16
apr

Il favoloso mondo di Louise Hay

   Posted by: barbara   in Crescita personale

 

di Barbara Gagliano (www.unavitastraordinaria.com)

Dopo più di 25 anni dalla prima edizione del best-seller “Puoi guarire la tua vita”, lungi dall’essere offuscata da nuovi metodi di guarigione e di crescita personale, Louise Hay rimane ancora oggi per tutti la regina incontrastata della crescita interiore a tutti gli effetti.  Considerata tuttora la “mamma” del pensiero positivo, con il proprio esempio, i propri consigli e l’elaborazione del famoso metodo “Heal Your Life”, Louise è riuscita ad aiutare milioni di persone in tutto il mondo a trasformare la propria vita.

Il suo successo è nascosto nella semplicità del linguaggio utilizzato e nella facilità degli esercizi proposti che permettono a chiunque, anche a chi si approccia per la prima volta ad un percorso, di poter subito vedere risultati tangibili e concreti nella propria vita. Attraverso il metodo delle affermazioni, degli esercizi allo specchio, dell’elaborazione di una filosofia di vita che ancora oggi vede Louise a 87 anni protagonista del suo decennio più entusiasmante, il metodo proposto nei workshops “Heal Your Life” rimane quello più in voga, più apprezzato e più richiesto. E, in controtendenza rispetto all’andamento del settore, sono soprattutto i giovani ad approcciarsi con entusiasmo al mondo della crescita interiore grazie a Louise e al suo metodo.

Un altro punto importante da sottolineare su Louise Hay è il suo “essere” divenuta un messaggio,  a differenza di tanti altri che si limitano a “portare” un messaggio: Louise riesce a realizzare il suo proposito di vita solo quando il cancro la colpisce in prima persona. In quel preciso momento, realizza che non si tratta più di insegnare concetti e di supportare gli altri nei propri percorsi, ma dietro a questo accadimento si cela una prova che le permette di dimostrare realmente la validità del suo pensiero e dei suoi insegnamenti. E’ così che, dopo aver sconfitto il cancro, Louise scopre il reale senso della guarigione e riesce a raggiungere i cuori di più di 50 milioni di lettori in tutto il mondo con la pubblicazione di “Puoi guarire la tua vita”, best-seller che all’epoca rimane per ben 14 settimane di fila nella hit-list del New York Times.

Per la prossima stagione primavera-estate 2014 abbiamo pensato ad un programma ricco ed entusiasmante dedicato al mondo di Louise Hay: nei giorni 24-25 Maggio si svolgerà a Milano il workshop “Dì SI ai tuoi sogni”, nuovissimo corso ufficiale di Louise Hay, dedicato al successo e alla legge di attrazione.

Per chi rimane in città durante il periodo estivo e desidera dedicarsi ad un percorso di crescita profondo, ma allo stesso tempo divertente e ricco di allegria, proponiamo un percorso serale dal titolo “Trasforma la tua vita – Speciale Notti d’Estate” che si svolgerà sempre a Milano, tutti i lunedì e i giovedì sera a partire dal 5 Giugno e fino al 7 Luglio 2014.

Tags: , , , ,

di Barbara Gagliano (www.unavitastraordinaria.com)

Spesso si sente parlare dei propri punti d’ombra come di qualcosa da nascondere, qualcosa di cui vergognarci, qualcosa da non rivelare per evitare che gli altri si allontanino da noi. L’ombra è qualcosa di doloroso che spesso è meglio evitare di conoscere, qualcosa che rimane latente nelle nostre vite, qualcosa che veramente ci incute paura e che è meglio non incontrare. Ma è veramente così? L’ombra è realmente quella parte di noi da rinnegare per lasciar spazio ai soli punti di luce della nostra anima? No, in realtà all’interno delle nostre ombre si nasconde il potenziale per accedere alla nostra illuminazione. All’interno delle nostre ombre si nascondono le sfide che ci è concesso affrontare in questa vita per poter proseguire nel nostro cammino evolutivo e compiere pienamente il disegno della nostra anima. Senza le nostre ombre non sarebbe possibile aspirare alla perfezione e il nostro cammino terreno non avrebbe alcun senso.

Conoscere le nostre ombre ci permette di comprendere meglio chi siamo e dove stiamo andando. Accettarle, comprenderle aldilà del giudizio, integrarle in noi e trasmutarle in luce è l’unico reale modo che abbiamo per poter realizzare il nostro piano individuale. Accettare quello che troviamo quando riusciamo ad andare in profondità dentro noi stessi è una sfida difficile ma avvincente: il segreto è accettare con serenità tutto quello che scopriamo… e in un batter d’occhio ci ritroveremo a essere più felici e più tolleranti verso noi stessi e il prossimo.

E tu, sei pronto a conoscere il tuo potenziale di luce?

 

 

Tags: , , ,

14
apr

Impara a realizzare i tuoi sogni!

   Posted by: barbara   in Crescita personale

 

di Barbara Gagliano (www.unavitastraordinaria.com)

Chi di voi non ha mai avuto un sogno nel cassetto? Chi è immune dal sognare, progettare, anelare ad un futuro migliore? Spesso abbiamo paura di aprire quel cassetto, di scoprire cosa si nasconde dietro a quel desiderio di cambiamento che cresce inarrestabile dentro di noi. Ma cosa ci impedisce di realizzare veramente i nostri sogni? Quali sono le scuse e i blocchi che ci inventiamo per evitare di aprire questo famoso cassetto che aspetta solo di essere spalancato?

1)      Non sappiamo quali sono i nostri sogni. Eh, sì! Il primo motivo per cui spesso non riusciamo a realizzare i nostri sogni è…che non li conosciamo! Spesso ci crogioliamo in “mi piacerebbe”, “un giorno vorrei”, “un giorno sarò”…, ma queste sono solo illusioni! Un sogno è qualcosa che invece sentiamo pulsare dentro di noi, qualcosa per cui non abbiamo paura di lottare, in altre parole…un sogno è qualcosa in linea con la nostra missione di vita. Quindi, il primo passo per realizzare i nostri sogni è conoscerli.

2)      Il coraggio di accettare i rischi. Una volta individuati i nostri sogni, il passo successivo per la loro realizzazione è osare. Spesso, a causa della vita che conduciamo in questo secolo così agiato, non abbiamo il coraggio di affrontare il cambiamento, perché realizzare i nostri sogni spesso ci spinge al di fuori della nostra zona di confort. Abbiamo paura di rischiare, di perdere quel poco di “sicuro” che la nostra società contemporanea ci offre. Questo atteggiamento spesso ci conduce a “stagnare” in situazioni che non ci vanno più bene e a chiudere per benino i sogni nei nostri cassetti.

3)      E se davvero realizzassi i miei sogni? La più comune paura che ci attanaglia in merito alla realizzazione dei propri sogni non è la paura del fallimento, ma la paura di riuscirci! Se davvero realizzassimo la nostra essenza e mettessimo in pista i nostri sogni saremmo davvero costretti a realizzare il cambiamento della nostra vita, a lasciare tutto ciò che è vecchio e stantìo per sbocciare completamente in qualcosa di nuovo. Cosa diranno gli altri? Ci accetteranno? Ci giudicheranno? Ci allontaneranno? Come sarà la nostra nuova vita senza il posto fisso? Cosa faremo adesso che non ci è più permesso rimanere a lamentarci della nostra misera vita?

Questi sono i punti principali che non ci permettono di realizzare veramente quello che vogliamo. E tu, sei pronto per dire SI ai tuoi sogni?

Tags: , ,

tratto da: http://www.anticorpi.info

L. Acerra per Anticorpi.info

 

Sebbene l’idea di una drammatica manomissione della datazione storica sia stata avanzata e argomentata nei secoli passati da vari autori e in diverse salse (per esempio secondo Morozov, Fomenko, Nosovski, Hardouin e Isaac Newton la storia raccontataci a scuola avrebbe almeno mille anni in più del dovuto) noi qui seguiremo esclusivamente la dimostrazione che riguarda la Pompei romana degli scavi archeologici.

In questo modo riduciamo la quantità di materiale e di osservazioni che è necessario prendere in considerazione, ma il risultato è lo stesso: se si dimostra che le persone seppellite dal Vesuvio negli scavi di Pompei vivevano nel 1600, allora questo riporta tutto ciò che fu seppellito a Pompei, templi, oggetti e storia dell’arte “romana” tra il 1100 e il 1600 d.C., cioè di 1500 anni più vicino alla nostra epoca, avallando l’ipotesi dei mille anni inventati.

Alla fine di questo articolo ci troveremo a valutare, forse per voi per la prima volta, se è possibile che Scaligero, Petavio e altri fondatori della nostra cronologia nel XVI secolo avrebbero avuto la possibilità di spalmare scritti e cronache storiche alla meno peggio su un periodo reso artificialmente troppo lungo. Il solo Fomenko ha sviscerato questo tema nelle circa 8.000 pagine dei suoi libri. Gli antichi testi e le antiche cronologie cui fanno riferimento gli storiografi sono dovuti passare per le mani dei centri benedettini in Italia e in Francia, oppure per le tipografie di ricchi mercanti-banchieri del XV-XVI secolo (invenzione della stampa: 1455). A quel punto ebbe gioco facile la catalogazione di Scaligero (1484- 1558) e Petavio (1583-1652), fondatori della cronologia ufficiale, che per ottenere I risultati a tutti noti dovettero dare delle date sbagliate a certe eclissi o fenomeni astronomici (vedi il canale YT Fomenko in Italia)
Dunque veniamo a Pompei. Nel 1592 il conte del Sarno Muzio Tuttovilla commissionò all’Ing. Domenico Fontana la realizzazione di un canale artificialeche sequestrava una delle sorgenti del Sarno ad Episcopio, dopo aver percorso la piana di Poggiomarino per 16 chilometri si trovava davanti Pompei e 4 chilometri più in là sfociava nel mare a Torre Annunziata.
Pompei, cunicolo di Sarno
Ringrazio l’ing. Andreas Tschurilow e il prof. Anatoly Fomenko per avermi consegnato con le loro ricerche questa specie di Codice da Vinci che mi fa comprendere quanto la storia umana sia veramente una situazione tragicomica.
Tschurilow ha avuto una persistenza incredibile nel cercare elementi concreti in base ai quali poter dire che la Pompei romana seppellita dall’eruzione del Vesuvio risaliva al 1600.
Le argomentazioni su Pompei sono molteplici, ma la prova definitiva sta nel fatto che il canale del Conte del Sarno era in funzione prima che il Vesuvio seppellisse gli scavi. Pompei è attraversata per un tratto di 1.6 Km, dalla Porta Est fino all’estremità ovest, da questo piccolo bacino fluviale artificiale che sappiamo fu costruito tra il 1593 e il 1605.

Pompei, bacino fluviale
Poiché secondo la storia a noi nota Pompei nel 1605 dormiva seppellita già da 1500 anni abbondanti, l’unica spiegazione che ha superato la prova della storiografia ufficiale fu che il cunicolo che passa per Pompei dev’essere stato fatto lì per caso.

Il percorso di 20 chilometri prima di Pompei e quello dopo gli scavi corrispondono ad una linea diritta. Se Pompei non c’entrava niente con la rivoluzionaria rete idrica dei borboni, la soluzione sarebbe stata una continuazione del canale in pianura e in linea dritta.
Perché l’ingegnere doveva andarsi a cercare il passaggio nel rialzo, fino a 45 metri più alto del tratto in pianura, e fare questa deviazione che si vede nella prossima foto in basso? Ma naturalmente perché doveva servire la città viva, non ancora seppellita.

