Posts Tagged ‘misteri’

 

Sono vari gli scrittori spagnoli del XVI e XVII secolo che descrissero l’espansione degli Incas verso l’Amazzonia, verso un poderoso regno, o forse una confederazione di tribù, denominata “Paititi”.
Questa terra leggendaria, la cui etnia dominante era alleata dei Moxos, si situava a nord-ovest del Rio Guaporé, oggi territorio brasiliano.
Il primo testo che descrive le conquiste di Pachacutec nella selva bassa amazzonica è la Relazione dei Quipucamayos a Vaca de Castro (1544), dove si menziona la costruzione di due fortezze nelle pianure amazzoniche allo scopo di delimitare l’impero e controllare i popoli che vivevano oltre la frontiera.
Il vescovo spagnolo di La Paz Nicolas de Armentia (1845-1909), descrisse la costruzione di due fortezze nel suo libro “Descrizione del territorio delle missioni francescane di Apolobamba”. Eccone un passaggio:

…(El Inca) terminó comunicarse com el Gran Senor del Paititi y por via de presentes, y mando el Inga que lê hiciesen junto al Rio de Paititi dos fortalezas de su nombre por su memória de que habia llegado allí su gente…

Quando morì Pachacutec, siccome i popoli della selva si rifiutavano di pagare il tributo al Cusco, il nuovo inca Tupac Yupanqui, decise di organizzare una spedizione militare per sottomettere i popoli amazzonici e poter accedere cosi alle loro risorse (coca, oro ecc.). Lo scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa descrisse questa seconda campagna militare nella sua Historia de los Incas (1572). Ecco un passaggio del suo libro:

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Nel libro di Sarmiento de Gamboa si specifica che il generale Otorongo Achachi fu incaricato di presidiare le due fortezze che erano state costruite da Pachacutec.
Vi sono poi altri documenti antichi (Felipe de Alcaya e Francisco Sanchez Gregório nelle croniche di Lizarazu del 1635), che narrano della presenza permanente di alcuni discendenti della famiglia reale inca presso il Rio Guaporé (vedi mio articolo: La fuga del inca Guaynaapoc nella misteriosa terra del Paititi).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 In seguito a studi di vari archeologi, tra i quali il finlandese Parsinnen, si individuò la prima fortezza incaica nella selva bassa amazzonica. Si tratta della Fortezza di Las Piedras, ubicata non lontano dalle sponde del Rio Beni, quase alla confluenza di questo fiume con il Rio Madre de Dios, in territorio boliviano. All’interno della Fortezza Las Piedras furono trovati molti resti ceramici di chiara derivazione inca.
Dopo l’indivuduazione di Las Piedras rimaneva pertanto l’interrogativo: dove era situata la seconda fortezza inca della quale accennano le cronache antiche?
Nel mio recente viaggio in Rondonia ho potuto portare a termine due spedizioni nelle quali ho approfondito la possibilità che queste antiche cronache abbiano una corrispondenza nella realtà archeologica.
Insieme ad alcuni ricercatori brasiliani ho approfondito lo studio della città perduta di Labirinto, luogo enigmatico che potrebbe essere stato utilizzato da alcuni discendenti della famiglia reale incaica per scopi cerimoniali.
In seguito sono venuto a conoscenza della possibilità di trovare alcune strane rovine nella selva situata nel versante nord del Rio Madeira, sempre nello Stato della Rondonia. Ho deciso pertanto di organizzare una seconda spedizione in terra brasiliana.
Ho inizialmente viaggiato fino ad Abuná, un paesello ubicato sulle rive del Rio Madeira, dove sono venuto in contatto com alcuni anziani che mi hanno confermato la presenza di rovine non ben identificate in un luogo situato a circa un giorno di cammino dalla sponda opposta del fiume.
Quindi ho conosciuto la guida locale Francisco Chogo dos Santos che ha acconsentito ad accompagnarmi, insieme all’aiutante Saviano Bebizao.
L’indomani mattina abbiamo raggiunto la sponda del Rio Madeira e, con l’aiuto di un barcaiolo, abbiamo navigato fino ad un punto situato al di là del fiume, a circa un’ora di navigazione da Abuná.
Da quel punto abbiamo iniziato a camminare in direzione nord-est, nella selva adiacente al Rio Madeira.
E’una zona di selva densa e inondata, infatti in molti punti avevamo l’acqua alle ginocchia. Dopo circa un’ora di camminata, avanzando a colpi di machete, ci siamo trovati di fronte ad un fiume abbastanza profondo detto Simauzinho (Simoncello). L’attraversamento del fiume è stato molto complicato perché la prondità raggiungeva il metro e sessanta centimetri e l’acqua era limacciosa, mentre il fondale era fangoso.
L’ho attraversato con l’acqua al petto, sostenendo il mio zaino in una posizione elevata in modo che non si bagnasse, temendo un attacco di serpenti, caimani o razze di fiume, numerosissime in quella zona.
Quindi abbiamo continuato a camminare per tutta la giornata fino a giungere in un luogo dove vi erano vari macigni giganteschi nel bel mezzo della selva. L’impossibilità di raggiungere il nostro obiettivo in giornata ci ha convinto sulla necessità di approntare un campo base nella prossimità di quei macigni, soprattutto perché nella zona vi era un ruscello dove scorreva dell’acqua fresca e pura.
Mentre le mie guide accendevano il fuoco per cucinare ho proceduto ad esplorare la zona rendendomi conto di star camminando al di sopra della cosidetta terra preta amazzonica, un suolo ricco di resti antropici, come ossa triturate di animali da cortile e pezzi di ceramica utilitaria, segno di un’antica presenza umana nella zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’indomani mattina abbiamo continuato ad avanzare verso il nostro obiettivo, un’alta collina di origine vulcanica situata a circa 15 chilometri dal Rio Madeira.
In due ore di camminata siamo giunti alle falde dell’alta collina rocciosa. Subito mi sono reso conto di trovarmi in un luogo particolare, dove antichi popoli vissero in passato, sfuttando la posizione elevata sulla selva bassa amazzonica.
Nella cima della collina rocciosa, abbiamo avvistato una alta muraglia, spessa fino ad un metro, ed in alcuni punti alta fino a due metri.
Dopo essere entrati all’interno dell’antica costruzione ho potuto rendermi conto della sua grandezza ed estensione. Si tratta di una muraglia difensiva che circonda l’intera collina rocciosa. Il diametro della muraglia è di circa 200 metri, mente la sua lunghezza totale, ovvero la sua circonferenza, raggiunge i 600 metri.
Dall’interno della costruzione si può osservare la selva bassa amazzonica da una posizione elevata e privilegiata. Si può inoltre riuscire a scorgere una parte del lontano Rio Madeira, situato a circa 12 chilomentri in linea d’aria.
Questa edificazione, che ho denominato “Fortezza del Rio Madeira” (alcuni abitanti di Abuná la conoscono come Serra da Muralla, individuando così la collina, e non il sito archeologico), è, a mio parere, precolombiana, per vari motivi.
Innunzitutto bisogna specificare che i portoghesi giunsero stabilmente presso l’attuale territorio del Rio Madeira solo intorno al 1750. Nel 1776 iniziarono la costruzione del Forte Príncipe da Beira, presso le rive del Rio Guaporé. Se la fortezza del Madeira fosse stata costruita dai portoghesi l’atto di fondazione sarebbe stato registrato in alcune cronache del secolo XVIII, ma non vi è traccia alcuna di tale cronaca.
Escludo inoltre che sai stata costruita da spagnoli perché troveremmo l’atto di fondazione in qualche resoconto dell’impero spagnolo.
Inoltre il tipo di costruzione non è europeo e i portoghesi non avrebbero avuto necessità di costruire una fortezza difensiva cosi distante dal Rio Madeira.
Resta pertanto l’ipotesi che la fortezza sia stata costruita da popoli indigeni amazzonici. La nostra esperienza, però indica che i popoli amazzonici non solevano costruire fortificazioni in pietra, salvo casi rari.
L’ipotesi pertanto che la fortezza del Madeira sia una costruzione inca si rafforza, anche considerando le cronache antiche, che ho citato all’inizio di questo articolo.
Se ulteriori studi archeologici comprovassero la mia ipotesi avremmo trovato la seconda fortezza costruita da Pachacutec, una prova in più che la terra leggendaria del Paititi si situava nell’attuale territorio brasiliano della Rondonia.
Inoltre la Fortezza del Madeira amplia verso occidente la zona d’influenza inca, che fino ad oggi si credeva giungesse solo fino alla fortezza di Las Piedras, presso l’attuale città de Riberalta, in Bolivia.
Dopo aver esplorato la zona, siamo rientrati verso il campo base. Il giorno sucessivo abbiamo camminato verso il Rio Madeira dove nel primo pomeriggio abbiamo incontrato il nostro barcaiolo, che ci stava aspettando per condurci nuovamente ad Abuná.

