Posts Tagged ‘archeologia’

21
nov

Il misterioso vaso di Dueno

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Il vaso di Dueno
 
 
Il vaso di Dueno, in bucchero, formato da tre recipienti rotondi conglobati, custodito nel Museo di Stato di Berlino, appartiene alla categoria dei cosiddetti “oggetti parlanti” ed è al centro di studi da più di 130 anni, proprio a causa della scritta che vi è incisa. Si tratta di un’iscrizione piuttosto difficile da interpretare, ordinata da destra verso sinistra, articolata in tre frasi che non presentano spazi tra una parola e l’altra. Finora nessuno è riuscito a trovare il significato definitivo delle misteriose parole incise sul vaso.
A Roma la scrittura fece la sua comparsa nel VII secolo a.C., il periodo in cui è stato prodotto il vaso di Dueno che, pertanto, costituisce una delle attestazioni di scrittura più antica. Non solo, si tratta di un oggetto di pregevole fattura, sicuramente appartenuto ad una persona piuttosto abbiente.
Il vaso venne ritrovato in un deposito votivo sul Quirinale, nel 1880. In merito al suo utilizzo gli studiosi dell’epoca non erano concordi. Nel 1958 Peruzzi attribuì al reperto un uso in ambito sacrale. Peruzzi era un ottimo conoscitore del latino arcaico e diede anche una sua traduzione della scritta che compariva sul vaso: “chi mi rovescia scongiura gli dei affinché fanciulla non ti conceda i suoi favori se non vuoi essere soddisfatto per opera di Tuteria“. Nel 1959 un’altra traduzione venne fatta da E. Gjerstad: “che la tua ragazza possa essere amabile con te, non starti vicina se tu non la conquisterai servendoti della assistenza“.
Sviluppo della scritta sul vaso di Dueno
Negli anni ’60 e ’70 Dumezil, grande cultore della religione romana, esaminò attentamente il vaso e, cercando di contestualizzarlo, fornì una nuova traduzione della scritta: “colui che mi manda giura gli dei che se succede che la ragazza non abbia nei tuoi confronti un buon carattere facili rapporti ce ne venga l’obbligo a noi di far sì che l’accordo si stabilisca per voi“.
Filippo Coarelli, verso la fine degli anni ’80 rifiutò completamente le traduzioni fino a quel momento proposte e “salvò” solo l’ipotesi che il vaso potesse costituire un’offerta sacra, identificando Tuteria, nome che compariva nella frase del vaso, come una delle tante personificazioni della dea Fortuna, questa volta con caratteristiche ctonie ed erotiche. Quest’ipotesi era ulteriormente confortata dal fatto che il vaso era stato ritrovato nel luogo in cui, anticamente, sorgeva un santuario che, forse, era dedicato alla Tike Euelpis. Coarelli propose che il misterioso reperto poteva essere stato dedicato alla dea Tutela, un aspetto della Fortuna. Il santuario dedicato ad una degli aspetti della Fortuna, la Tike Euelpis, è conosciuto solo attraverso le fonti letterarie, le quali ne attribuiscono la costruzione a Servio Tullio. Del resto proprio il culto in genere della dea Fortuna si collega a Servio Tullio, soprattutto per quanto riguarda la celebrazione dei Matralia, festività annuale che si celebrava nel foro Boario, nel santuario dedicato ad un altro aspetto della Fortuna, santuario che la tradizione vuole essere stato fondato dallo stesso re. Il santuario della Fortuna venerata nei Matrialia aveva il nome di Fortuna Vergine e si trovava accanto al santuario di Mater Matuta. Durante la celebrazione di questa festività, le madri romane raccomandavano a Matuta i figli delle proprie sorelle e, forse, anche i figli dei propri fratelli, celebrando un rito di appartenenza della famiglia ad una particolare gens.
In rosso l’area del foro Boario
Proprio per questo si pensa che il vaso del Quirinale fosse stato dedicato in ambito cultuale, in un rito connesso a quello matrimoniale poiché attinente al sistema di relazioni che si instaurava con il matrimonio tra la gens del padre e la gens del marito della donna.
Gli anni ’90 portarono una nuova proposta di traduzione, da parte del Pennisi: “giura per gli dei chi mi acquista e dice a se stesso: se verso di te ridente non sia la vergine, ma tu con doni nuziali come marito vuoi pattuirla. Dueno mi fece per un degno, e da Dueno indegno non mi terrà“. Quest’ultima parte di questa nuova traduzione venne, in seguito, sviluppata in un’altra proposta di interpretazione: “non sia fatto del male a me (è il vaso che “parla”) e a ciò che è consacrato“. Gli studiosi ricordano un passo di Terenzio in cui si narrava di un giovane sposato per imposizione paterna, che si vedeva riconosciuto il diritto di ripudiare la sposa nel caso in cui ella si fosse comportata male e il matrimonio non fosse stato consumato. Qui siamo in ambito giuridico, più che religioso oppure oltre che religioso, essendo il diritto arcaico fortemente influenzato dalla sfera religiosa, alla quale chiedeva, per esempio, in prestito le formule di giuramento.
I colli di Roma e la loro dislocazione
Il testo del vaso di Dueno viene sempre più inquadrandosi come un giuramento arcaico, una formula cristallizzatasi nel corso dei decenni che, probabilmente, non potrà mai essere tradotta con precisione. Il vaso resta, comunque, la più bella dimostrazione di come, già nel VII secolo a.C., i nostri antenati avevano una tradizione cultuale ben articolata, con i suoi riti sacri, i sacerdoti, le formule da mandare a memoria, i codici.
Osvaldo Sacchi ha proposto, differentemente dal Coarelli, l’ipotesi che il misterioso vaso potesse essere collocato nell’area in cui un tempo sorgeva il tempio del dio Fidius, fondato da Tito Tazio. Questo tempio si trovava, secondo la tradizione, anch’esso sul Quirinale. Fidius era la divinità che presiedeva ai giuramenti e che in alcuni calendari, stilati nel periodo precedente ai tempi di Cesare, si celebrava il 9 di giugno. In questo caso il dio Fidius e la dea Fides non erano tanto due divinità distinte, quanto espressione dello stesso culto in epoche differenti. Fidius starebbe per filius e Dius Fidius sarebbe da ricollegarsi ad un arcaico Diovis filius (parallelo al greco Dios kouros). Il figlio al quale le fonti antiche si riferivano era Ercole, omologo del sabino Sancus. Ovidio fornisce il nome completo del Dius Fidius, che è: Semo Sancus Dius Fidius. Il suo tempio, appunto, era sul Quirinale ed era considerato antichissimo.
Anticamente, nell’area laziale, prima della diffusione delle tavole matrimoniali, le parti si scambiavano dei pegni sui quali dichiaravano, in forma di promessa, di consentire lo sposalizio individuando anche dei garanti che testimoniassero della promessa fatta. I vasi, oggetti di uso comune, dunque, potevano essere utilizzati con funzione documentale, specialmente in età arcaica.
Se, quindi, non è ancora concorde l’opinione degli studiosi sulla traduzione della scritta sul vaso di Duenos, è però certa la sua attribuzione ad un uso sacrale nell’ambito di un matrimonio tra persone di alto lignaggio e potrebbe essere stato deposto alla fine di un rito matrimoniale in qualità di documento probatorio dell’impegno del padre della sposa. E’, in sostanza, una forma di promessa o obbligazione unilaterale.
Il testo dell’iscrizione è il seguente:
IOVESATDEIVOSQOIMEDMITATNEITEDENDOCOSMISVIRCOSIED
ASTEDNOISIOPETOITESIAIPAKARIVOIS
DUENOSMEDFEKEDENMANOMEINOMDUENOINEMEDMAOSTATOD