Tanto più la versione ufficiale è traballante se si pensa che il canale è perfettamente integrato con i pozzi della necropoli e che la presenza di segni di corde di secchi in tensione sui muri dei pozzi, nella direzione della corrente del canale, dimostra che i pozzi antichi, la maggior parte dei quali venuti alla luce solo il 1955, erano usati quando il canale già era in uso. Quindi i pozzi antichi furono usati dopo il 1600? Nonostante secondo la versione ufficiale e le mappe degli archeologi borbonici e post-borbonici fossero rimasti sepppelliti e non ancora venuti alla luce?

Se escludiamo che i pozzi fossero stati usati tra il 1740 e il 1930, ci rimane solo da pensare che siano stati usati tra il 1600 e il 1631, prima dell’eruzione che effettivamente li seppellì insieme a Pompei.

Per non essere vera questa ipotesi, deve essersi verificato che nel perimetro degli scavi ci siano stati pozzi all’aperto senza che i vari sopraintendenti, Alcubierre (1748-), Bonnucci (1815-), il senatore Fiorelli (1863-1875), Ruggiero (1875-1893), Sogliano (1894-1905), Spinazzola (1906-1923) e Maiuri (1924-1961) se ne fossero accorti.

E anche volendo accettare questo, è difficile pensare che, con un canale che 200 metri prima è sempre stato a cielo aperto negli ultimi secoli, adiacente alla strada principale e che offriva un bocchettone per l’irrigazione proprio lì a pochi passi, qualcuno abbia sentito il bisogno di andare ad usare quei pozzi della zona scavi recintata.
Da notare che già nel periodo borbonico gli scavi furono recintati e non ci sono testimonianze o mappe in cui compaiano pozzi borbonici o pozzi all’aperto (Murano 1884).
Per capire meglio le possibili verità dimenticate su Pompei, bisogna sapere che ci sono molte testimonianze e cronache secondo cui l’eruzione del Vesuvio del 1631 fece vittime a Pompei ed Ercolano. E qui ancora altri paradossi: Pompei non era stata dimenticata fino alla sua riscoperta nel XVII secolo? Perché allora almeno una decina di libri riportano che a Pompei città nel 1631 ci furono numerose vittime?
A noi oggi rimane un canale del conte del Sarno proveniente da Poggiomarino che si avvicina a Pompei puntando il “Castellum Aquae” di Porta Vesuvio. Da notare che per tutto il suo percorso da Episcopio a Torre Annunziata il canale artificiale segue una linea dritta ed è in modalità a cielo aperto, con l’unica eccezione appunto di quello che è stato realizzato quando arriva all’altezza di Pompei. Il tragitto si sviluppa su un percorso che per il 70% è quello di un cerchio prima di rientrare nella traiettoria che aveva abbandonato in direzione Torre Annunziata.

Pompei, direzione canale di Sarno

Evidentemente questo può servire solo come forte indizio in una dimostrazione più ampia. Il conte del Sarno quale altra necessità aveva di far fare al canale una pesantissima deviazione fuori tragitto, proprio in tempo per entrare negli scavi dalla Porta Est, per poi tagliare in diagonale una città seppellita? Per apprezzare la grossa deviazione vedere questo video.

È noto che la mancanza di sorgenti o anche di corsi d’acqua provenienti dall’altopiano avessero impedito il popolamento della piana di Poggiomarino e Pompei nelle epoche remote.
A dirla tutta, si potrebbe facilmente pensare che fu quel canale a giustificare la creazione del gioiellino della cittadella romana di Pompei, con le sue terme, le fontane pubbliche ogni cento metri in tutte le direzioni, la lavanderia, le piscine e ben 46 fontane pubbliche. Il canale del Sarno entrava a Pompei dalla Porta Nord, percorrendo la città fino a sud, e dalla Porta Est, percorrendola fino all’estremo ovest.
Appena oltrepassate le mura di Pompei, il tratto del canale del Sarno che per comodità chiamiamo Est-Ovest, incontra un paio d’imponenti costruzioni idriche, laddove per oltre 150 anni di scavi non era mai stato segnalato nessun pozzo o costruzione, né dalle cartine degli scavi borbonici, né da quelle del Romani, 1884, né da quelle del Maiuri, 1931. I loro scavi furono effettuati a partire dal 1955.
Ebbene l’incontro tra il canale del conte del Sarno e queste strutture avviene sempre alla base dei pozzi ed esattamente nel centro (vedi foto in basso). L’integrazione è perfetta. Che possibilità c’era per una cosa del genere, se il canale non era stato costruito nella città viva, ma come cunicolo su un rialzo del terreno che nascondeva la Pompei già seppellita?

Pompei,cunicolo canale di Sarno

Inoltre il canale del conte del Sarno incrocia allo stesso modo una serie di altri otto pozzi perfettamente allineati con esso (guarda video). E che possibilità c’era che un cunicolo lungo 1.6 Km, costruito alla cieca fosse perfetto da tutti i punti di vista per la città romana funzionante? E che evitasse persino tutti i vari tumuli cimiteri romani che non erano nemmeno pochi?

Ma allora il canale doveva esistere già prima, direte voi, e risalire al 79 d.C.? La datazione del canale è a prova di bomba, perché scorse molto oro e anche molto odio in quei dieci anni di realizzazione. Nelle cronache del 1600 non si parlava d’altro: intere nuove colonizzazioni della piana di Poggiomarino furono rese possibili dal significato economico di quel canale. Molti si lamentarono della minore portata del fiume Sarno e dunque del danneggiamento di business pre-esistenti. Il progetto del Conte del Sarno di deviare una sorgente del Sarno veniva considerato megalomane. L’opera sicuramente viene celebrata come opera d’ingegneria e intraprendenza industriale dei borboni.
Quel progetto di arricchimento personale pianificato dal conte del Sarno alla fine subì portò ad un tracollo finanziario clamoroso a causa dell’eruzione del Vesuvio che impedì il rientro dei costi incorsi nella costruzione del canale. La famiglia Tuttavilla perciò soccombette ai debiti e vendette tutto quello che possedeva.
Un grosso pezzo del rientro economico previsto era stato quello a Pompei. Pompei era viva a mio avviso e gli introiti su quel fronte erano parte del piano. Perché altrimenti troviamo un mulino appena oltrepassata la Porta Est (zona II-5), che fu portato alla luce per la prima volta nel 1954? Un altro mulino si trova nella zona I-18, anch’esso attraversato dal canale. Perché altrimenti l’ing. Fontana avrebbe dovuto preferire andare a trotterellare lungo tutto il lato est per infilarsi nella collinetta dove poi il canale attraversa sotterraneo Pompei da est ad ovest, se invece avrebbe potuto benissimo continuare il canale scoperto e in linea d’aria che si trova dall’altra parte, evitando Pompei scavi e il promontorio?
Quella deviazione risulta giustificata solo nel caso che lo scopo fosse di servire la città “viva”. Riferendosi all’eruzione del Vesuvio del 1631 e al canale di Domenico Fontana, Antonio Gerardi (1632) scriveva: “Un canale d’acqua che alimentava vari mulini a Pompei fu messo completamente fuori uso dall’eruzione”.
La prova che la città e il canale erano un tutt’uno ci viene dalle osservazioni pubblicate di recente da Rispoli e Paone (Pompei scavi, lavori di sistemazione e rifunzionalizzazione 2009-2011, Rivista di Studi Pompeiani. 22/2013, pp. 126-133), secondo cui sulle pareti dei pozzi romani che il canale incrocia sul suo tracciato est-ovest nella direzione di scorrimento del canale, sono riscontrabili i solchi lasciati dalle corde dei secchi per l’acqua.

“I secchi venivano calati dall’alto dei pozzi per attingere, e a causa della corrente che li trascinava, la corda in tensione faceva attrito col bordo a valle generando questi segni nei conci di tufo”. Così scrivono i responsabili della bonifica del canale del conte del Sarno, senza però rendersi conto che quest’osservazione dell’utilizzo dei pozzi in connessione al canale faccia tremare tutta la “baracca”.

Questi pozzi, a parte due eccezioni verso il tempio di Iside, sono venuti alla luce verso la metà del secolo scorso. Prima di allora nessuno li aveva visti o usati perché erano seppelliti.

Murano (1884) segnala la recinzione degli scavi della civita sin dall’epoca degli scavi borbonici. Dopo il 1950 nessuno può aver usato i pozzi del recinto scavi per attingere l’acqua dal canale non più in funzione. I segni delle corde dei secchi ci dicono che i pozzi venivano usati in congiunzione con il canale.

Incredibilmente, la scomoda presenza di quel canale del 1600 era stata spiegata come pura casualità.

Il fatto che i pozzi seppelliti abbiano funzionato contemporaneamente al canale del Conte del Sarno restringe decisamente le opzioni disponibili. Anche il reverendo Canonico Nocera si diceva convinto nel 1882 che dovevano essere state le acque della sorgente di Episcopio del Sarno ad aver alimentato i castelli acquari della città romana (“La valle del Sarno, memorie storiche sarraste, nocerine, stabiane e pompejane”, 1882).
Ma parliamo un attimo anche dell’eruzione del Vesuvio che travolse Pompei nel 1631. C’è un epitaffio di cui si sa poco o niente, che ancora troneggia sulla strada Regia delle Calabrie, ora via Nazionale, verso Torre Annunziata, al Km 15, addossato alla facciata della Villa Faraone Mennella, epitaffio in latino riportato in vari libri dell’Ottocento e del  Novecento, dedicato alle vittime dell’eruzione del 1631, che travolse Pompei, Ercolano (Lisina), Ottaviano e Portici (link).
Pompei fu travolta nel 1631. Vedere anche il libro del 1633 di Mascolo Giovanni Battista (1583- 1656), l’intera descrizione dell’eruzione che raggiunge e distrugge Pompei.
Ma se la cività era stata davvero seppellita nel 79 d.C., perché non è stato ritrovato uno strato d’eruzione che travolse Ercolano e Pompei successivamente, secondo quanto descritto da libri ed epitaffi? Dunque l’ipotesi che gli antichi romani della Pompei seppellita dal Vesuvio vivessero in realtà nel 1600 non è affatto illogica.
Dobbiamo affrontare in un altro appuntamento l’argomento a 360 gradi sulla possibilità che quella Pompei degli scavi possa essere stata una città del XV e XVI secolo. Qui solo qualche accenno immediato. I primi vetri trasparenti furono creati a Venezia nella metà del XV secolo da un certo Angelo Barovir. Ma allora perché lo stesso know-how già era utilizzato a Pompei? Addirittura prima del 79 d.C.? (foto sotto e fonte)

Pompei reperto bicchiere di vetroPompei, reperto lastra di vetro

Esposti i fatti, le ipotesi di Fomenko e altri autori che hanno lavorato sullo stesso filone si presentano con un fascino ancora più intenso: la civiltà romana è di mille anni più vicina a noi rispetto a quanto ci ha indotto a credere la cronologia stabilita da Scaligero e Petavio nel XVI sec. 1000 anni inventati (approfondimento).