YURI LEVERATTO

www.yurileveratto.com/it

Tags: , ,

Il Rio Guaporé (chiamato anche Rio Itenez, 1749 km di lunghezza), nasce nello Stato brasiliano del Mato Grosso e scorre in direzione nord-ovest, disimboccando nel Rio Mamoré.
Il suo corso segna la frontiera tra la Bolivia e il Brasile, in particolare tra i dipartimenti boliviani di Santa Cruz e Beni con gli Stati brasiliani del Mato Grosso e Rondonia.
Fin dai tempi degli Incas il Rio Guaporé ha rappresentato una linea di frontiera, oltre la quale vi erano terre mitiche e poco conosciute, come il leggendario Paititi. Ecco un passaggio dello scrittore spagnolo Sarmiento de Gamboa nella sua Historia de los Incas (1570).

E per il camino che adesso viene chiamato Camata, [Tupac Inca Yupanqui] inviò un altro gran capitán chiamato Apo Curimache, che andò fino a dove nasce il Sole e camminò fino al Rio del quale adesso si ha avuto notizia di nuovo, chiamato “Paititi”, dove vi sono i Moxos del Inca Topa.

Il regno leggendario del Paititi veniva individuato presso un Rio chiamato appunto Paititi e veniva sovrapposto alle terre degli indigeni Moxos. Secondo Sarmiento de Gamboa gli Incas mantevano rapporti amichevoli con il regno dei Moxos e con gli abitanti del Paititi ma fece costruire due fortezze per delimitare l’influenza dell’impero incaico. Uma di queste fortezze è stata individuata presso Riberalta, vicino alla confluenza del Rio Beni con il Rio Madre de Dios, mentre per quanto riguarda la seconda fortezza si ignora la sua possibile ubicazione.
Secondo le croniche di Lizarazu (1635), gli Incas non si limitarono a costruire le due fortezze ma si instaurarono nel regno del Paititi assumendone il controllo. Ecco due passaggi della cronica antica:

L’Inca del Cusco inviò suo nipote Manco Inca, il secondo a portare questo nome, alla conquista dei Chunkos, indios Caribe che vivono nella selva ad oriente del Cusco, Chuquiago e Cochabamba. E Manco entrò alla selva con ottomila indios armati, portandosi con se suo figlio.
E considerando la diffocoltà del terreno [Manco] popolò la parte opposta della montagna del Paititi, dove dicono gli indios Guaraní, que sono arrivati in seguito a conoscere questo potente signore, che in quel monte si trova grande quantità d’argento, e da lì tirano fuori il metallo, lo depurano, lo fondono e lo trasformano in perfetto argento. E così come fu a capo di questo regno del Cusco, lo è adesso in quel grandioso regno del Paititi, chiamato Moxos.

E’ possibile che realmente Manco (da non confondersi con Manco Inca) avesse governato il Paititi? Vi sono inoltre altri documenti antichi che narrano della fuga di Guaynaapoc (figlio di Manco), verso il Paititi, allo scopo di occultare i simboli sacri del Tahuantisuyo in un luogo nascosto, sicuro e lontanissimo dal Cusco. Ecco la cronica di Felipe de Alcaya pubblicata nelle informazioni di Lizarazu (1635):

Quando finalmente il “re piccolo” [Guaynaapoc], arrivò allá città del Cusco, trovo tutta la terra conquistata da Gonzalo Pizarro, e a suo zio [Huascar], assassinato a morte dal re di Quito [Atahualpa], e l’altro Inca ritirato a Vilcabamba [Manco Inca].
E in quell’occasione cosi particolare riunì tutti gli indios che stavano dalla sua parte, e li invitò a seguirlo alla nuova terra que aveva scoperto suo padre [Manco], chiamata Mococalpa (adesso chiamata Moxos)…Circa ventimila indios seguirono Guaynaapoc, …Portarono con loro moltissimi capi di bestiame e artigiani dell’argento, e durante il cammino altri indigeni delle pianure si aggiunsero allá moltitudine, che alla fine raggiunse il Rio Manatti (1)
E finalmente giunse al Paititi donde fu allegramente ricevuto da suo padre e da altri soldati e la sua felicità raddoppiò, per trovarsi in un regno inespugnabile e lontanissimo dal Cusco, che era ormai in mano agli invasori.

(1) Rio Guaporé

Questo luogo leggendario, il Paititi, inteso anche come terra mistica e rituale dove sono preservate le tradizioni antiche, è stato cercato per circa 500 anni in innumerevoli spedizioni, ma nessuno lo ha mai trovato.
E’ stato cercato in Perú, Bolivia e anche in Brasile, ma nessuno ha potuto portare prove certe della sua esistenza reale.
 