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21
lug

Il più antico latte africano

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Lo studio dei residui organici conservati nei frammenti di vaso provenienti dallo scavo del villaggio neolitico di Takarkori in Libia – datati a partire dal 5200 a.C. – ha fornito la prima evidenza diretta dell’uso e trasformazione del latte vaccino (“daiyring”) presso le comunità di allevatori che abitarono questo riparo nelle montagne del Tadrart Acacus, nel sud della regione del Fezzan. L’attestazione è la prima in assoluto e la più antica del continente africano.

Sebbene l’arte rupestre sahariana fornisca un eccezionale affresco delle attività pastorali del Neolitico – che include scene di mungitura – questa non ha mai potuto consentire una datazione certa, né si sono mai potute ricavare evidenze attendibili, seppur indirette, dallo studio dei reperti animali.

Questa pittura rupestre di bestiame addomesticato risale a 5000 – 8000 anni fa e proviene dal Sahara libico (Roberto Ceccacci)

La ricerca condotta da Stefano Biagetti e Savino di Lernia della Missione Archeologica nel Sahara della Sapienza, in collaborazione con ricercatori dell’Università di Bristol, si è basata sulle analisi di frammenti ceramici che hanno permesso di identificare residui di grassi interpretabili con certezza come latte trasformato. Il contributo rappresentato da questa ricerca va ben oltre l’occasionale scoperta di un reperto pur eccezionale, offrendo uno spaccato della vita quotidiana dei primi pastori africani e aprendo nuove prospettive evolutive che interessano l’intero continente. L’evidenza diretta e inequivocabile dello sfruttamento del latte e della sua trasformazione attraverso cottura indica un inizio assai precoce dell’allevamento bovino nel Sahara centrale – più antico di quanto comunemente ipotizzato – e spiega come il latte, grazie alla trasformazione in burro, yogurt o formaggio, potesse essere consumato e conservato.

La scoperta, pubblicata su di Nature, testimonia l’elevato sviluppo sociale ed economico raggiunto dai pastori del Neolitico medio nel Sahara centrale. Le evidenze archeologiche raccolte dalla Missione della Sapienza negli ultimi anni sulla diffusione della pastorizia nel Sahara sono molte, e includono resti di accampamenti, monumenti funerari e naturalmente la formidabile arte rupestre. Proprio le pitture parietali del Tadrart Acacus – patrimonio mondiale UNESCO dal 1985 – ci raccontano nei dettagli la vita dei pastori africani, i loro spostamenti, le cerimonie, la mungitura del bestiame,  le mandrie – come rappresentato dalla foto di Roberto Ceccacci sulla copertina di Nature.

Università La Sapienza

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13
lug

Sequestrati 18 mila reperti archeologici

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Quasi 18.000 reperti archeologici sequestrati, cinque «tombaroli» denunciati alle procure di Roma e Tivoli per la violazione del Codice Urbani, e una villa di età romana, una necropoli imperiale e un santuario del popolo Equo finora sconosciuti agli studiosi.

È questo il bilancio dell’operazione «Valerio Massimo», avviata quando la Guardia di finanza ha individuato a Cineto Romano, vicino all’antica via Tiburtina Valeria, un sarcofago in marmo di età imperiale che stava per essere trafugato.

(Mario Proto)

(Mario Proto)

(Mario Proto)

I «TOMBAROLI»

Sequestrato il sarcofago, gli investigatori sono riusciti a risalire a tre soggetti ritenuti responsabili degli scavi abusivi. Le perquisizioni nelle loro case hanno rivelato steli epigrafe, segnacoli funerari e cippi miliari del sistema viario consolare provenienti dalla Statio ad Lamnas, antico centro equo e poi romano posto a ridosso della Valle dell’Aniene.

Attraverso le agende e i taccuini sequestrati agli indagati, i finanzieri del Nucleo tributario hanno poi ricostruito la «mappa del saccheggio», che si è dimostrata decisiva per individuare l’area degli scavi clandestini: lì erano già visibili le prime testimonianze di una necropoli di età imperiale, di una villa rustica romana con annesso ambiente per la produzione e la conservazione di derrate alimentari e di un santuario equo con cinta muraria, tutti ignoti alla comunità accademica.

Necropoli c.d. di Ferrata, tombe alla cappuccina del I-II secolo d.C. (Mario Proto)

(Mario Proto)

I resti della villa rustica romana ritrovata in località Collelungo (Mario Proto)

(Mario Proto)

LA SOPRINTENDENZA

Da quel momento i siti sono diventati oggetto di scavi da parte della Soprintendenza per i beni archeologici del Lazio e hanno consentito di restituire alla cittadinanza importanti testimonianze delle civiltà equa e romana.

L’operazione «Valerio Massimo», che ha preso il nome dal console romano che elevò al rango di «consolare» l’antica via Tiburtina, si è conclusa quindi con:

  • la denuncia di cinque «tombaroli» responsabili (a vario titolo) di violazioni in materia di ricerche archeologiche, impossessamento di beni culturali appartenenti allo Stato e ricettazione;
  • il sequestro di 17.932 reperti archeologici, molti dei quali ritenuti di straordinario interesse, e di numerosi utensili da ricerca e scavo;
  • la scoperta ed il sequestro di tre strutture mai censite nei mappali della Soprintendenza.