Resta da fare, magari in sede appropriata e con spazi adeguati, l’analisi di come fosse possibile che Pompei in quella posizione fosse dimenticata ma allo stesso tempo commemorata da carte e autori vari. Nella nostra ipotesi, nel periodo 1200-1700 fu fatto un certosino lavoro di cernita dei testi contemporanei. Quelli che parlavano di Pompei (salvo alcune eccezioni che si contano sulla punta delle dita) furono tradotti in latino e inviati indietro nella cronologia inventata.
Fomenko nei suoi libri ci ricorda che non esiste alcun documento ufficiale in latino, greco o ebraico che sia precedente al XII secolo d.C. Alla catena di montaggio necessaria per la cronologia distorta che è entrata nei libri di storia parteciparono tutti coloro che erano i diretti fruitori della possente iniezione di cultura e di tecnologia che ci fu poco prima del 1100 d.C. dalle nostre parti; per esempio la signoria dei Medici, i benedettini o le monarchie (anche dal punto di vista politico-religioso una cronologia riscritta ad hoc potesse essere utile a molti poteri – n.d.A.).
In quanto si trattava di una catena di montaggio, molti non se ne accorsero proprio, oppure riuscivano ad essere miopi abbastanza per non farsi venir dubbi. Agli occhi di coloro che invece erano più direttamente esposti queste falsificazioni erano necessarie per fini personali o per rinforzare rivendicazioni territoriali e culturali di vario tipo.
Il celebrato poeta Sannazaro nel suo capolavoro Arcadia (1504) diceva di vedere davanti a sé, nel XVI secolo, Pompei con i suoi templi, le sue case, le sue torri. Ciò è stato interpretato come una immaginifica visione poetica. Meglio questo, hanno pensato gli scribi, che dover mandare indietro nell’epoca latina anche il Sannazaro e il suo Arcadia!
Un altro esempio: lo scritto (in greco) dello storico latino Dione Cassio diceva che l’eruzione che stava narrando avveniva a Pompei a “fine autunno” (vedi), che sarebbe stato vicino al 10-17 dicembre della eruzione del 1631. Ma gli storici e i loro collaboratori tradussero la corrispondente espressione greca con “fine estate” (vedi), nonostante le cantine di quella Pompei erano stracolmi di castagne, uva e simili raccolti di fine autunno.
Volendo entrare in qualche dettaglio nel lavoro in cui Andreas Tschurilow mette sotto esame il canale del Conte del Sarno, ricorderò varie cose al volo.
(1.) Il pozzo in Vicolo del chitarrista, non a caso, è l’unico ad avere una porta. Infatti sotto di esso non solo passa il canale del conte del Sarno, ma anche un canale secondario il cui scopo era di regolazione del flusso idrico e manutenzione ordinaria. Per questo il pozzo ha una porta. Ma dunque Domenico Fontana non può aver scavato un cunicolo qualsiasi, ma quello che serviva alla città non ancora seppellita!
(2.) Il pozzo che segue quello del Vicolo del chitarrista è costruito con una finestrella. La spiegazione che il Fontana abbia costruito i dieci pozzi sopra il canale del conte del Sarno decade una volta di più, perché in cunicoli sotterranei scavati in una presupposta collinetta (questa la versione ufficiale) le finestrelle incorporate ai pozzi non hanno senso.
(3.) Casa del Menandro presenta un pozzo attraversato dal canale del conte del Sarno. Questo pozzo è posizionato esattamente dove si poteva posizionare nel giardino, cioè a ridosso di una fila di colonne che gli passano sia a fianco che dietro. Quindi un pozzo integrato al canale è, una volta ancora, posizionato come se fosse stato costruito nella città non seppellita. Insomma non fu costruito da un Fontana che scavava attraverso una collina e che aggiungeva pozzi al suo canale man mano che scavava.
(4.) Il tempio di Iside ha un pozzo, anch’esso centrato in pieno dal percorso del canale del conte del Sarno. La scoperta di questo pozzo a scavi inoltrati del tempio di Iside è perfettamente documentata. Cioè si scava per scoprire tutto il tempio e si porta alla luce il pozzo. Incredibile che il pozzo venga perfettamente servito dal canale del conte del Sarno. Incredibile il numero di cose impossibili che sarebbero dovute succedere con lo scavo al buio del canale da parte dell’Ing. Domenico Fontana.
(5.) Volendo ribadire le parole dell’Ing. Domenico Murano (1884, p.128): “Prima di passare poco discosto dalla Porta Tertia [Porta Nord], il canale regolato di Domenico Fontana si svolge con forte gomito attraversando Pompei da Est ad Ovest con leggera curvatura, esce dalla città poco lungi dalla casa di campagna di Diomede, Il luogo per dove arriva il detto tratto e quello per dove esce si riscontrano in direzione e quasi a filo; ciò rafforza la congettura esposta avanti secondo cui il canale stesso si continuava secondo la linea che si potrebbe tirare pei luoghi indicati, tra Porta Tertia e Porta Secunda, le quali erano direttamente esposte alla prepotenza dell’eruzione del Vesuvio.”
Ricordiamoci qui che gli ingegneri moderni hanno dimostrato che il Castellum Aquae della Porta Tertia (Porta Vesuvio) era il punto di partenza di un sistema di tubature che attraversavano la città romana da nord a sud. Già nel 1884 Domenico Murano sostenne che era esistito un secondo ramo del Canale artificiale del Sarno che entrava in città dalla “Porta Vesuvio” per alimentare la città con canali che la percorrevano da nord a sud.
(6.) La data attribuita alla morte di Pompei (24 agosto del 79 d.C.) fu basata solo su due considerazioni:
 - (a.) che Pompei fosse stata vittima dell’eruzione descritta nelle lettere di Plinio il giovane a Tacito.
Ma come scriveva Lippi nel 1816 contestando I dati su Pompei, l’autore non dice una parola sola dell’eccidio delle due città. “Come va questo, se Plinio era contemporaneo? Se egli era letterato e scrittore? Io per me non posso attribuire il silenzio di Plinio, che o ad una. somma indolenza, o al non evento del fatto. Mi attengo a quest’ultima opinione, non potendo supporre in Plinio un’indolenza così grande. Come Plinio ci parla tanto prolissamente della morte del zio, ossia d’un sol uomo, accaduta nell’eruzione del 79, e non ci dice una parola sola della distruzione intera, di due così celebri città!
Questo viene anche confermato dal seguente passo della seconda lettera a Tacito, nella quale parlando Plinio di quella eruzione dice così: Non è mancato chi con terrori mentiti, e finti avesse ingranditi i veri pericoli. Io lascio agl’istorici la cura di fare l’apologia della storia, ed io proseguendo il filo del mio argomento cercherò di smentirla colla geologia.”
 - (b.) La seconda considerazione decisiva per collocare la morte di Pompei nel 79 d.C. fu che l’evento fosse stato descritto dalla “Storia Romana” scritta nel terzo secolo da Dione Cassio. Sempre Lippi ricorda che lo scritto di Cassio “contiene li più mostruosi assurdi” e non è da prendere certamente alla lettera. “Tito guarisce un cieco applicandogli uno sputo agli occhi, sana la mano languida d’uno storpiato, calpestandogliela. Nel principio dell’eruzione si veggono giganti andar vagando per l’aria e per le terre vicine, e si sente uscir fuora dal Vesuvio un suono di trombe. Finalmente una pioggia di sassi immensi trafigge il bestiame e per colmo di fatalità cuopre interamente le due città di Pompei e d’Ercolano, nel mentre il popolo nel teatro sedea”.
“Dione, dunque, ha scritto sogni, ed uno di questi, quello cioè della distruzione e sotterramento di Pompei e d’Ercolano dall’eruzione del 79, ha mirabilmente fatto fortuna, per essere diventato un punto strepitoso, classico, e favorito degli antiquarj, e degl’istorici per lo spazio di XVII secoli.”
(11.) L’opera di De Luca (1864) ci dice che un cane stava morendo vittima di certi vapori tossici e gas tossici volatili (mofette) durante gli scavi, ma allora come avrebbe potuto Domenico Fontana far scavare un cunicolo sotterraneo proprio in quella collinetta infestata, per una lunghezza addirittura di 1.6 Km?
(12.)  La struttura e la manifattura esterna del canale che attraversa la città non lascia spazio a dubbi, scrive l’ing. Tschurilow, che fosse stato costruito con il “metodo a fossa”, a cielo aperto (trench method), e non con il metodo a cunicolo (shaft method), per vie unicamente orizzontali.
I termini Revisione della cronologia o Nuova cronologia descrivono il lavoro del gruppo di studiosi che vedono la necessità, tra le altre cose, di datare la storia “romana” tra il 1000 e il 1600 d.C. Tra gli altri Garry Kasparov (link) si dice sicuro di poter mettere sulla buona strada qualsiasi studioso di storia che voglia esporsi ad una valutare seria dei dati raccolti.

Tags: , ,

1
apr

Il viaggio nel tempo dell’antico druidismo

   Posted by: barbara   in Spiritualità

Dipinto di François Gérard che riproduce il leggendario Ossian mentre evoca gli spiriti del Tempo attraverso il suono della sua arpa

 

tatto da: http://www.shan-newspaper.com

La conoscenza del Tempo e l’apporto culturale dell’antico druidismo. La “Freccia del tempo” e l’energia creativa della Korà nel processo di evoluzione dell’universo. I miti del viaggio nel Tempo dell’antico druidismo

di Giancarlo Barbadoro

Il fenomeno del tempo nella cultura del druidismo

La scienza moderna teorizza ed esplora la dimensione del Tempo proponendo scenari che estendono il vissuto quotidiano ad una dimensione inusitata e apparentemente irrazionale ma che è tuttavia fondata su basi fisiche reali che sfuggono alla percezione ordinaria. Un mondo che potrebbe entrare a buon merito nella casistica dei fenomeni non convenzionali.

Possiamo renderci conto dell’irrazionalità del Tempo, della sua “magia” e dei suoi fenomeni paradossali, rivolgendoci alla cultura dell’antico sciamanesimo druidico dei Nativi europei che dava paritetica attenzione sia ai fenomeni della dimensione dello spazio materiale che a quelli astratti del tempo.

Del celtismo sappiamo ufficialmente ben poco. Conosciamo le sue caratteristiche storiche che ci sono state tramandate dall’epoca romana e dai reperti archeologici che sono rimasti. Per la storia accademica del mondo maggioritario il continente europeo sarebbe stato abitato nell’antichità solamente da barbari rivestiti di pelli che sono stati successivamente civilizzati dall’Impero romano e poi convertiti alla verità morale del cristianesimo.

Ma nulla di più falso. Il celtismo non è un ente del passato che si possa chiudere in una teca di un museo, né solamente un tema di studio del campo dell’archeologia, né tantomeno risiede solamente in una sequela di miti e di monumenti megalitici. Il celtismo rappresenta le vere radici del continente europeo e fu l’interprete di una grande civiltà.

La storia raccontata dai romani conquistatori e autori del grande genocidio storico di cui si sono macchiati nei confronti degli antichi popoli del nord e la successiva rivisitazione del cristianesimo hanno portato a misconoscere l’effettiva identità culturale e tecnologica dei Nativi europei.

Nel lontano passato, secondo la stima dei paleontologi, vi furono popoli che migrarono 300-400 mila anni orsono dall’Africa per giungere alle terre europee. È impensabile che in un simile lasso di tempo queste popolazioni non si siano mai evolute in alcun tipo di struttura sociale, di scienza e di tecnologia.