 

 

 

 

 

 

Durante il mio ultimo viaggio in Bolivia e Brasile ho potuto portare a termine alcune spedizioni per tentare di fare luce su questo mistero del passato.
In Bolivia ho potuto, insieme al pilota ricercatore Jorge Velarde, compiere un’esplorazione aerea del parco nazionale Noel Kempff Mercado, allo scopo d’individuare dall’alto indizi importanti di queste antiche culture.
La spedizione è stata un successo in quanto abbiamo potuto documentare dozzine di laghi modificati dall’uomo ed orientati sull’asse nord-est sud-ovest, oltre a moltissimi terrapieni e colline artificiali.
In Brasile invece, insieme ad alcuni ricercatori dello Stato della Rondonia, ho potuto portare a termine alcuni viaggi sia nella conca del Rio Machado che in quella del Rio Guaporé.
La nostra spedizione nella selva del Rio Guaporé aveva come scopo la ricerca di eventuali resti di culture incaiche o pre-incaiche che potessero essere riconducibili al leggendario viaggio di Manco e al rientro di suo figlio Guaynaapoc nella terra del Paititi.
Il nostro obiettivo era una zona di selva situata nelle vicinanze del forte Principe da Beira, un imponente baluardo costruito dai portoghesi nel 1776, per demarcare e controllare il territorio situato ad ovest del Rio Guaporé, appartenente al Portogallo a partire dal 1750 (trattato di Madrid).
Nel versante occidentale del Rio Guaporé gli spagnoli avevano già costruito la missione di Santa Rosa (1743), che ebbe però vita effimera perché ormai tutta la zona era sotto il controllo dei portoghesi.
I partecipanti della spedizione sono stati: l’esperto in questioni indigene Evandro Santiago, il professore di Storia e Filosofia Zairo Pinheiro, il ricercatore Joaquim Cunha da Silva e il sottoscritto. Eravamo accompagnati dalla guida locale Elvis Pessoa.
Ci siamo inoltrati nella selva in un luogo distante circa quattro chilometri dal grandioso forte Principe da Beira. Dopo aver camminato avanzando nella foresta per circa mezz’ora ci siamo imbattuti in alcune strane rovine, dei muri antichi alti circa due metri.
Quindi camminando in direzione sud abbiamo trovato un altro muro, questa volta alto circa quattro metri e lungo circa 15 metri. La costruzione era rustica con pietre non molto grandi, incastrate tra loro in modo non perfetto.
 

 

 

 

 

 

 

Dopo circa 20 metri ci siamo imbattuti in un altro muraglione, ma dalla parte opposta rispetto al primo (verso est), come formando un canalone.
La vegetazione all’interno del canalone era tanto fitta e densa che risultava effettivamente difficile distinguere molti dettagli, senza avvicinarsi alle muraglie. Quindi ancora una volta sul lato destro, ho notato che il muraglione formava un canale verso ovest, più stretto ma completamente occupato da fittissima vegetazione.
Abbiamo quindi continuato ad avanzare con difficoltà fino a giungere ad una strana costruzione in pietra di forma quadrata di circa 5 metri di lato, all’interno della quale si può accedere attraversando un portale rivolto verso il nord.
I lati della costruzione sono composti da muri diroccati alti circa 50 cm, mentre il portale è discretamente conservato, costruito con un architrave largo circa 1 metro che sorregge le pietre rustiche posizionate al di sopra di esso. La facciata è alta circa 2,30 metri.
La nostra guida Elvis ci ha detto che tutto il luogo archeologico è denominato dai pochi nativi del posto Città Labirinto (cidade laberinto, in portoghese).
Durante tutta la giornata abbiamo continuato ad esplorare la zona rendendoci conto che il Rio Guaporé è abbastanza lontano dalla Città Labirinto, più di un chilometro. Abbiamo inoltre esplorato la parte alta dei monticoli delimitati dagli alti muraglioni rustici, trovando degli spazi abitazionali irregolari larghi circa due metri delimitati da pietre non incassate perfettamente.
L’indomani mattina abbiamo esplorato anche una zona situata ad est del portale, distante circa 700 metri, ed anche in quel luogo abbiamo trovato vari spazi abitazionali o basi di vecchie fondamenta, ma non gli alti muraglioni di Labirinto.
Siamo quindi tornati a Labirinto, concentrandoci non solo sull’interessante portale, dove si nota che i sedimenti nel suolo sono spessi circa 50 centimetri, ma soprattutto sui muraglioni e sulle basi di antiche fondamenta che vi sono negli spazi in cima ad essi.
Una volta terminata l’esplorazione, abbiamo passato alcuni giorni nel paese rivierasco di Costa Márques, duranti i quali è sorto un dibattito tra di noi sull’effettiva origine di Labirinto.
Il fatto che il forte portoghese Principe da Beira sia distante solo 4 chilometri potrebbe far pensare che Labirinto sia stato utilizzato come cantiere da dove i portoghesi del 1776 ritiravano e lavoravano le pietre per poi trasportarle fino al forte con imbarcazioni lungo la corrente del Rio Guaporé.