«Abbiamo inferto un duro colpo alle organizzazioni criminali attive nel mercato clandestino di opere d’arte dall’Italia all’estero», ha sottolineato il generale Virgilio Pomponi, comandante del Nucleo tributario di Roma.

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Il suo DNA è stato decifrato, i campioni dello stomaco e dell’intestino hanno fatto luce sul suo ultimo pasto, le circostanze della morte violenta sembrano ormai chiare. Tuttavia, fino ad oggi, i ricercatori non erano riusciti a individuare alcun residuo di sangue di Ötzi, l’uomo preistorico vissuto 5.300 anni fa sulle Alpi: le analisi dell’aorta non avevano infatti portato ad alcun risultato.

Ora un team di ricerca italo-tedesco, composto da ricercatori dell’EURAC di Bolzano e della Technische Universität di Darmstadt, ha rivelato, grazie all’uso della nanotecnologia, la presenza di globuli rossi sulle ferite di Ötzi.

(iceman.it)

Un globulo rosso trovato in un tessuto di Ötzi (Albert Zink)

“Finora non sapevamo quanto a lungo si potesse conservare il sangue, né tantomeno come si presentavano i globuli rossi dell’uomo durante l’età del rame”, spiega Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Accademia Europea di Bolzano (EURAC).

Il team di ricerca ha prelevato dei campioni di tessuto dalla ferita sulla schiena di Ötzi (causata da una freccia) e da una ferita da taglio sulla mano destra. Poi ha elaborato un modello tridimensionale del tessuto, scoprendo così la presenza di globuli rossi con la loro classica forma “a ciambella”. La stessa struttura che ritroviamo oggi negli individui sani.

“Per essere certi al cento per cento che si trattasse di vere e proprie cellule del sangue e non di polline, batteri o di un’impronta lasciata da una cellula ormai scomparsa, abbiamo adoperato un secondo metodo di analisi: la cosiddetta spettroscopia Raman”, spiegano Marek Janko e Robert Stark, membri insieme ad Albert Zink del Center for Nanosciences di Monaco.

La spettroscopia Raman illumina i campioni di tessuto con una luce intensa, grazie alla quale si riescono a identificare le diverse molecole per mezzo di uno spettro di dispersione della luce. Questo metodo ha confermato che i globuli rossi di Ötzi hanno lo stesso aspetto dei campioni moderni di sangue umano.

Oltre ai globuli rossi, l’analisi ha rivelato tracce di fibrina, una proteina che regola la coagulazione del sangue. “La fibrina emerge nelle ferite fresche e successivamente tende a diminuire. Questo conferma la tesi che Ötzi sia morto subito dopo esser stato ferito dalla freccia e non nei giorni successivi, come era stato ipotizzato inizialmente”, spiega Albert Zink.

I risultati della ricerca sono stati da poco pubblicati sulla rivista “Journal of the Royal Society Interface“.

(iceman.it)

Museo Archeologico dell’Alto Adige

Journal of the Royal Society Interface

 

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1
mag

L’enigma di Glozel

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Anche la scienza ha i suoi limiti.

La diretta conseguenza è che alcune volte proprio i ricercatori,non sapendo che pesci pigliare,finiscono per fare una semplice operazione di rimozione,come un alunno che non sapendo fare un compito,getti la traccia nel cestino.

Il caso di Glozel è emblematico di un certo tipo di comportamento che non fa onore al mondo scientifico,che spesso non ammette i propri limiti,bollando come falso o semplicemente rimuovendo,reperti,storia e manufatti archeologici che potrebbero gettare nuova luce sulla nostra storia di uomini.

Glozel è un piccolissimo centro nei pressi di Vichy,famosa per aver dato ospitalità ad un governo collaborazionista con i nazisti.

Nel 1924,due persone,un anziano e un ragazzo,erano intenti a seguire una mucca che si era allontanata troppo da loro;all’improvviso la videro sprofondare,e si imbatterono,del tutto involontariamente,in quello che era destinato a diventare un incubo per molti studiosi.

Perché sotto il terreno si celava una cavità stracolma di oggetti e reperti,assolutamente straordinari:ceramiche,vasellame,utensili e qualche gioiello.

Il primo a mettere il naso tra i reperti fu un dottore della zona,Morlet,che in seguito avrebbe fatto del ritrovamento la ragione stessa della sua vita.

Ma cosa avevano di così particolare i reperti trovati?

Prima di tutto non appartenevano a nessuna civiltà conosciuta;inoltre c’erano tracce di scheletri che non avevano le stesse dimensioni dei nostri,ma sembravano molto più alti.

Le prime datazioni diedero una risposta incontrovertibile,ma subito giudicata assurda dagli studiosi:i reperti erano di un’epoca che arrivava al 15.000 AC:

Impossibile.

I primi ritrovamenti di scrittura umana,di senso compiuto,appartengono ad un’età stimata a circa 7-10 mila anni addietro.

Un’incongruenza assoluta.

C’erano poi le ceramiche,che gli studiosi sapevano essere comparse attorno al 6500,7000 AC.

Com’era possibile che in quella cavità ci fossero tracce di reperti fuori tempo e fuori da ogni conoscenza?
Si trattava ovviamente di falsi.

La prima reazione del mondo scientifico fu ovviamente questa.

Scetticismo totale.

Il problema divenne evidente quando si iniziarono a guardare le cose con lo sguardo della scienza,senza prevenzione.

Si scopri,per esempio,che la scrittura di Glozel non era assolutamente a se stante,ma che aveva caratteristiche pre indo europee,con marcati segni rintracciabili nell’alfabeto etrusco,o anche in qualche caso con quello sumero.

Nel corso degli anni,con l’affinamento delle tecniche di datazione,si scoprì che la datazione poteva essere confermata;che i reperti non potevano essere assolutamente dei falsi (fatti da chi,e per scopo?),e che quindi si era alle prese con una civiltà preistorica molto evoluta,ma terminata,misteriosamente,e scomparsa nel nulla.

Un azzardo scientifico senza logica e senza motivazioni.

Accantonata l’idea dei falsi,visto il ritrovamento fortuito e la conferma della datazione,alla scienza ufficiale non restava altro da fare che imboccare il solito sentiero dell’evoluzione chiusa,un modo molto comodo di catalogare quello che non si è in grado di spiegare con argomentazioni valide.