Da quello che si evince dalle tradizioni pervenute attraverso le Famiglie celtiche europee, l’antico celtismo è stato in grado di sviluppare una civiltà che nulla ha da invidiare a quella dell’antico Egitto o delle civiltà andine. Quando queste facevano i loro primi passi, le navi della cultura dei Nativi europei battevano i mari del pianeta scambiando merci, esportando cultura e cognizioni scientifiche ed edificando monumenti megalitici. Lo testimoniano ancora oggi i vari reperti artistici di fine fattura e inimitabili, oppure le cosidette “barchette celtiche”, oggetti che con la loro rotazione anomala dominano le leggi della meccanica, oppure ancora strumenti come l’astrolabio di Nebra. E i numerosi monumenti megalitici testimoniano ancora oggi le loro conoscenze in campo astronomico.

Ossian, impossibilitato a ritornare nella Terra dell’Eterna Giovinezza, rimane nel suo tempo a ricordare i fasti dell’antica cultura irlandese cancellati dal cristianesimo. Da un dipinto di Jean Auguste Dominique Ingres

 

Non abbiamo quasi più nulla di quanto hanno realizzato gli antichi druidi che erano l’anima culturale e spirituale del celtismo in quanto sia l’Impero romano che il cristianesimo hanno provveduto a distruggere o a celare ogni cosa che riguardasse le radici della cultura europea. L’astrolabio del “disco di Nebra” rimase occultato per molto tempo dagli archeologi che lo avevano scoperto, sino a quando dei tombaroli non lo rubarono e non lo misero in vendita sul mercato dell’antiquariato.

La cultura degli antichi Nativi europei ha prodotto medici, architetti, commercianti, filosofi, astronomi ed esploratori che hanno creato le fondamenta culturali dell’attuale Europa. Pertanto non sorprende più di tanto che le loro cognizioni cosmologiche coincidano spesso con le teorie e la ricerca della scienza moderna.

Così troviamo coincidenti teorie vecchie di millenni con le moderne visioni della fisica quantistica, tanto da sovrapporsi poeticamente nel significato di una stessa ricerca di conoscenza che l’umanità, sotto qualsiasi cielo e tempo, porta avanti per trovare risposte alla sua curiosità su che cosa sia l’esistenza e che posto abbia l’uomo in essa.

Per tale motivo, alla ricerca di una conoscenza filosofica sulle proprietà fisiche del Tempo, e sui possibili viaggi temporali, si è voluto prendere spunto dall’antica conoscenza del druidismo per iniziare un lavoro di ricerca e di valutazione che può supportarsi sulle scoperte delle moderne conoscenze scientifiche.

 

Il Tempo secondo il druidismo

Il druidismo non identificava l’universo come una dimensione assoluta di esistenza, ma concepiva un piano reale dell’esistenza come un evento che trascendeva l’universo e in cui questo stesso era comparso con il Big bang e continuava ad esistere al suo interno, sotteso alle sue leggi superiori.

Il druidismo concepiva il vero stato di esistenza come un atto globale che il druidismo identificava nell’attributo di Shan, “il bagliore luminoso dell’intuizione”, quale aspetto immateriale e invisibile del tutto, interconnesso con tutti i suoi elementi costitutivi, che rappresentava il vero senso della realtà in cui si trovava vivere l’individuo e ogni altro genere di vita e di cose. Un atto di realtà che si manifestava attraverso la Natura, definita anche come Madre Terra.

Tuttavia, nonostante identificasse l’esistenza con un fenomeno di natura globale, il druidismo, basandosi sull’esperienza percettiva e intellettuale dell’individuo, distingueva la natura dello Shan in quattro diversi mondi che costituivano quattro piani di competenza esperienziale.

Il primo, l’Annwin, riguardava l’aspetto elementare e potenziale dell’esistenza da cui era uscito l’universo, quest’ultimo identificato nel Mondo di Abred, la cui comparsa è attribuita dalla scienza moderna al Big bang e secondo il mito druidico all’urlo di un Drago primordiale sorto da uno squarcio nel nulla che attraverso il suo propagarsi sonoro nell’infinito avrebbe creato tutte le cose esistenti, dalla materia alla vita.

Vi era poi il Mondo spirituale di Gwenved che rappresentava l’ultima tappa del cammino evolutivo dell’individuo. Al centro di tutto il sistema cosmologico c’era il Mondo vuoto di Keugant, la Causa Prima immanente a tutte le cose, che si manifestava nella sua vera natura in cui si riflettava la stessa realtà dello Shan.

La cosmologia druidica prevedeva per il mondo di Abred, ovvero il nostro universo, due apparenti manifestazioni fenomeniche. Una era la dimensione del Tempo e l’altra della materia con cui si identifica lo Spazio in cui si relazione ordinariamente l’individuo.

Anticipando di millenni le teorie della fisica quantistica moderna, il druidismo asseriva, riferendosi ai principi di “vuoto” e di “pieno”, che il Tempo era la parte “fluida” dell’universo che si legava alla sua qualità statica, ovvero alla materia che definisce lo Spazio. Due elementi fenomenici che si intrecciano tra di loro per formare uno “hnot”, il nodo celtico, infinito e circolare. Precorrendo in pratica l’enunciato della relatività ristretta di Einstein che definiva l’universo nel modello di cronotopo dove si evince una equiparazione tra Spazio e Tempo come visioni apparentemente diverse di un unico fenomeno cosmologico.

Per l’antico druidismo il Tempo era concepito come un grande mare navigabile in ogni direzione e sede di dimensioni abitate da altre forme di vita.

Rappresentazione litografica di una delle navi di cristallo che avrebbero preso a bordo il leggendario Ossian trasportandolo attraverso il tempo su un altro mondo nello spazio celeste

 

 

 

 

La fluidità propria della dimensione del Tempo dava la possibilità agli enti della materia dello Spazio di poter evolvere in strutture sempre più complesse e funzionali. Senza la fluidità della dimensione del Tempo un seme non avrebbe potuto divenire una pianta. Un fiore non avrebbe potuto sbocciare e un individuo non avrebbe potuto nascere e neppure sviluppare situazioni di altro genere come diventare adulto, seminare i campi, costruire macchine, conquistare territori, invecchiare e morire. E neppure raggiungere uno stato di coscienza e di potere spirituale.

Se l’universo non fosse accompagnato dalla dimensione del Tempo, al suo interno ci sarebbe stato solamente un grande e immenso mondo immobile fatto di materia accatastata e inutile. Un grande giardino di pietra fatto di opere tombali che mai avrebbe potuto ospitare la vita.

 

La freccia del tempo e il concetto di Korà

La fisica ordinaria contempla l’esistenza della cosiddetta “Freccia del Tempo”, come ebbe a definirla Eddington nel 1900. Un principio sostenuto dalla seconda legge della termodinamica, o legge di entropia, che comporta una sequenza inarrestabile dello scandire del Tempo che si inoltra nel Futuro, secondo lo scandire dell’orologio, e che non consente di procedere a ritroso verso il Passato.

Ovvero, una tazza, una volta caduta in terra e finita in tanti cocci, non sarà mai in grado di ritornare all’indietro e ricomporsi.

Questo però, come si sarebbe scoperto in tempi più recenti, riguarda solamente il piano macroscopico della scala umana, e non coinvolge il mondo subatomico, libero di comportarsi come meglio crede a seconda dei casi.

Il druidismo, per parte sua, non concepiva la Freccia del Tempo come un valore assoluto che rappresentasse la vera natura del Tempo attraverso lo scandire delle ore, del fluire dei giorni o del susseguirsi di situazioni personali e di casi storici.

La cosiddetta Freccia del Tempo, nel suo progressivo incedere di eventi, era considerata dal druidismo come una illusione del cervello umano, che percepisce il processo evolutivo che agisce nella dimensione effettiva del mare del Tempo, senza poterlo spiegare altrimenti.

Un processo evolutivo presente nell’intero universo, comprendente l’individuo nella sua fisiologia e l’ambiente nei suoi eventi e fenomeni fisici, che veniva identificato nella manifestazione edificatrice della “Korà”, traducibile anche con il termine di “Forming”, inteso come un ente fenomenico pluridimensionale in cui si identificava il processo di evoluzione dell’intero universo nato dopo il Big Bang, che in questo caso lo si potrebbe chiamare “tempo apparente”.

Un ente immateriale che fluisce come un immenso fiume lungo una precisa direttrice, soggetta a più velocità di percorso e ricca di riviere periferiche costituite da ramificazioni di frattali che si chiudono su se stessi. Un fenomeno che ha creato all’inizio le particelle elementari della materia e poi ha realizzato la materia più complessa, visibile e invisibile, sino a dare manifestazione alla vita.

Un processo evolutivo nato con l’universo e basato sulle leggi della probabilità, necessarie per mettere assieme i pezzi del puzzle cosmico creato dal Big Bang che probabilmente già conteneva il “foglietto di istruzioni” del tutto. Facendo risultare insieme al processo di crescita di un fiore anche quello di un individuo, sino alla manifestazione dello stato di consapevolezza interiore in tutte le forme di vita che giungevano a strutturarsi come tali.

La disavventura temporale di Ossian ricorda il paradosso dei due gemelli proposto da Einstein per spiegare gli effetti della massa sul tempo. Il gemello astronauta, a bordo dell’astronave lanciata alla velocità prossima a quella della luce, si troverebbe a vivere un tempo rallentato rimanendo più giovane del gemello lasciato sulla Terra

 

Un processo che rappresenta un preciso Forming fisiologico lineare dell’individuo attraverso il quale egli si forma strutturalmente e che non può funzionalmente retrocedere nel suo sviluppo. Una volta che un fiore si è sviluppato e sbocciato, non è più possibile, e non avrebbe senso, che esso ritorni al suo stato di radice o di semenza. Che senso avrebbe se lo scopo della struttura in crescita è quello di creare il fiore?

Nella percezione del “tempo apparente” che scorre con il riferimento a un orologio, in realtà si ha solamente la percezione psichicamente distorta del procedere lineare del Forming personale.

In effetti sarebbe più facile pensare che siamo proiettati integri nel Futuro, piuttosto che pensare che il nostro corpo e la nostra forma-mentis stiano evolvendo pezzo su pezzo. Ma possiamo constatare che le cellule del nostro corpo di 10 e più anni fa non sono quelle di adesso. C’è stato un molteplice ricambio che ci ha rinnovati e poi ci ha invecchiati. Al termine del nostro Forming personale c’è la nostra morte, decretata all’interno del Forming personale, poiché nel DNA c’è un timer che la decreta.

Ma allora perchè quello che abbiamo intorno non muta mai e lo vediamo sempre eguale come se esistesse già il futuro? Perché anche se la nostra vita può essere breve, le cose del Forming intorno a noi hanno un’altra scadenza.

Esiste un Forming globale dell’universo iniziato almeno 13 miliardi anni fa nel quale noi procediamo come su un sentiero già tracciato. Vediamo il cielo stellato e siamo sempre sul pianeta Terra pur andando apparentemente nel Futuro, perché il loro Forming non è ancora terminato. Ovvero, il compimento strutturale non è ancora completato. E l’ “andare nel futuro” non significa altro che “sentire psicologicamente” il proprio Forming avanzare secondo il suo disegno, pezzo dopo pezzo. Vediamo le pareti della nostra abitazione che sono sempre lì nel futuro che avanza e in cui ci inoltriamo, solamente perché l’abitazione è stata costruita prima che ci entrassimo. Ma il suo Forming terminerà tra 300-400 anni quando andrà in pezzi.

