però fornire una spiegazione sull’utilità dell’avere una mappa, un tempo integra, di tali dimensioni. Ma chi potrebbe mai utilizzare un simile manufatto? Certamente nemmeno i giganti.

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di Yuri Leveratto (www.yurileveratto.com/it)

 

Il libro di Arthur Posnansky “Tiahuanaco, la culla dell’uomo americano” (1945), è il testo fondamentale per chi vuole avvicinarsi in modo serio e obiettivo allo studio del grande sito archeologico andino.
Posnansky, che era senza dubbio un grande studioso di Tiahuanaco, è stato duramente criticato dall’establishment accademico (e contestualmente è stato idolatrato da scrittori pseudo-scientifici), per la sua famosa datazione sulla fondazione del Kalasasaya, risalente al 15.000 a.C.
Questa datazione, come ho descritto nel mio articolo “Archeoastronomia a Tiahuanaco”, non è attualmente verificabile in quanto l’archeologo austriaco ha dato per certo che il Kalasasaya fosse stato costruito in modo perfetto, orientato sul meridiano, e questo dato si può solo supporre, ma non accertare scientificamente.
Per il resto Posnansky non ha mai accennato, neppure lontanamente, nel suo libro, ad una civiltà dotata di “strumenti tecnologici” che costruì Tiahuanaco e Puma Punku, ma ha invece spiegato in modo serio e approfondito come e perché furono costruiti tutti i monumenti megalitici del sito in questione e come furono trasportati i blocchi ciclopici.
Alcuni autori pseudo-scientifici si sono concentrati nel sottolineare che per l’antico popolo andino sarebbe stato “impossibile” trasportare quei macigni, e tagliarli in modo così perfetto, e pertanto hanno sostenuto che Tiahuanaco e Puma Punku dovevano essere stati costruiti “per forza” con strumenti tecnologici propri di una “civiltà tecnologica antidiluviana”, della quale peraltro non è mai stata trovata alcuna prova definitiva.
Altra cosa è sostenere l’idea che vi siano state civiltà antidiluviane, ma non tecnologiche.
Torniamo dunque al Puma Punku, alle sue funzioni, al perché della sua costruzione, e al come furono trasportati e incastrati tra di loro massi pesanti fino a cento tonnellate.
Il sito di Puma Punku è ubicato meno di un chilometro al sud-est di Tiahuanaco. A prima vista si notano dei massi ciclopici e varie porte monolitiche abbandonate.
Tutti i grandi scienziati che hanno studiato a fondo il Puma Punku, come Catelnau, Tschudi e D’Orbigny, concordano che esso era il cosiddetto Tempio della Luna, astro venerato nell’antichità, in contrapposizione al Tempio del Sole, venerato nel Kalasasaya.
Un’altra tesi d’alcuni scrittori è che a Tiahuanaco non ci sarebbe stata fonte d’acqua. Anche ciò non corrisponde a verità perché proprio nelle vicinanze del Puma Punku scorreva un acquedotto alimentato dal fiumiciattolo detto Waricoma (originatosi dal Cerro Kentaua).
Posnansky sosteneva che vi furono 3 periodi a Tihuanaco, dei quali almeno i primi due furono antidiluviani.
Secondo l’archeologo austriaco il Tempio della Luna cominciò a costruirsi in epoca antidiluviana, ma non fu mai terminato.
Arthur Posnansky sostiene nel suo libro che Puma Punku fu concepito inizialmente come un edificio lungo 45 metri, e largo 16 metri.

  

 

 

Secondo l’austriaco però fu proprio lo sconvolgimento d’inaudita potenza detto “diluvio” che impedì ai costruttori di terminare l’opera nel I e II periodo.
Posnansky sostiene che la costruzione del Tempio della Luna continuò durante il terzo periodo, dopo il diluvio quindi, quando gli architetti-sacerdoti della cultura andina conoscevano già la metallurgia e quindi il bronzo, ottenuto come sappiamo, dalla fusione di stagno e rame.
Per quanto riguarda il trasporto dei massi più pesanti, Posnansky spiega la sua teoria, che sembra essere la più logica.
Innanzitutto è stata individuata la cava da dove si ottenevano i massi più grandi. Si chiama Quenachata ed è ubicata presso la cordigliera di Quimzachata, a circa 10 chilometri da Tiahuanaco.
Se osservate i dieci buchi situati nella parte bassa del masso più colossale del peso di cento tonnellate (figura principale), noterete che essi sono larghi circa 30 cm.
Ebbene, sempre secondo Posnansky questi incavi servivano per infilarvi dei robustissimi tronchi d’albero detto Kholo, che veniva trasportato direttamente dalla selva alta detta Yungas.
Quindi, utilizzando il concetto di leva, almeno 15 uomini ogni tronco (in tutto dieci), erano in grado di spingere il blocco ciclopico sopra delle pietre scivolose e quasi sferiche, ottenute dal letto di fiumi, che servivano da cuscinetto. Ovviamente, siccome disponevano di un numero limitato di pietre di fiume, una volta trasportato il blocco colossale lungo una certa distanza, spostavano le pietre di fiume dal selciato e si ricollocavano nella parte successiva.
Dobbiamo anche renderci conto che durante la costruzione di Tiahuanaco e di Puma Punku, la casta alta degli architetti-sacerdoti aveva il potere assoluto su masse di migliaia di lavoratori-schiavi che erano sottoposti a disciplina ferrea.
 