La lingua di Glozel è una lingua complessa e difficile:sono oltre cento i simboli differenti,è composta da 70 pittogrammi e 26 lettere dell’alfabeto.

Il che la porrebbe di fatto come una lingua scritta impossibile,perché antecedente di troppo a quelle conosciute da noi;come conseguenza della cosa,ai giorni nostri un’equipe di glottologi ha tentato,tramite computer,di dare una logica alla scrittura.

Il computer ha fallito,e la diagnosi degli scienziati è stata questa:

“La scrittura è frutto della casualità”

Il che equivale a dire che qualcuno,migliaia di anni addietro,ha usato quelle pietre per scarabocchiare le prime cose che venivano in mente,senza una logica.

E per fare questo ha ovviamente usato 100 simboli differenti………

Negli ultimi anni i ricercatori hanno semplicemente rimosso il problema,limitandosi alla stanca litania del falso.

Una prassi consolidata,che non depone a favore della serietà del mondo scientifico.

Su Glozel si attendono responsi autorevoli,in attesa che nuovi sistemi di datazione facciano luce su un autentico mistero.

 

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Provengono dalla Cina i resti del più grande tra gli animali piumati mai esistiti: lungo almeno nove metri per un peso di oltre una tonnellata, “parente” del celeberrimo e temutissimo Tirannosauro Rex. Recentemente scoperto, descritto dalla rivista scientifica Nature.

 
Il Bellissimo Tiranno, scoperto il più grande dinosauro piumato.

C’erano piccoli dinosauri ricoperti di piume, una sorta di «progenitori» dei nostri uccelli; e poi c’era lo Yutyrannus Huali un vero e proprio gigante vissuto nel Cretacico inferiore che, con i suoi nove metri ed oltre di lunghezza, il peso di circa 1400 chilogrammi e la sua imponente stazza, è il più grosso tra gli animali piumati esistiti ed esistenti. I fossili appartenenti a tre esemplari, un adulto e due piccoli, sono stati rinvenuti dai paleontologi dell’Accademia Cinese delle Scienze di Pechino nella provincia nord-orientale di Liaoning, la medesima in cui sono stati identificati i resti di altri dinosauri piumati, quali Sinosauropteryx nel 1996 e Beipiaosaurus nel 1999, fino ad ora ritenuto il più grande pennuto mai scoperto: vissuto anch’esso nel primo Cretacico, con i suoi 2.2 metri di lunghezza si è visto strappare il record personale dal neo-arrivato da quella «culla di fossili» che è l’Oriente da cui, negli ultimi tempi, giungono notizie sempre più interessanti per il mondo della scienza come il recente ritrovamento in Mongolia di un’intera foresta seppellita dalle ceneri di un vulcano 300 milioni di anni fa. Non è più così difficile, dunque, immaginare uno scenario di circa 125 milioni di anni addietro, in cui animali piumati di diverse dimensioni condividevano territori liberi e selvaggi.

 

Yutyrannus Huali

Il nome scientifico Yutyrannus Huali è una combinazione tra latino e mandarino e può essere tradotto come Tiranno dal bel Piumaggio. Il suo fitto mantello non serviva certamente a volare, vista l’impressionante mole di questo rettile, «parente» del più celebre e temuto tra i carnivori dell’antichità, il Tyrannosaurus Rex vissuto in un’epoca meno remota rispetto al «cugino pennuto», tra i 70 e i 65 milioni di anni fa, nel Cretacico superiore. Proprio le differenze cronologiche tra i due dinosauri hanno consentito agli esperti di ipotizzare le ragioni di questa peluria, ritenuta curiosa per un animale di quelle dimensioni: Yutyrannus Huali, infatti, si trovò ad esistere in un periodo assai più freddo del successivo e il piumaggio poteva essergli utile per svolgere una funzione di isolamento termico. Secondo Corwin Sullivan, paleontologo canadese affiliato all’università di Pechino e co-autore del primo studio su questi fossili pubblicato da Nature, le temperature assai più basse del Cretacico inferiore sarebbero una possibile spiegazione per la presenza di piume dal momento che, generalmente, gli animali di grossa taglia trattengono il calore piuttosto facilmente, anzi possono andare incontro a problemi di surriscaldamento che la natura risolve con stratagemmi ad hoc.

 

Provengono dalla Cina i resti del più grande tra gli animali piumati mai esistiti lungo almeno nove metri per un peso di oltre una tonnellata, parente del celeberrimo e temutissimo Tirannosauro Rex. Recentemente scoperto, descritto dalla rivista scientifica Nature.

Insomma, col trascorrere delle migliaia di anni, e con il graduale innalzamento delle temperature, questo gigante avrebbe perso il suo manto, ormai non più utile a  proteggerlo dal freddo: il suo «discendente» T. Rex non aveva più necessità di uno strato protettivo ulteriore, anche se la possibilità che pure esso presentasse quanto meno delle piccole porzioni di pelle piumata, magari destinate a scomparire in età adulta, non può essere esclusa del tutto dagli scienziati. Il piumaggio consisteva in una serie di filamenti accostabili maggiormente a quelli che ricoprono i pulcini, piuttosto che a un sistema di vere e proprie penne; essendo stato osservato in molte parti del corpo dei fossili rinvenuti è stato quasi automatico, per gli studiosi, ipotizzare che costituisse un rivestimento di tutto il corpo di questa sorta di «pulcino gigante» che popolava vaste distese incontaminate milioni di anni fa, di cui ci è possibile solo a tratti immaginare i favolosi e magnifici scenari.

FONTE    http://scienze.fanpage.it/il-bellissimo-tiranno-scoperto-il-piu-grande-dinosauro-piumato/

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dal sito http://www.invasionealiena.com

Nella Grande Piramide di Giza vi sono porte segrete che verranno aperte per la prima volta nel 2012.

Grande Piramide, Egitto, Giza, porte segrete

Le domande che turbano gli archeologi dal 1872 avranno quindi finalmente una risposta. Per i più impazienti, fortunatamente, un serpente robotizzato ci ha già dato un piccolo assaggio di quello che sinasconde dietro.

Grande Piramide, Egitto, Giza, porte segrete

Il micro robot serpente Scoutek UK  si è infilato furtivamente dietro una porta, all’inizio dell’anno, e hascoperto da una parte dei manici in rame, e dall’altra, dei piccoli geroglifici rossi. Ma le rivolte della primavera araba hanno bloccato di netto le esplorazioni.