Il Forming evolutivo della Korà era inteso come ben più vasto e oltre la dimensione individuale. Il Forming comprendeva anche il pianeta che stava evolvendo e la storia che portava all’evoluzione dell’umanità. All’identico modo veniva riferito all’universo intero che accoglieva nel suo Forming la Terra stessa. Un inderogabile Forming che si sviluppa linearmente e progressivamente attraverso l’effettivo mare del Tempo, e che porta ogni individuo alla sua morte, in uscita dal Mondo di Abred, il mondo della materia.

Un processo di evoluzione che i druidi identificavano nel simbolo dell’ “Yggdrasil”, l’Albero cosmico della vita dalle Tre braccia che attraversa i mondi. Un simbolismo presente anche in altre culture, come il “Djied” dell’Antico Egitto o l’ “Albero Sephirotico” dell’esoterismo ebraico.

Il simbolismo dell’Yggdrasil mostrava compiutamente l’azione della Korà nella percezione umana.

Infatti la sua percezione è di sviluppo unidirezionale, ovvia nella realizzazione di una struttura completa e funzionale. Ad esempio, una casa parte dalle fondamenta: tetto, pareti, impianti logistici e infine ammobiliamento. Questa era considerata una illusione del cervello umano e veniva riferita alla manifestazione progressiva e continua della “Korà”.

Il re Herla della tradizione bretone, illustrato sulla copertina di un libro per ragazzi, mentre sta per inoltrarsi nella lunga caverna guidato dal misterioso essere. Ritornerà alla sua terra che troverà invecchiata di 200 anni. Anche questo episodio ricorda il paradosso dei due gemelli di Einstein e la lunga caverna illuminata dalle luci una sorta di wormhole ante litteram

 

Un meditante che interpreti il simbolismo dell’Yggdrasil con la sua esperienza interiore giunge ad attivare la sua Korà per evolvere su piani di realtà, e non ha senso, né è possibile, distruggere tale piano di realtà raggiunto, come il fiore di poco sopra, per ritornare a piani elementali inferiori.

Tuttavia nella mitologia celtica era concepito che i druidi, nei loro viaggi sciamanici, potessero apprendere a muoversi lungo l’Albero della Vita in entrambi i sensi, dalle profonde radici immerse nell’oscurità del suolo sino alle alte fronde che lambivano il sole. In pratica erano in grado di viaggiare attraverso il Tempo.

 

I miti del Tempo nella cultura dell’antico druidismo

Nella tradizione del celtismo abbiamo molti esempi della dimestichezza che i druidi avevano con la dimensione del Tempo attraverso la narrazione di miti che alle volte riecheggiano in teorie e scoperte della moderna fisica quantistica.

Possiamo ricordare il mito di Odino, re degli Asi, ma anche considerato come lo sciamano per eccellenza dai poteri superiori, che aveva come compagni di sempre due corvi, Hugin o “pensiero” e Munin o “memoria”, che possedevano la facoltà di superare la barriera del Tempo per viaggiare attraverso le epoche e osservare e riferire sugli eventi del passato e del futuro.

Il concetto del viaggio temporale era quindi ben chiaro agli antichi Nativi europei e rifletteva la credenza che gli sciamani fossero in grado di salire e scendere lungo il tronco dell’Yggdrasil per visitare mondi impossibili ai comuni mortali.

Odino, tra l’altro, è l’ideatore delle rune, l’alfabeto sacro dei Celti, che realizzò secondo le indicazioni del dio celeste Loki-Fetonte ed è anche creatore della prima coppia umana, Askr e Ebla, che avrebbe dato vita a tutta l’umanità.

Nella cultura dell’antico celtismo troviamo anche la leggenda di Ossian o Oisin, “l’eroe che viaggiò attraverso il tempo”. Una leggenda che, curiosamente, cita ante litteram il postulato einsteniano degli effetti della massa sul tempo apparente con l’esempio dei due gemelli che si ritrovano ad avere differenti età biologiche dopo che uno dei due era partito su una astronave che viaggiava a velocità subluminale.

Oisin era figlio di Finn, l’ultimo capo dei Fianna, i mitici guerrieri irlandesi. Innamoratosi di Niamh, una principessa fatata, fu da questa rapito e portato su una nave di cristallo attraverso il cielo a Tir Nan Og, il paese dell’eterna giovinezza. Facile accostare questa descrizione alle navi di cristallo che nell’epoca di Carlo Magno, secondo le cronache del tempo, prendevano a bordo i contadini per portarli a visitare il regno di Magonia posto al di là delle nuvole.

Secoli dopo Osin tornò dal suo popolo cavalcando un bianco destriero, ma le cose erano cambiate, durante il tempo da lui passato a Tir Nan Og: i cristiani avevano scacciato gli antichi Dei. Lui stesso fece l’errore di mettere piede a terra per spostare una pietra: divenne di colpo vecchissimo, il suo cavallo fuggì ed egli non poté più tornare indietro al Paese dell’Eterna Giovinezza.

San Patrizio, impietosito dal povero vecchio nostalgico del suo mondo perduto, divenne suo amico e si fece raccontare tutte le storie riguardanti i Fianna. Cercò anche di convertirlo, ma Oisin non volle e visse ancora molti anni, conservando la memoria perduta delle tradizioni del suo popolo nei suoi canti e nei suoi poemi.

Più o meno simile alla leggenda di Ossian nel bagaglio mitologico dei Celti c’è anche quella del re Herla che, anche lui, “viaggiò attraverso il tempo”.

La leggenda narra che Herla, arcaico re dei più antichi Bretoni della terra di Bretagna, fu avvicinato dal re degli Inferi. Questi era vestito di scuro, aveva la testa grandissima e sembrava un pigmeo per via della sua bassa statura, che non superava quella di una scimmia. Inutile dire che i cultori di esobiologia vi potrebbero intravedere un esempio dei tipici “grigi”, gli alieni mediatici del nostro tempo.

La strana creatura stava in groppa ad un enorme caprone ed aveva – come il dio Pan – il volo fiammante e la barba rossa e tanto lunga da toccare il petto che si intravedeva coperto da peli irti e duri come aghi, e i piedi caprini.

San Eldrado in un affresco dell’Abbazia di Novalesa in Val di Susa, Piemonte. La leggenda narra che attraverso il potere della musica della natura San Eldrado fece un involontario viaggio attraverso il tempo di cent’anni

 

Il misterioso personaggio giunge ad invitare il re bretone a partecipare ai festeggiamenti per le sue nozze. Dopo un anno re Herla si mette in cammino, accompagnato da una nutrita scorta di cavalieri, guidato dal pigmeo. Giungono ad una altissima rupe ed entrano in una lunga cavità (un wormhole ante litteram?) in cui dopo essere passati da una fitta oscurità giungono ad una luce prodotta da una miriade di lumi (le stelle viste dall’interno del wormhole?) Alla fine arrivarono agli appartamenti del pigmeo, un palazzo meraviglioso definito in tutto simile alla reggia del Sole. Quindi celebrate le nozze il re Herla prende congedo e riparte carico di doni: cavalli, cani, falchi e tutti i migliori attrezzi per la caccia e la falconeria.

Il re pigmeo li accompagna fino al punto in cui vi erano le tenebre facendo dono al re bretone di un piccolo cane di razza da portare in braccio, raccomandandogli più volte che lui, e nessun membro della scorta, smontasse mai a terra finchè quel cane non fosse balzato via spontaneamente dalle braccia di chi lo reggeva.

Dopo poco, Herla esce dal cunicolo e ritorna alla luce del sole ed al proprio regno. Incontra un vecchio pastore, gli chiede notizie della regina sua moglie, ma il contadino guardandolo con stupore risponde che capiva a stento la sua lingua perché lui era Sassone e parlava male il bretone. Aggiunge che la regina appartiene alla leggenda popolare e che era ormai da duecento anni che i Sassoni avevano conquistato le terre in cui si trovano.

Alcuni cavalieri della sua scorta, sconvolti da quello che avevano sentito, trascurando le raccomandazioni del re pigmeo, scesero da cavallo e subito si tramutarono in polvere. Il re Herla vedendo quel che succedeva e che il cane non si gettava a terra, lanciò il suo cavallo al galoppo in una folle corsa seguito dalla sua scorta, in un vagare senza fine, senza riposo né mai fermarsi per tutto il Galles.

Per finire questa carellata di miti celtici che fanno riferimento ai viaggi nel tempo possiamo citare ancora la leggenda del druido Eldrado che viaggiò nel futuro.

Una antica leggenda legata alla tradizione druidica della Valle di Susa, in Piemonte, riporta l’esperienza di un viaggio nel tempo del monaco benedettino Eldrado. San Eldrado è una figura della tradizione valligiana che ricorda per molti versi quella di Merlino della saga Arturiana della Tavola Rotonda e dei cavalieri alla ricerca del Graal.

Come tanti druidi del tempo, ricordando ad esempio il caso bretone di San Cornely, rivestiva il saio di Abate di una grande abbazia del posto. Spesso si recava nella natura per praticare la meditazione in un bosco vicino al suo monastero.

Per meditare usava ascoltare la melodia del cinguettio degli uccellini. Un giorno, mentre medita, sembra assopirsi per un attimo. Quando riapre gli occhi decide di ritornare al suo monastero.

Ma qui ha una sorpresa. Gli arredi sono diversi e non solo, anche i monaci non sono più quelli che aveva lasciato poco prima e adesso sono tutti degli sconosciuti.

Eldrado ha modo di visitare l’intera abbazia e scopre di essere in un’epoca del futuro a distanza di cent’anni dal suo tempo. Non sapendo che cosa fare, ritorna al bosco dove si mette nuovamente in meditazione. Ha di nuovo un colpo di sonno e questa volta scopre di essere nuovamente nel suo tempo e può far ritorno alla sua abbazia e ai suoi compagni di sempre.

Il racconto sembra ricordare l’effetto dell’esperienza di Visione che viene prodotta dalla Nah-sinnar, l’antica musica dello sciamanesimo druidico dalle tante proprietà terapeutiche e di veggenza, compresa quella di far viaggiare attraverso il tempo. Ma ricorda anche l’antica credenza secondo la quale, attraverso le tecniche di meditazione, intesa come il viaggio sciamanico lungo il tronco dell’Yggdrasil, sarebbe possibile viaggiare anche attraverso il tempo.

 

Tags: , , , , , ,

1
apr

Scoperti nove nuovi rotoli di Qumran

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri

 

tratto da: http://vaticaninsider.lastampa.it

 

Sono nascosti dentro alcuni filatteri ritrovati negli scavi di sessant’anni fa ma mai aperti. L’annuncio in un convegno alla Facoltà di Teologia di Lugano

di: Giorgio Bernardelli

Sono rimasti nelle grotte del deserto per secoli. E poi nascosti per altri sessant’anni dentro quelli che erano stati catalogati solo come dei tefillin, i filatteri che l’ebreo osservante indossa per la preghiera. Si spiega così la sensazionale scoperta di nove nuovi rotoli di Qumran, la località sul Mar Morto teatro a metà del Novecento del ritrovamento di centinaia di frammenti di testi della Torah e della letteratura giudaica di duemila anni fa. Rotoli conservatisi grazie al microclima di un complesso di grotte del deserto – abitate da una comunità intorno alla quale esistono teorie diverse – e divenuti un punto di riferimento importante negli studi delle scienze bibliche.