 

Secondo Posnansky quello indicato fu solo uno dei metodi per trasportare blocchi colossali d’andesite. Un altro metodo sarebbe stato il trasporto sull’acqua, già che Tiahuanaco era una città portuale. Dalla cordigliera di Kjappia, situata sull’istmo di Yunguyo, venivano trasportati i blocchi meno pesanti su imbarcazioni di totora che a prima vista possono sembrare instabili ma che in realtà hanno eccellenti doti di navigabilità e possono essere accoppiate per aumentarne la portabilità.
Tornando alla funzione del Tempio della Luna, Posnansky fa notare che esso era stato concepito per essere costruito con una serie di spazi interni, almeno quattro stanze e dodici “nicchie”. Nelle nicchie dovevano essere posti, sempre secondo Posnansky, altrettanti “puma sacri”, animali vivi, dedicati al culto della Luna.
Per Posnansky, infatti, mentre il puma e lo stesso giaguaro erano da associare alla Luna, il condor o l’aquila erano da associare al Sole, il cui culto fu però successivo, e sbocciò solo nel III periodo, quello post-diluviano.
Il puma oltre ad essere il simbolo della Luna, lo era anche della notte, della donna e dell’acqua.
Un’altra delle particolarità dei portali petrei del Puma Punku, è che nei suoi bassorilievi, vi sono dei piccoli fori. Questi fori venivano utilizzati per sostenere le placche d’oro che vi erano sovrapposte, con dei chiodi d’oro.
Secondo Posnansky a Puma Punku vi sono i resti di quattro grandi portali, oggi in rovine.
In particolare quello che lui denomina “Puma Punku” è un portale di piccole dimensioni, alto 617 mm e largo 370 mm, non adatto quindi al passaggio di esseri umani. Secondo Posnansky era destinato al passaggio dei felini che erano poi ingabbiati nelle rispettive nicchie.
Per quanto riguarda le possibili funzioni archeoastronomiche del Puma Punku, Posnansky fa notare che mentre la funzione d’almanacco petreo del Kalasasaya è nota, per il Puma Punku è molto più difficile giungere a qualche interpretazione, proprio perché il sito archeologico è giunto a noi in condizioni molto diverse di com’era stato concepito, a seguito dei vari saccheggi perpetrati dalla conquista spagnola in avanti.
L’archeologo austriaco però intuisce che la casta alta degli architetti-sacerdoti aveva delle profonde conoscenze seleno-gnostiche ed era in grado di prevedere le eclissi lunari, e controllare così le masse di contadini che temevano quest’evento. Secondo lui si erano accorti che le eclissi lunari si verificavano durante alcuni periodi di “Luna piena”. Come conseguenza compresero che durante le eclissi lunari la Terra proietta un ombra sulla Luna.
Un ultimo particolare: per Posnansky il Puma Punku coincideva con la zona portuaria di Tiahuanaco, e pertanto era il luogo dove attraccavano le imbarcazioni che giungevano da vari porti del lago Titicaca.
I viandanti giungevano al Puma Punku per rendere omaggio alla Paximama, o Dea della Luna, dove sacerdoti (o le sacerdotesse?) della Luna, compivano i loro riti, i sacrifici, e danzavano al suono di dolci strumenti, accompagnati dal lontano ruggire dei puma, ingabbiati nelle nicchie del tempio.
Tutto ciò in contrapposizione al Tempio del Sole, in un binomio tra il condor e il puma, che manteneva in equilibrio la società di Tiahuanaco.
Solo più in seguito sarebbe sorto il culto per il serpente, introdotto dalle nuove etnie amazzoniche che s’instaurarono a Tiahuanaco, facendo sorgere così, lentamente, quel concetto di Trinità Andina che ancora oggi è impregnato nella cultura popolare.

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