Grande Piramide, Egitto, Giza, porte segrete

Le autorizzazioni  rilasciate dal Consiglio Supremo delle Antichità hanno cancellato tutti i permessi per la ricerca. Ma ora li stanno consegnando di nuovo. Il robot sarà quindi presto in grado di riprendere le sue ricerche e documentare al  massimo quello che c’è dietro la pietra che blocca la porta. Deve anche determinare se la zona è sicura e praticabile.

La spedizione si chiama Djedi, come il mago che Cheope ha consultato quando faceva costruire la sua piramide. I quattro piccoli condotti che si trovano nel cuore della piramide hanno sorpreso gli archeologi da quando le scoprirono nel 1872. I condotti misurano soltanto 20 cm di larghezza e non possono essere esplorati dagli esseri umani. Alcuni esperti ritengono che questi condotti dovevano permettere allo spirito del faraone di fuggire dalla tomba.

Nella piramide, ci sono tre stanze: la camera del Re, la camera della Regina e la Grande Galleria. La camera del Re ha due condotti che portano verso l’esterno.

Ma i due tunnel che partono dalla Camera della Regina conducono a due porte di pietra con i pomelli in ottone. Dietro a queste porte in pietra c’è un’altra pietra. Che cosa c’è dietro?

Grande Piramide, Egitto, Giza, porte segrete

Queste porte sono levigate e devono quindi avere una maggiore utilità rispetto a quella di fermare soltanto dei detriti. Queste misteriose porte saranno aperte nel 2012, se tutto va bene.

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I resti di spesse mura di pietra recentemente scoperte in cima a una collina in Israele – dove secondo la tradizione venne sepolto il profeta Giona – suggeriscono l’occupazione del sito all’epoca del profeta, quasi 3000 anni fa. Il sito si trova a Giv’at Yonah (la collina di Giona), sopra la città moderna Ashdod.

(Sa’ar Ganor, Israel Antiquities Authority)

(Israel Antiquities Authority)

Le Scritture ebraiche, cristiane e musulmane raccontano che il profeta Giona in un primo momento abbandonò le istruzioni di Dio di andare a predicare nella città assira di Ninive (oggi in Iraq). Dopo esser fuggito altrove ed essersi imbarcato su una nave, poi investita da un temporale per punizione divina, venne gettato a mare e inghiottito da un “grande pesce”. Trascorse tre giorni e tre notti dentro il suo ventre pregando, e così Giona venne perdonato da Dio e rilasciato. Secondo la storia, andò a Ninive e convinse gli abitanti a pentirsi. In alcune tradizioni, tra cui quella musulmana, Giona fu sepolto Giv’at Yonah.

Questa nuova scoperta non fornisce alcuna prova archeologica della tomba di Giona. Tuttavia, grazie alla datazione di alcuni frammenti di ceramica lì ritrovati, mostra che Giv’at Yonah è stata occupata durante l’epoca di Giona, tra la fine del VII e l’inizio dell’VIII secolo a.C., dice l’archeologo israeliano Sa’ar Ganor.

Le mure avrebbero fatto parte di una fortezza situata in posizione strategica: la collina si erge 50 metri sul livello del mare e si affaccia sul Mar Mediterraneo e altri insediamenti vicini. Oggi vi è un faro moderno.

È possibile la fortezza sia stata abitata dagli Assiri che governarono la regione in quel periodo, o che sia stata occupata da Giosia, re di Giuda, che conquistò il territorio e controllò l’area nel VII secolo a.C.

Negli anni ’60, uno scavo effettuato nelle vicinanze scoprì dei simili resti di mura, oltre a un ostrakon sul quale si leggeva che un certo Ba’altzad aveva donato dei soldi a un luogo sacro.

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Sono vari gli scrittori spagnoli del XVI e XVII secolo che descrissero l’espansione degli Incas verso l’Amazzonia, verso un poderoso regno, o forse una confederazione di tribù, denominata “Paititi”.
Questa terra leggendaria, la cui etnia dominante era alleata dei Moxos, si situava a nord-ovest del Rio Guaporé, oggi territorio brasiliano.
Il primo testo che descrive le conquiste di Pachacutec nella selva bassa amazzonica è la Relazione dei Quipucamayos a Vaca de Castro (1544), dove si menziona la costruzione di due fortezze nelle pianure amazzoniche allo scopo di delimitare l’impero e controllare i popoli che vivevano oltre la frontiera.
Il vescovo spagnolo di La Paz Nicolas de Armentia (1845-1909), descrisse la costruzione di due fortezze nel suo libro “Descrizione del territorio delle missioni francescane di Apolobamba”. Eccone un passaggio:

…(El Inca) terminó comunicarse com el Gran Senor del Paititi y por via de presentes, y mando el Inga que lê hiciesen junto al Rio de Paititi dos fortalezas de su nombre por su memória de que habia llegado allí su gente…

Quando morì Pachacutec, siccome i popoli della selva si rifiutavano di pagare il tributo al Cusco, il nuovo inca Tupac Yupanqui, decise di organizzare una spedizione militare per sottomettere i popoli amazzonici e poter accedere cosi alle loro risorse (coca, oro ecc.). Lo scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa descrisse questa seconda campagna militare nella sua Historia de los Incas (1572). Ecco un passaggio del suo libro:

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Nel libro di Sarmiento de Gamboa si specifica che il generale Otorongo Achachi fu incaricato di presidiare le due fortezze che erano state costruite da Pachacutec.
Vi sono poi altri documenti antichi (Felipe de Alcaya e Francisco Sanchez Gregório nelle croniche di Lizarazu del 1635), che narrano della presenza permanente di alcuni discendenti della famiglia reale inca presso il Rio Guaporé (vedi mio articolo: La fuga del inca Guaynaapoc nella misteriosa terra del Paititi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 In seguito a studi di vari archeologi, tra i quali il finlandese Parsinnen, si individuò la prima fortezza incaica nella selva bassa amazzonica. Si tratta della Fortezza di Las Piedras, ubicata non lontano dalle sponde del Rio Beni, quase alla confluenza di questo fiume con il Rio Madre de Dios, in territorio boliviano. All’interno della Fortezza Las Piedras furono trovati molti resti ceramici di chiara derivazione inca.
Dopo l’indivuduazione di Las Piedras rimaneva pertanto l’interrogativo: dove era situata la seconda fortezza inca della quale accennano le cronache antiche?
Nel mio recente viaggio in Rondonia ho potuto portare a termine due spedizioni nelle quali ho approfondito la possibilità che queste antiche cronache abbiano una corrispondenza nella realtà archeologica.
Insieme ad alcuni ricercatori brasiliani ho approfondito lo studio della città perduta di Labirinto, luogo enigmatico che potrebbe essere stato utilizzato da alcuni discendenti della famiglia reale incaica per scopi cerimoniali.
In seguito sono venuto a conoscenza della possibilità di trovare alcune strane rovine nella selva situata nel versante nord del Rio Madeira, sempre nello Stato della Rondonia. Ho deciso pertanto di organizzare una seconda spedizione in terra brasiliana.
Ho inizialmente viaggiato fino ad Abuná, un paesello ubicato sulle rive del Rio Madeira, dove sono venuto in contatto com alcuni anziani che mi hanno confermato la presenza di rovine non ben identificate in un luogo situato a circa un giorno di cammino dalla sponda opposta del fiume.
Quindi ho conosciuto la guida locale Francisco Chogo dos Santos che ha acconsentito ad accompagnarmi, insieme all’aiutante Saviano Bebizao.
L’indomani mattina abbiamo raggiunto la sponda del Rio Madeira e, con l’aiuto di un barcaiolo, abbiamo navigato fino ad un punto situato al di là del fiume, a circa un’ora di navigazione da Abuná.
Da quel punto abbiamo iniziato a camminare in direzione nord-est, nella selva adiacente al Rio Madeira.
E’una zona di selva densa e inondata, infatti in molti punti avevamo l’acqua alle ginocchia. Dopo circa un’ora di camminata, avanzando a colpi di machete, ci siamo trovati di fronte ad un fiume abbastanza profondo detto Simauzinho (Simoncello). L’attraversamento del fiume è stato molto complicato perché la prondità raggiungeva il metro e sessanta centimetri e l’acqua era limacciosa, mentre il fondale era fangoso.
L’ho attraversato con l’acqua al petto, sostenendo il mio zaino in una posizione elevata in modo che non si bagnasse, temendo un attacco di serpenti, caimani o razze di fiume, numerosissime in quella zona.
Quindi abbiamo continuato a camminare per tutta la giornata fino a giungere in un luogo dove vi erano vari macigni giganteschi nel bel mezzo della selva. L’impossibilità di raggiungere il nostro obiettivo in giornata ci ha convinto sulla necessità di approntare un campo base nella prossimità di quei macigni, soprattutto perché nella zona vi era un ruscello dove scorreva dell’acqua fresca e pura.
Mentre le mie guide accendevano il fuoco per cucinare ho proceduto ad esplorare la zona rendendomi conto di star camminando al di sopra della cosidetta terra preta amazzonica, un suolo ricco di resti antropici, come ossa triturate di animali da cortile e pezzi di ceramica utilitaria, segno di un’antica presenza umana nella zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’indomani mattina abbiamo continuato ad avanzare verso il nostro obiettivo, un’alta collina di origine vulcanica situata a circa 15 chilometri dal Rio Madeira.
In due ore di camminata siamo giunti alle falde dell’alta collina rocciosa. Subito mi sono reso conto di trovarmi in un luogo particolare, dove antichi popoli vissero in passato, sfuttando la posizione elevata sulla selva bassa amazzonica.
Nella cima della collina rocciosa, abbiamo avvistato una alta muraglia, spessa fino ad un metro, ed in alcuni punti alta fino a due metri.
Dopo essere entrati all’interno dell’antica costruzione ho potuto rendermi conto della sua grandezza ed estensione. Si tratta di una muraglia difensiva che circonda l’intera collina rocciosa. Il diametro della muraglia è di circa 200 metri, mente la sua lunghezza totale, ovvero la sua circonferenza, raggiunge i 600 metri.
Dall’interno della costruzione si può osservare la selva bassa amazzonica da una posizione elevata e privilegiata. Si può inoltre riuscire a scorgere una parte del lontano Rio Madeira, situato a circa 12 chilomentri in linea d’aria.
Questa edificazione, che ho denominato “Fortezza del Rio Madeira” (alcuni abitanti di Abuná la conoscono come Serra da Muralla, individuando così la collina, e non il sito archeologico), è, a mio parere, precolombiana, per vari motivi.
Innunzitutto bisogna specificare che i portoghesi giunsero stabilmente presso l’attuale territorio del Rio Madeira solo intorno al 1750. Nel 1776 iniziarono la costruzione del Forte Príncipe da Beira, presso le rive del Rio Guaporé. Se la fortezza del Madeira fosse stata costruita dai portoghesi l’atto di fondazione sarebbe stato registrato in alcune cronache del secolo XVIII, ma non vi è traccia alcuna di tale cronaca.
Escludo inoltre che sai stata costruita da spagnoli perché troveremmo l’atto di fondazione in qualche resoconto dell’impero spagnolo.
Inoltre il tipo di costruzione non è europeo e i portoghesi non avrebbero avuto necessità di costruire una fortezza difensiva cosi distante dal Rio Madeira.
Resta pertanto l’ipotesi che la fortezza sia stata costruita da popoli indigeni amazzonici. La nostra esperienza, però indica che i popoli amazzonici non solevano costruire fortificazioni in pietra, salvo casi rari.
L’ipotesi pertanto che la fortezza del Madeira sia una costruzione inca si rafforza, anche considerando le cronache antiche, che ho citato all’inizio di questo articolo.
Se ulteriori studi archeologici comprovassero la mia ipotesi avremmo trovato la seconda fortezza costruita da Pachacutec, una prova in più che la terra leggendaria del Paititi si situava nell’attuale territorio brasiliano della Rondonia.
Inoltre la Fortezza del Madeira amplia verso occidente la zona d’influenza inca, che fino ad oggi si credeva giungesse solo fino alla fortezza di Las Piedras, presso l’attuale città de Riberalta, in Bolivia.
Dopo aver esplorato la zona, siamo rientrati verso il campo base. Il giorno sucessivo abbiamo camminato verso il Rio Madeira dove nel primo pomeriggio abbiamo incontrato il nostro barcaiolo, che ci stava aspettando per condurci nuovamente ad Abuná.