Ora dunque ci sono nove nuovi rotoli di Qumran con cui fare i conti. Il ritrovamento è recentissimo ed è stato annunciato nei giorni scorsi al seminario di ricerca internazionale «La storia delle grotte di Qumran», organizzato dalla Facoltà di Teologia di Lugano e coordinato dal professor Marcello Fidanzio. A darne notizia è stato lo stesso archeologo Yonatan Adler, dell’Università israeliana di Ariel, che si è accorto della presenza dei rotoli dentro ai tefillin, che erano custoditi a Gerusalemme nella sezione dell’Israel Museum dedicata ai reperti di Qumran. Si tratta di materiale proveniente dalle grotte 4 e 5, quelle che negli scavi condotti nel 1952 sotto la supervisione dell’archeologo domenicano francese Roland de Vaux videro emergere il numero maggiore di manoscritti. Per il momento i tre tefillin in questione sono stati indagati dall’Israel Antiquities Authority con una particolare tecnica fotografica che ha permesso di stabilire che all’interno di ciascun astuccio vi sono tre rotoli. Si tratta comunque di materiale fragilissimo e quindi l’operazione di apertura richiederà adesso particolari cautele e un certo lasso di tempo.

C’è da scommettere che ci sarà chi coglierà al volo l’occasione per rilanciare la letteratura che vorrebbe Qumran come depositaria di misteri destinati a riscrivere la storia degli inizi del cristianesimo. In realtà – però – almeno dai tefillin non c’è da aspettarsi sorprese del genere: dovrebbero contenere testi tradizionali della Torah, probabilmente versetti del Deuteronomio. Ma dal punto di vista dell’archeologia biblica proprio per questo si tratta di materiale di grandissimo valore.

«La nuova scoperta – commenta il professor Marcello Fidanzio – è la dimostrazione di come quella su Qumran sia una ricerca non ancora conclusa. Per mille ragioni, soprattutto politiche, lo studio dei materiali ritrovati e la pubblicazione dei risultati è tuttora in corso. Ora certamente la curiosità più grande è sapere nel dettaglio che cosa contengono i nuovi rotoli. Ma un altro aspetto importante è il fatto che negli oltre sessant’anni trascorsi dagli scavi nelle grotte le tecnologie utilizzate dall’archeologia hanno compiuto grandi passi in avanti. Questo forse ci permetterà di capire qualcosa di più attraverso i nuovi rotoli».

Tags: , , , ,

Cimatica: effetti e influenze delle frequenze

tratto da: http://lagrandeopera.blogspot.it/2013/03/tecnologia-antica-dna-suono-e-frequenze.html

Il film è stato realizzato originariamente da KilluminatiTheMovie. “Gli Antichi” sapevano molto più di quanto fosse riconosciuto a loro riguardo alla Vita, all’Universo, all’Astronomia, alla Matematica Avanzata, al Magnetismo, alla Guarigione, alle Forze Occulte, eccetera. La conoscenza codificata è informazione che viene trasmessa in segni e simboli e possiamo trovare questa conoscenza in tutto il mondo. Tutti questi avvistamenti antichi e disegni geometrici (Geometria Sacra) simboleggiano forze occulte al lavoro.

I media ci hanno mentito. Gli archeologi moderni non sanno di cosa parlano. “Gli Antichi” non erano stupidi o primitivi. Abbiamo proprio fallito a decodificare questa conoscenza trasmessa in segni, in simboli ed in opere d’arte antiche. Questo tipo di informazione viene tenuta nascosta al pubblico.

Gli scienziati non sanno cosa mantiene l’universo unito, la risposta è il suono e le forze occulte. La Materia è governata da frequenze del suono. C’è molto di più nella vita di ciò che possiamo percepire con i nostri 5 sensi. La domanda allora diviene: “Chi o cosa governa le forze occulte?”. “Cosa c’è dietro alla simmetria in tutta la natura (Sezione Aurea, Phi, la Sequenza di Fibonacci eccetera)?” Non può essere semplicemente una coincidenza, a mio avviso c’è una mente intelligente/coscienza dietro a tutto ciò, che mantiene tutto unito.

Tags: , , , ,

di Francesco Lamendola  (http://www.ariannaeditrice.it)

Qualsiasi studente di Dante sa che, nella prima parte del primo canto del «Purgatorio», egli sembra descrivere la costellazione della Croce del Sud, nelle due famose terzine (versi 22-27):

«I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
a l’altro polo, e vidi quattro stelle
non viste mai fuor ch’a la prima gente.
Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:
oh settentrional vedovo sito,
poi che privato se’ di mirar quelle!»

Il problema è che le prime rappresentazioni cartografiche della costellazione chiamata Croce del Sud, alla quale Dante sembra qui riferirsi, sono quelle rispettivamente di Petrus Plancius del 1598 e di Jodocus Hondius del 1600: vale a dire, circa tre secoli dopo l’epoca nella quale venne composta la seconda cantica della «Divina Commedia»; e che quelle stelle sono interamente visibili, nel nostro emisfero, solamente a partire dal 27° parallelo di latitudine Nord, ossia dalle isole Canarie o, sul lato opposto dell’Africa, dall’estremità meridionale della Penisola del Sinai.
E allora?

Come faceva Dante ad essere a conoscenza di una costellazione invisibile dalle latitudini dell’Europa, Italia compresa?
Fiumi d’inchiostro sono stati versati a questo proposito, nel tentativo di trovare una spiegazione ragionevole dell’enigma; né noi ci ripromettiamo, in questa sede, di rifarne la storia, neppure per sommi capi. Troppo vasta e impegnativa sarebbe una simile impresa, tale da richiedere un grosso lavoro di ricerca, solo per raccogliere la bibliografia attualmente esistente.
Del resto, la curiosità circa l’identificazione delle quattro stelle vedute da Dante sulla spiaggia del Purgatorio – dunque, in pieno emisfero antartico – non ha mai smosso eccessivamente i dantisti, paghi del significato simbolico di esse, ossia le quattro virtù cardinali: giustizia, fortezza, prudenza e temperanza .
Così, ad esempio, Carlo Grabher (Milano, Principato, 1985):

«Che Dante potesse pensare alla Croce del Sud, di cui si aveva notizia in opere astronomiche medievali, o ad altro gruppo di stelle realmente esistenti nell’altro emisfero, non ha per noi alcuna importanza. Le quattro stelle, che Dante ha immaginato per incarnarvi il detto simbolo [ossia le quattro virtù cardinali], poeticamente lo trascendono e brillano della loro viva chiarità indipendentemente da qualsiasi identificazione scientifica; e il cielo “ne gode” sì per il loro valore allegorico, ma anche e più per il loro reale effetto.»

Il Sapegno, da parte sua, preferisce tenersi prudentemente alla larga da ogni tentativo di identificazione astronomica; mentre Giuseppe Giacalone (Milano, Signorelli, 1974), che pure si sofferma sul problema di come interpretare l’espressione «prima gente» del verso 24, lo risolve negando recisamente anche l’identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud:

«È un verso molto discusso [il 24], anche dai commentatori antichi, Pietro di Dante, Buti, Anonimo Fiorentino, i quali giustamente pensavano che si trattasse di Adamo ed Eva, i quali per primi abitarono nel Paradiso Terrestre in stato d’innocenza. Questa tesi oggi è la più seguita e la più logica. Ma già il Benvenuto, seguito da altri moderni, suppose che si trattasse degli antichi romani, i quali, secondo un passo del “De Civitate Dei”, XV, praticarono le virtù cardinali, anche senza la vera religione. Ed il Lana intese, addirittura, gli uomini dell’età dell’oro. L’altra difficoltà è sul senso da dare alle quattro stelle, da alcuni identificate erroneamente con la Croce del Sud, del tutto ignota alla scienza del tempo di Dante (cfr. D’Ovidio, l. c. 21-26). Non bisogna fermasi soltanto al valore allegorico di queste stelle, ma considerare che esse sono vere stelle, che hanno una loro entità oggettiva, che contribuisce indubbiamente a quell’atmosfera di gioia diffusa in tutto quel paesaggio.»

Fa eccezione Manfredi Porena, il quale, all’identificazione delle quattro stelle, ha dedicato uno spazio molto più approfondito della maggior parte dei commentatori moderni, anche se interamente dedicato alla confutazione della identificazione delle quattro stelle con la Croce del Sud (Bologna, Zanichelli, 1972):

«Le quattro stelle sono un’invenzione di Dante, o Dante rappresenta in esse quella costellazione di quattro stelle chiamata Croce del Sud, sconosciuta ai suoi tempi al mondo civile, ma di cui potesse aver avuto notizia in qualche modo?
Questa seconda opinione è oggi molto in discredito; ma poiché ha ancora qualche tardo sostenitore, val la pena di confutarla ancora una volta: tanto più che il discorso delle quattro stelle mi darà occasione di ribadire quanto ebbe ad affermare circa il posto che deve darsi alla verità scientifica nella Divina Commedia.
Dante dice dunque che le quattro stelle non furon viste mai se non dalla “prima gente”. Evidentemente egli allude a gente rispetto a cui le condizioni di visibilità delle stelle medesime erano affatto diverse dalle nostre. L’interpretazione più ragionevole e più naturale è che si tratti di Adamo ed Eva, “prima gente” in modo assoluto: i quali dal Paradiso terrestre, che Dante immagina sulla cima del Purgatorio, potevan vedere le quattro stelle, prossime al polo sud, mentre nel nostro mondo sono invisibili perché troppo meridionali. Un’interpretazione più scientifica del “prima gente” è che si tratti invece dell’umanità primitiva, che pel fenomeno ben noto a Dante (quello stesso cui si deve la precessione degli equinozi) del rotare del cosiddetto “polo del mondo” intorno al polo dell’eclittica, potevan vedere le quattro stelle anche dalle nostre regioni, essendo allora esso polo del mondo più prossimo ad esse, che è come dire che esse erano meno meridionali. Comunque sia, si tratta sempre di prima gente vissuta in tempi lontanissimi da noi, in tutto scissa dalla nostra cultura, da cui Dante non poteva aver ricevuto alcuna informazione, diretta o indiretta. Sicché è chiaro che, tolta la finzione poetica dell’averle viste co’ suoi occhi, resta il fatto reale che egli le ha inventate. Che se, come da qualcuno si è preteso, egli avesse ricevuto notizie della Croce del Sud da fonti classiche da noi ignorate (cosa estremamente inverosimile) o da cartografi o da navigatori medievali, come avrebbe potuto dire che quelle stelle erano state viste soltanto dalla prima gente?
Ma c’è poi un altro fatto di cui non si è abbastanza tenuto conto. Le quattro stelle della Croce del Sud, salvo l’esser quattro, non corrispondono punto all’aspetto delle quattro stelle dantesche: di esse solo una è di prima grandezza, e assai meno luminosa non solo di Sirio ma di non poche stelle a noi visibili. Invece le quattro stelle di Dante sono di una luminosità superiore a tutte quelle che noi vediamo, onde l’apostrofe al “settentrional vedovo sito” che non può contemplare in cielo uno spettacolo simile.
E a chi non si rassegni a considerare le quattro stelle un’invenzione di Dante, perché inventando egli avrebbe mostrato poco rispetto per la scienza, dimostrerò ora che Dante viola ben altrimenti con esse la verità scientifica. Egli sapeva benissimo che all’Equatore vi sono abitanti: lo afferma nella “Monarchia”, chiamandoli Garamanti (I, 14); vi riaccenna nella “Quaestio de Aqua et Terra” (55). E sapeva anche che dall’Equatore si vedono tutte le stelle dell’emisfero meridionale (Inferno, XXVI, 127-9). E allora quegli abitanti dovran vedere benissimo le quattro stelle: le quali, si noti, non sono proprio neanche sul polo sud, ma, come vedremo, ruotano con notevole raggio intorno ad esso […]. Ma Dante ha voluto dimenticare tutto questo e gli è piaciuto dire che le quattro stelle non sono state mai viste se non dalla prima gente. Perché? Perché questa affermazione ha un valore simbolico: le quattro stelle simboleggiano infatti le quattro virtù cardinali, e a Dante premeva affermare che queste, nella loro pienezza, e nel loro vero splendore, non furono possedute se non da Adamo ed Eva prima del peccato.
Ecco come il nostro poeta è capace, per fini poetici e dottrinali, di metter da parte il vero scientifico; ecco quanto erra chi ragiona sulla Divina Commedia col presupposto che bisogni sempre interpretare in modo che sia salvo il vero scientifico, o quello che a Dante pareva tale secondo la scienza del tempo.»