YURI LEVERATTO

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Il Rio Guaporé (chiamato anche Rio Itenez, 1749 km di lunghezza), nasce nello Stato brasiliano del Mato Grosso e scorre in direzione nord-ovest, disimboccando nel Rio Mamoré.
Il suo corso segna la frontiera tra la Bolivia e il Brasile, in particolare tra i dipartimenti boliviani di Santa Cruz e Beni con gli Stati brasiliani del Mato Grosso e Rondonia.
Fin dai tempi degli Incas il Rio Guaporé ha rappresentato una linea di frontiera, oltre la quale vi erano terre mitiche e poco conosciute, come il leggendario Paititi. Ecco un passaggio dello scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa nella sua Historia de los Incas (1570).

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Il regno leggendario del Paititi veniva individuato presso un Rio chiamato appunto Paititi e veniva sovrapposto alle terre degli indigeni Moxos. Secondo Sarmiento de Gamboa gli Incas mantevano rapporti amichevoli con il regno dei Moxos e con gli abitanti del Paititi ma fece costruire due fortezze per delimitare l’influenza dell’impero incaico. Uma di queste fortezze è stata individuata presso Riberalta, vicino alla confluenza del Rio Beni con il Rio Madre de Dios, mentre per quanto riguarda la seconda fortezza si ignora la sua possibile ubicazione.
Secondo le croniche di Lizarazu (1635), gli Incas non si limitarono a costruire le due fortezze ma si instaurarono nel regno del Paititi assumendone il controllo. Ecco due passaggi della cronica antica:

L’Inca del Cusco inviò suo nipote Manco Inca, il secondo a portare questo nome, alla conquista dei Chunkos, indios Caribe che vivono nella selva ad oriente del Cusco, Chuquiago e Cochabamba. E Manco entrò alla selva con ottomila indios armati, portandosi con se suo figlio.
E considerando la diffocoltà del terreno [Manco] popolò la parte opposta della montagna del Paititi, dove dicono gli indios Guaraní, que sono arrivati in seguito a conoscere questo potente signore, che in quel monte si trova grande quantità d’argento, e da lì tirano fuori il metallo, lo depurano, lo fondono e lo trasformano in perfetto argento. E così come fu a capo di questo regno del Cusco, lo è adesso in quel grandioso regno del Paititi, chiamato Moxos.

E’ possibile che realmente Manco (da non confondersi con Manco Inca) avesse governato il Paititi? Vi sono inoltre altri documenti antichi che narrano della fuga di Guaynaapoc (figlio di Manco), verso il Paititi, allo scopo di occultare i simboli sacri del Tahuantisuyo in un luogo nascosto, sicuro e lontanissimo dal Cusco. Ecco la cronica di Felipe de Alcaya pubblicata nelle informazioni di Lizarazu (1635):

Quando finalmente il “re piccolo” [Guaynaapoc], arrivò allá città del Cusco, trovo tutta la terra conquistata da Gonzalo Pizarro, e a suo zio [Huascar], assassinato a morte dal re di Quito [Atahualpa], e l’altro Inca ritirato a Vilcabamba [Manco Inca].
E in quell’occasione cosi particolare riunì tutti gli indios che stavano dalla sua parte, e li invitò a seguirlo alla nuova terra que aveva scoperto suo padre [Manco], chiamata Mococalpa (adesso chiamata Moxos)…Circa ventimila indios seguirono Guaynaapoc, …Portarono con loro moltissimi capi di bestiame e artigiani dell’argento, e durante il cammino altri indigeni delle pianure si aggiunsero allá moltitudine, che alla fine raggiunse il Rio Manatti (1)
E finalmente giunse al Paititi donde fu allegramente ricevuto da suo padre e da altri soldati e la sua felicità raddoppiò, per trovarsi in un regno inespugnabile e lontanissimo dal Cusco, che era ormai in mano agli invasori.

(1) Rio Guaporé

Questo luogo leggendario, il Paititi, inteso anche come terra mistica e rituale dove sono preservate le tradizioni antiche, è stato cercato per circa 500 anni in innumerevoli spedizioni, ma nessuno lo ha mai trovato.
E’ stato cercato in Perú, Bolivia e anche in Brasile, ma nessuno ha potuto portare prove certe della sua esistenza reale.
 

 

 

 

 

 

 

Durante il mio ultimo viaggio in Bolivia e Brasile ho potuto portare a termine alcune spedizioni per tentare di fare luce su questo mistero del passato.
In Bolivia ho potuto, insieme al pilota ricercatore Jorge Velarde, compiere un’esplorazione aerea del parco nazionale Noel Kempff Mercado, allo scopo d’individuare dall’alto indizi importanti di queste antiche culture.
La spedizione è stata un successo in quanto abbiamo potuto documentare dozzine di laghi modificati dall’uomo ed orientati sull’asse nord-est sud-ovest, oltre a moltissimi terrapieni e colline artificiali.
In Brasile invece, insieme ad alcuni ricercatori dello Stato della Rondonia, ho potuto portare a termine alcuni viaggi sia nella conca del Rio Machado che in quella del Rio Guaporé.
La nostra spedizione nella selva del Rio Guaporé aveva come scopo la ricerca di eventuali resti di culture incaiche o pre-incaiche che potessero essere riconducibili al leggendario viaggio di Manco e al rientro di suo figlio Guaynaapoc nella terra del Paititi.
Il nostro obiettivo era una zona di selva situata nelle vicinanze del forte Principe da Beira, un imponente baluardo costruito dai portoghesi nel 1776, per demarcare e controllare il territorio situato ad ovest del Rio Guaporé, appartenente al Portogallo a partire dal 1750 (trattato di Madrid).
Nel versante occidentale del Rio Guaporé gli spagnoli avevano già costruito la missione di Santa Rosa (1743), che ebbe però vita effimera perché ormai tutta la zona era sotto il controllo dei portoghesi.
I partecipanti della spedizione sono stati: l’esperto in questioni indigene Evandro Santiago, il professore di Storia e Filosofia Zairo Pinheiro, il ricercatore Joaquim Cunha da Silva e il sottoscritto. Eravamo accompagnati dalla guida locale Elvis Pessoa.
Ci siamo inoltrati nella selva in un luogo distante circa quattro chilometri dal grandioso forte Principe da Beira. Dopo aver camminato avanzando nella foresta per circa mezz’ora ci siamo imbattuti in alcune strane rovine, dei muri antichi alti circa due metri.
Quindi camminando in direzione sud abbiamo trovato un altro muro, questa volta alto circa quattro metri e lungo circa 15 metri. La costruzione era rustica con pietre non molto grandi, incastrate tra loro in modo non perfetto.
 

 

 

 

 

 

 

Dopo circa 20 metri ci siamo imbattuti in un altro muraglione, ma dalla parte opposta rispetto al primo (verso est), come formando un canalone.
La vegetazione all’interno del canalone era tanto fitta e densa che risultava effettivamente difficile distinguere molti dettagli, senza avvicinarsi alle muraglie. Quindi ancora una volta sul lato destro, ho notato che il muraglione formava un canale verso ovest, più stretto ma completamente occupato da fittissima vegetazione.
Abbiamo quindi continuato ad avanzare con difficoltà fino a giungere ad una strana costruzione in pietra di forma quadrata di circa 5 metri di lato, all’interno della quale si può accedere attraversando un portale rivolto verso il nord.
I lati della costruzione sono composti da muri diroccati alti circa 50 cm, mentre il portale è discretamente conservato, costruito con un architrave largo circa 1 metro che sorregge le pietre rustiche posizionate al di sopra di esso. La facciata è alta circa 2,30 metri.
La nostra guida Elvis ci ha detto che tutto il luogo archeologico è denominato dai pochi nativi del posto Città Labirinto (cidade laberinto, in portoghese).
Durante tutta la giornata abbiamo continuato ad esplorare la zona rendendoci conto che il Rio Guaporé è abbastanza lontano dalla Città Labirinto, più di un chilometro. Abbiamo inoltre esplorato la parte alta dei monticoli delimitati dagli alti muraglioni rustici, trovando degli spazi abitazionali irregolari larghi circa due metri delimitati da pietre non incassate perfettamente.
L’indomani mattina abbiamo esplorato anche una zona situata ad est del portale, distante circa 700 metri, ed anche in quel luogo abbiamo trovato vari spazi abitazionali o basi di vecchie fondamenta, ma non gli alti muraglioni di Labirinto.
Siamo quindi tornati a Labirinto, concentrandoci non solo sull’interessante portale, dove si nota che i sedimenti nel suolo sono spessi circa 50 centimetri, ma soprattutto sui muraglioni e sulle basi di antiche fondamenta che vi sono negli spazi in cima ad essi.
Una volta terminata l’esplorazione, abbiamo passato alcuni giorni nel paese rivierasco di Costa Márques, duranti i quali è sorto un dibattito tra di noi sull’effettiva origine di Labirinto.
Il fatto che il forte portoghese Principe da Beira sia distante solo 4 chilometri potrebbe far pensare che Labirinto sia stato utilizzato come cantiere da dove i portoghesi del 1776 ritiravano e lavoravano le pietre per poi trasportarle fino al forte con imbarcazioni lungo la corrente del Rio Guaporé.

 

 

 

 

 

 

Secondo alcuni ricercatori di Rolim de Moura inoltre, il portale sarebbe stato costruito per conservare le munizioni dei portoghesi in un luogo sicuro lontano dal forte.
Questi ricercatori però non spiegano perché furono costruiti muri alti fino a 5 metri con tecniche rustiche e soprattutto perché vi sono delle fondamenta di spazi abitativi negli spazi al di sopra di queste abitazioni.
Inoltre non viene spiegato perché dei portoghesi, che ragionavano con una logica occidentale, avrebbero dovuto costruire un portale rivolto verso il nord nel bel mezzo della selva, proprio in un luogo dove abitarono popoli indigeni in passato.
Secondo me la Città Labirinto è molto interessante dal punto di vista storico e archeologico, e anche se non si può dare un giudizio definitivo perché fino ad ora non sono stati effettuati scavi appropriati, è possibile avanzare alcune ipotesi.
A mio parere gli alti muraglioni (almeno 4 ma potrebbero essercene altri), non possono essere stati costruiti da Europei del secolo XVIII, perché sono rustici ed imperfetti. La loro funzione sembra essere quella di delimitare delle zone elevate, dei monticoli, al di sopra delle quali vi sono dei resti di fondamenta di spazi abitativi che, per la loro forma e struttura, non possono essere stati costruiti né utilizzati da Spagnoli o Portoghesi.
Vi sono anche poche possibilità anche che gli alti muraglioni siano stati costruiti da indigeni della selva bassa amazzonica, che storicamente, non avevano la necessità, né l’abilità, di costruire delle strutture in pietra.
La Città Labirinto potrebbe pertanto essere stata costruita da popoli indigeni andini per ora sconosciuti o forse discendenti della famiglia reale incaica che si nascosero nella sponda occidentale del Rio Guaporé, come si evince dalla cronica di Felipe de Alcaya.
Per quanto riguarda il portale, anche qui i pareri sono discordanti.
Anche se Labirinto fosse stato utilizzato come cantiere da dove venivano estratte le pietre dai portoghesi, che bisogno c’era di costruire un solo portale diretto verso il nord? Non certo per fini abitativi, infatti se cosi fosse ne avrebbero costruiti altri. Per nascondere munizioni? E’ una possibilità ma finora non è provata.
A questo punto pertanto, senza una seria campagna di scavo archeologico è impossibile dare una risposta chiara e definitiva al grande mistero di Labirinto.
La mia opinione finale è che tutta l’area era popolata da indigeni della selva bassa amazzonica. Vi è una reale possibilità che Labirinto sia stato modificato da discendenti di Incas ed utilizzato come centro cerimoniale per circa 200 anni (dal 1540 al 1740 A.D.). Quindi con l’arrivo degli Europei nella zona è possibile che sia stato abbandonato, ed in seguito utilizzato da portoghesi per estrarre pietre usate per la costruzione del forte Principe da Beira.
Nella zona sono state trovate molte asce di origine inca e moltissima ceramica di stili diversi. Alcuni frammenti di ceramica sono raffinati e disegnati in modo esperto, altri sono rustici e forse erano usati solo come contenitori.
Se fosse provata la origine inca degli alti muraglioni di Labirinto, si potrebbe pensare che fosse un centro cerimoniale dove i discendenti di Huascar riportarono in vita le antiche tradizioni. Forse fu utilizzato per riorganizzarsi allo scopo di fondare una città vera e propria, il famoso Paititi, più nell’interno, relativamente lontano dal Rio Guaporé.
Forse all’interno del Parco Nazionale Pacaas Novos, dove sorge la Tracoá (picco Jarú), la montagna più alta della Rondonia?

YURI LEVERATTO

www.yurileveratto.com/it

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