Secondo il Porena, dunque, non vi è alcuna probabilità che le quattro stelle descritte da Dante corrispondano esattamente alla Croce del Sud.
Ma siamo sicuri che ciò sia da escludere in modo assoluto?
A quanto ne sappiamo, la prima descrizione certa di questa costellazione risale ad Andrea Corsali, che, nel 1516, la descrive «così leggiadra e bella che nessun altro segno celeste vi può esser paragonato».
I navigatori che si spinsero, per primi, a sud dell’Equatore, la presero come punto di riferimento per trovare il Polo Sud celeste. Infatti, anche se, nell’emisfero sud, non esiste una stella che possa esser paragonata alla Polare dell’emisfero nord, nella Croce del Sud, che non dista molto dal Polo australe, vi sono due stelle luminose, α e γ, rispettivamente Acrux e Gacrux, che possono svolgere, approssimativamente, quella funzione.
D’altra parte, la Croce del Sud era, sì, nota agli astronomi antichi, ma come parte della costellazione del Centauro (da cui è attorniata su tre lati; mentre, sul quarto, «confina» con la costellazione della Mosca). Come costellazione autonoma, pare che essa sia «nata» solamente nel XVI secolo; e, precisamente, come la più piccola delle 88 costellazioni odierne.
Se non che, a complicare le cose, c’è il fatto che non tutti gli astronomi identificavano la Croce del Sud con la costellazione che attualmente porta quel nome (e che è divenuta famosa perché diversi Stato dell’emisfero meridionale, come il Brasile e l’Australia, la recano raffigurata nella propria bandiera nazionale).
Abbiamo citato Petrus Plancius come il primo cartografo che, nel 1598, riportò sul proprio atlante celeste la costellazione attuale della Croce del Sud. Ma proprio lui è responsabile di una notevole confusione, perché, negli anni precedenti, aveva indicato un’altra Croce del Sud in una diversa porzione del cielo australe, e precisamente a sud della costellazione dell’Eridano, là dove, attualmente, si trova la costellazione denominata dell’Idra Maschio.
E non basta ancora; perché alcuni fra i primi naviganti europei che si spinsero nell’emisfero sud descrissero l’odierna costellazione della Croce del Sud non come una «croce», ma come una «mandorla».
Un’altra osservazione è necessario fare, questa di carattere generale.
Abbiamo visto che, secondo Manfredi Porena, le quattro stelle di Dante non possono corrispondere (se non per un puro caso) alla costellazione della Croce del Sud, in quanto, a suo dire, Dante ben sapeva che, dall’Equatore, sono visibili tutte le stelle dell’emisfero meridionale. A sostegno di questa affermazione, egli cita quella terzina del XXVI canto dell’Inferno(versi 127-129) in cui Ulisse narra a Dante e a Virgilio la sua ultima, audacissima navigazione, che lo avrebbe portato al naufragio e alla morte, nello sconosciuto emisfero meridionale:

«Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e il nostro tanto basso
che non surgea fuor del marin suolo.»

La nave di Ulisse doveva trovarsi all’incirca a 40° di latitudine Sud quando egli fece la scoperta che poteva scorgere «tutte le stelle» dell’emisfero australe, e – dunque, anche quelle prossime al Polo Sud celeste -, ma non vedeva più quelle circumpolari settentrionali. Infatti, per chi si trova nelle località poste alle medie latitudini, vi è una parte di cielo che resta costantemente invisibile, quella che circonda il polo celeste dell’emisfero opposto. Al contrario, la regione vicina al polo celeste del proprio emisfero rimane costantemente visibile. Qui, infatti, le stelle non tramontano mai sotto l’orizzonte, ma paiono compiere un percorso circolare intorno al polo celeste (e per questo appunto sono chiamate «circumpolari»); ed esse saranno tanto più numerose, quanto più l’osservatore si trovi in prossimità del Polo.
Mano a mano che ci si avvicina all’Equatore, al contrario, le stelle circumpolari scendono verso la linea dell’orizzonte; finché, alla latitudine di zero gradi, le stelle più vicine ai due Poli celesti non sono più sempre visibili. Da questa latitudine, un osservatore può vedere, teoricamente, le stelle di tutto il cielo: i Poli Nord e Sud sono esattamente sull’orizzonte. Da lì, pertanto, è possibile vedere sia la Polare che la Croce del Sud, ma con una certa fatica. Quindi, è giusta l’osservazione del Porena, che dall’Equatore si vedono tutte le stelle dell’emisfero meridionale (e anche, aggiungiamo noi, quelle dell’emisfero settentrionale).
Dante parla dei Garamanti, popolo che controllava le antiche vie carovaniere attraverso il Deserto del Sahara, come esempio di abitatori delle regioni equatoriali; ma, in realtà, per vedere la Croce del Sud, è sufficiente trovarsi in Egitto, lungo la valle del Nilo (a partire, come si è visto, dalla latitudine di 27° di latitudine Nord).
I mercanti veneziani e genovesi che, nel Medioevo, frequentavano il porto di Alessandria, dovevano perciò conoscerla, almeno per sentito dire; e, forse, l’avevano veduta, risalendo il Nilo per motivi di commercio. E forse la videro, o ne ebbero notizia certa, anche i cavalieri che avevano partecipato alla Quinta Crociata (1217-21) sotto il duca Leopoldo d’Austria; e, dopo di essi, quelli che presero parte alla Sesta Crociata (1248-54) sotto il re di Francia San Luigi IX, dato che entrambe le spedizioni si rivolsero contro l’Egitto.

Ad ogni modo, come già abbiamo osservato, per gli studiosi di Dante in senso puramente letterario, la questione relativa all’esatta identificazione delle quattro stelle non ha mai rivestito troppa importanza.
Al contrario dei letterati dantisti, gli studiosi di esoterismo e, in genere, tutti coloro che si sforzano di cogliere il senso riposto dei versi di Dante «sotto il velame», per dirla con Giovanni Pascoli, hanno sempre visto nella rappresentazione delle quattro stelle antartiche una sorta di sfida che meritava di essere raccolta, sgombrando la mente da ogni pregiudizio e prendendo in esame tutte le ipotesi possibili; che sono, in sostanza, le seguenti:
a) Dante si è semplicemente inventato le quattro stelle, per motivi poetici e allegorici (facendone il simbolo delle quattro virtù cardinali);
b) Dante ha avuto notizia, da antichi testi di astronomia o da navigatori medievali, dell’esistenza della Croce del Sud;
c) Dante conosceva il fenomeno della precessione degli equinozi e sapeva che quelle stelle, visibili un tempo alle nostre latitudini, non lo erano più per ragioni astronomiche.
Come dicevamo, ci sarebbe impossibile, in questa sede, riassumere la sterminata bibliografia esistente sull’argomento.
Desideriamo invece, più modestamente, prendere in esame una fra le numerose proposte ed ipotesi avanzate dai moderni studiosi di archeoastronomia, che ha il vantaggio di presentarsi, al tempo stesso, come molto semplice e decisamente elegante.
Il suo autore è quel Giulio Magli, professore ordinario di meccanica razionale al Politecnico di Milano, del quale ci siamo recentemente occupati nel nostro articolo «La scoperta della precessione degli equinozi può aver dato origine al culto di Mithra?» (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).
Nel suo libro «I segreti delle antiche civiltà megalitiche» (Roma, Newton & Compton Editori, 2007, pp. 269-71), egli così scrive:

«Questa costellazione [ossia la Croce del Sud], come anche il vicino Centauro non è più visibile alle latitudini del mediterraneo. La precessione infatti portò entrambe le costellazioni a culminare al di sotto dell’orizzonte nel corso degli ultimi due millenni prima di Cristo; in Italia, la Croce scomparve progressivamente tra il 700 a. C. e il 100 a. C. circa; a latitudini un po’ più basse, per esempio all’altezza di Gerusalemme, il fenomeno avvenne qualche secolo dopo, tanto che alcuni autori hanno proposto che possa aver contribuito all’affermarsi della croce come simbolo cristiano.
Quando, all’inizio del Rinascimento, gli Europei iniziarono a viaggiare nell’emisfero sud, la Croce fu “riscoperta”; il fatto di vedere una nuova costellazione proprio in forma di croce può senza dubbio esser stato considerato un buon segno per i naviganti (anche se molti la videro in realtà come una “mandorla”, a ennesima dimostrazione che bisogna che bisogna essere molto attenti quando si cerca di assegnare forme alle costellazioni). In ogni caso è probabile che la conoscenza di questa costellazione non si fosse persa completamente durante il Medioevo. (…)
Senza dubbio Dante usa queste stelle come immagini delle quattro virtù teologali (Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza), ma è molto probabile che l’idea gli sia venuta da una conoscenza, perlomeno approssimativa, delle principali stelle dell’emisfero sud. Questa idea – oggi, ma forse è inutile dirlo, ferocemente negata dai più – venne di fatto già ad Amerigo Vespucci che, dopo aver visto per la prima volta le stelle della Croce, in una lettera datata 18 luglio 1500 e diretta a Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, scrisse:
“Mi pare che il Poeta in questi versi voglia descrivere per le !quattro stelle” del polo dello altro firmamento, e non mi diffido fino a qui che quello che dice non salga verità: perché io notai quattro stelle figurate come una mandorla, che tenevano poco movimento.”
È interessante notare che Dante sembra sapere anche che queste stelle un tempo erano visibili nel Mediterraneo, quando dice “non viste mai fuor ch’a la prima gente (gli scettici obiettano però che “prima gente” potrebbe voler dire non gli antichi, ma Adamo ed Eva).
Non è facile stabilire da dove Dante abbia attinto queste informazioni, visto che le stele della Croce non compaiono come costellazione a sé stante nell’”Almagesto”, il trattato di astronomia compilato da Tolomeo di Alessandria che è la principale fonte scritta sull’astronomia che ci è pervenuta dal mondo classico. In Grecia infatti, quelle stelle facevano parte della costellazione del Centauro – all’epoca più estesa della nostra – che veniva a formare una specie di arco molto luminoso posto a cavallo (scusate il gioco di parole) della direzione sud; la scelta di separare le stelle della Croce in una costellazione a sé stante entrò in uso solo alla fine del XVI secolo. In ogni caso, e indipendentemente dalla spinosa questione di come venivano effettivamente individuati i contorni delle costellazioni nell’antichità, non c’è alcun dubbio sul atto che le stelle di quello che per chiarezza chiamerò “gruppo Croce-Centauro” sono state una presenza importantissima nel cielo del Mediterraneo nei millenni precedenti alla nascita di Cristo; esistono infatti solide prove archeo-astronomiche dell’interesse degli antichi per esse, ed in particolare proprio per le stelle della Croce dalla disposizione geometrica così peculiare, fin dal IV millennio a. C.»

Il Magli, infatti, avanza successivamente l’ipotesi che gli spettacolari templi megalitici dell’arcipelago di Malta, eretti a partire dal 3.400 a. C. da una civiltà della quale, praticamente, nulla sappiamo, siano stati eretti con un allineamento astronomico ben preciso: ossia presentando l’ingresso verso il settore sud-est del cielo, nella direzione del punto di levata del gruppo Croce-Centauro in quella lontana epoca storica.
La civiltà isolana di Malta subì un brusco tracollo intorno al 2.500 a. C., sicché, posteriormente a questa data, nessun tempio megalitico venne più eretto; tuttavia, ce n’è abbastanza per stuzzicare la curiosità dello studioso di astronomia antica, tanto più che edifici analoghi, con lo stesso genere di orientamento, sono stati rinvenuti in altri luoghi del Mediterraneo occidentale: precisamente a Minorca, nelle Isole Baleari, e in Sardegna (civiltà nuragica).
Che dire di tutto ciò?
Forse, gli antichi popoli stabiliti lungo le coste e nelle isole del Mediterraneo avevano elaborato una religione astrale, di cui parte fondamentale era la convinzione che, dalle stelle, venissero all’uomo dei poteri che facevano parte di un ampio collegamento tra sfera celeste, mondo terrestre e mondo sotterraneo (una parte dei misteriosi edifici sacri delle antiche civiltà megalitiche sono, infatti, ipogei).
Forse, quei nostri lontani progenitori credevano che i cicli della natura fossero sorretti e, per così dire, alimentati, da un complesso gioco di corrispondenze fra il mondo celeste, il mondo terrestre e il mondo sotterraneo; e che, per assicurare la fecondità della natura, fosse necessario che gli uomini riproducessero, nella loro architettura sacra, gli schemi dei gruppi stellari dotati di maggiori poteri (un’idea che si è conservata fino a tutto il Medioevo, ad esempio nell’orientamento delle cattedrali gotiche verso la direzione del sole che sorge).
Le stelle che formano l’attuale costellazione della Croce del Sud dovevano svolgere un ruolo particolarmente importante in questo tipo di religione astrale. Ciò spiegherebbe la sopravvivenza della loro memoria anche dopo che, per il fenomeno della precessione degli equinozi, esse erano divenute invisibili alla latitudine dell’Italia centrale e della Sardegna, il che divenne un fatto compiuto all’inizio dell’era volgare (mentre verso il V secolo dopo Cristo la Croce del Sud era diventata ormai completamente invisibile alla latitudine di Roma).
Può essere, pertanto, che quella memoria si sia conservata in maniera tale, che Dante ne venne a conoscenza, attraverso antichi testi di astronomia; così come può essere che egli abbia ricevuto informazioni più recenti in seguito a qualche viaggio di navigatori europei: per esempio, quello dei fratelli genovesi Ugolino e Guido Vivaldi, alla fine del XIII secolo, spintisi audacemente lungo la costa occidentale dell’Africa (che poté, forse, ispirargli l’episodio dell’ultimo viaggio di Ulisse, narrato nel XXVI canto dell’Inferno).
La Croce del Sud, secondo Giulio Magli, sarebbe identificabile, inoltre, nella costellazione chiamata Trono di Cesare, che Plinio descrive come non più visibile dall’Italia, ma ancora visibile dall’Egitto (nella «Naturalis Historia», II, 68), e che ricevette tale denominazione all’epoca dell’imperatore Augusto.
Che altro dire?
Certo la questione rimane aperta ad ulteriori contributi, sia di tipo storico-letterario, che archeologico-astronomico.
Riteniamo, tuttavia che la proposta del Magli, circa la diretta conoscenza di Dante delle stelle dell’emisfero sud, e, forse, anche del fenomeno della precessione degli equinozi – il quale le avrebbe rese gradualmente invisibili alle nostre latitudini – meriti di essere presa attentamente in considerazione: se non altro, come un’ipotesi di lavoro, aperta a nuovi, possibili sviluppi.

Tags: , , ,

7
mar

Impronte umane di 800.000 anni

   Posted by: barbara   in Archeologia dei misteri


The footprints on Happisburgh beach are possibly those of a family in search of food

tratto da: http://gabrielelombardo.altervista.org/
fonte: http://www.bbc.co.uk/news/science

E’ sensazionale la scoperta divulgata il 7 febbraio 2014 nel Norfolk in Inghilterra, si tratta di una scoperta che retrodata la presenza di comunità umane ad 800.000 anni fa, parliamo della presenza umana in Europa e fuori dall’Africa, stiamo parlando di impronte umane impresse nel fango limaccioso a decine e di più persone presenti in rocce visibili nel Norfolk orientale con la bassa marea. La notizia della BBC NEWS riporta la scoperta del dottor Nick Ashton del British Museum che conferma una precedente scoperta di fossili e utensili ritrovati nella stessa area da una precedente spedizione. Sembra da ciò che si evince che questi uomini potrebbero appartenere al ceppo dell’Homo Heidelbergensis vissuto nel Regno Unito e surclassato dal Neanderthal dopo molto tempo e fino a 40000 anni fa.

Happisburgh
The prints were first noticed when a low tide uncovered them
Footprints
The sea has now washed away the prints – but not before they were recorded

Get Adobe Flash player

Tags: ,

Le indagini archeologiche hanno portato a una nuova scoperta a Heit el-Ghurab, la città dei costruttori delle piramidi situata a circa 400 metri a sud della Sfinge.

I ricercatori hanno terminato gli scavi di una grande residenza (House 1) nella cosiddetta Western Town: contiene almeno 21 stanze e risale principalmente all’epoca della piramide di Micerino.

L’ipotesi è che l’edificio fosse occupato da sacerdoti di alto rango coinvolti con le offerte rituali di uno o più faraoni.

La residenza prima del termine degli scavi (AERA)La residenza prima del termine degli scavi (AERA)

Accanto alla residenza era già stato scavato un cumulo di rifiuti (Pottery Mound) contenente ceramiche e frammenti di sigilli con titoli di persone di alto rango, tutti scribi, come “scriba dei documenti reali” e “scriba dei lavori reali”. Questi resti probabilmente provenivano dalla House 1, la più grande abitazione di Heit el-Ghurab.

Dalle ossa animali rinvenute, gli occupanti di questo edificio erano quelli che si nutrivano meglio in tutta la città. E il ritrovamento di due denti di leopardo potrebbe essere un’ulteriore conferma all’ipotesi formulata dagli egittologi.

Il cumulo di rifiuti, noto come Pottery Mound (Mark Lehner)Il cumulo di rifiuti, noto come Pottery Mound (Mark Lehner)

(Mark Lehner)(Mark Lehner)

“L’altra cosa eccezionale è che quasi tutti i bovini avevano meno di 10-12 mesi di età… stavano mangiando vitello”, dice l’egittologo Richard Redding, ricercatore all’Università del Michigan nonché all’Ancient Egypt Research Associates.

Nel campione preso tra le 100.000 ossa scavate nel cumulo di scarti, Redding non è infatti riuscito a trovare un singolo osso di una mucca più vecchia di 18 mesi: “Abbiamo individui di rango molto molto elevato”, dice. Vi erano poi alcune ossa di pecora e capra, in rapporto 1 a 14 rispetto ai bovini.

Denti di leopardo

Nella residenza gli archeologi hanno trovato denti di leopardo e, nella piccola ‘discarica’ vicina, altri due. Tuttavia non hanno trovato alcun osso di leopardo.

(AERA)(AERA)

Redding ha consultato le raffigurazioni nell’Antico Regno (2.649-2.150 a.C.), scoprendo che alcuni individui di alto rango, tra cui membri della famiglia reale, indossavano pelli di leopardo con ancora la testa attaccata. Questo spiegherebbe perché hanno trovato denti ma non ossa.

Il clero di alto rango conosciuto come sacerdoti “sem” poteva indossare queste pelli di leopardo, e potevano essere membri della casa reale, ha fatto notare Mark Lehner, direttore dell’Ancient Egypt Research Associates.

Un sacerdote con indosso una pelle di leopardo (AERA)Un sacerdote con indosso una pelle di leopardo (AERA)

Non è poi chiaro perché siano state trovate molte ossa di zampe posteriori e poche di zampe anteriori, addirittura con un rapporto di 36 a 1.

Redding ha trovato numerose scene dove le persone presentavano le zampe anteriori con offerte le divinità, ma quasi nessun esempio di zampe posteriori offerte. I residenti stavano dunque mangiando probabilmente ciò che rimaneva dalle offerte.

Gli scavi effettuati nel 2013 all’interno della House 1 hanno portato a un’identico rapporto di ossa animali e ad altri denti di leopardo.

(AERA)(AERA)

(Richard Redding)(Richard Redding)

Un complesso sacerdotale

Questa scoperta potrebbe aiutare gli archeologi ad identificare i luoghi per le offerte rituali e le abitazioni degli antichi sacerdoti.

Redding sospetta che i depositi di ossa di zampe anteriori sarebbero situati nei luoghi dove venivano effettuate le offerte rituali. E nel 2011 Redding e i suoi colleghi forse avevano già trovato questo posto: gli archeologi lo chiamano Silo Building Complex (SBC, il “complesso di sili”), ed è situato vicino al monumento dedicato alla regina Khentkawes, forse una figlia del faraone Micerino.

In rosso il Silo Building Complex; in verde la House 1 (AERA)In rosso il Silo Building Complex; in verde la House 1 (AERA)

Spiega Lehner: “La mia analisi delle ossa scavate in quel sito nel 2012 ha mostrato una forte presenza di zampe anteriori, come ci si aspetta dai rifiuti di un complesso sacerdotale. Esamineremo campioni più grandi questo febbraio, ma per ora la mia ipotesi è che il complesso fosse occupato da sacerdoti del culto reale. Situato vicino a un bacino che avrebbe potuto far parte di un porto più ampio, questo edificio è fiancheggiato da lunghi forni e contiene una serie di sili di grano. Probabilmente amministrava i rifornimenti e produceva pane e altre offerte”.

Questo complesso risale a poco dopo la costruzione delle piramidi di Giza. Potrebbe essere stato costruito in quella che era stata la città abitata dai costruttori della piramide di Chefren.

Il SBC nel 2012 (Mark Lehner)Il SBC nel 2012 (Mark Lehner)

Il forno (AERA)Il forno (AERA)

Tags: , , , ,