 

 

 

 

 

 

Secondo alcuni ricercatori di Rolim de Moura inoltre, il portale sarebbe stato costruito per conservare le munizioni dei portoghesi in un luogo sicuro lontano dal forte.
Questi ricercatori però non spiegano perché furono costruiti muri alti fino a 5 metri con tecniche rustiche e soprattutto perché vi sono delle fondamenta di spazi abitativi negli spazi al di sopra di queste abitazioni.
Inoltre non viene spiegato perché dei portoghesi, che ragionavano con una logica occidentale, avrebbero dovuto costruire un portale rivolto verso il nord nel bel mezzo della selva, proprio in un luogo dove abitarono popoli indigeni in passato.
Secondo me la Città Labirinto è molto interessante dal punto di vista storico e archeologico, e anche se non si può dare un giudizio definitivo perché fino ad ora non sono stati effettuati scavi appropriati, è possibile avanzare alcune ipotesi.
A mio parere gli alti muraglioni (almeno 4 ma potrebbero essercene altri), non possono essere stati costruiti da Europei del secolo XVIII, perché sono rustici ed imperfetti. La loro funzione sembra essere quella di delimitare delle zone elevate, dei monticoli, al di sopra delle quali vi sono dei resti di fondamenta di spazi abitativi che, per la loro forma e struttura, non possono essere stati costruiti né utilizzati da Spagnoli o Portoghesi.
Vi sono anche poche possibilità anche che gli alti muraglioni siano stati costruiti da indigeni della selva bassa amazzonica, che storicamente, non avevano la necessità, né l’abilità, di costruire delle strutture in pietra.
La Città Labirinto potrebbe pertanto essere stata costruita da popoli indigeni andini per ora sconosciuti o forse discendenti della famiglia reale incaica che si nascosero nella sponda occidentale del Rio Guaporé, come si evince dalla cronica di Felipe de Alcaya.
Per quanto riguarda il portale, anche qui i pareri sono discordanti.
Anche se Labirinto fosse stato utilizzato come cantiere da dove venivano estratte le pietre dai portoghesi, che bisogno c’era di costruire un solo portale diretto verso il nord? Non certo per fini abitativi, infatti se cosi fosse ne avrebbero costruiti altri. Per nascondere munizioni? E’ una possibilità ma finora non è provata.
A questo punto pertanto, senza una seria campagna di scavo archeologico è impossibile dare una risposta chiara e definitiva al grande mistero di Labirinto.
La mia opinione finale è che tutta l’area era popolata da indigeni della selva bassa amazzonica. Vi è una reale possibilità che Labirinto sia stato modificato da discendenti di Incas ed utilizzato come centro cerimoniale per circa 200 anni (dal 1540 al 1740 A.D.). Quindi con l’arrivo degli Europei nella zona è possibile che sia stato abbandonato, ed in seguito utilizzato da portoghesi per estrarre pietre usate per la costruzione del forte Principe da Beira.
Nella zona sono state trovate molte asce di origine inca e moltissima ceramica di stili diversi. Alcuni frammenti di ceramica sono raffinati e disegnati in modo esperto, altri sono rustici e forse erano usati solo come contenitori.
Se fosse provata la origine inca degli alti muraglioni di Labirinto, si potrebbe pensare che fosse un centro cerimoniale dove i discendenti di Huascar riportarono in vita le antiche tradizioni. Forse fu utilizzato per riorganizzarsi allo scopo di fondare una città vera e propria, il famoso Paititi, più nell’interno, relativamente lontano dal Rio Guaporé.
Forse all’interno del Parco Nazionale Pacaas Novos, dove sorge la Tracoá (picco Jarú), la montagna più alta della Rondonia?

YURI LEVERATTO

www.yurileveratto.com/it

Tags: , ,

Grazie ai reperti archeologici come tavolette cuneiformi e vasellame, sappiamo che già agli albori della civiltà, oltre 4.000 anni fa, le bevande a base di cereali fermentati erano molto apprezzate dagli abitanti della Mesopotamia.

Tuttavia, al di là dei due ingredienti di base, orzo e farro, la birra prodotta dai Sumeri è avvolta nel mistero. Nonostante l’abbondanza di reperti e testi che ne parlano, ricostruire l’antico metodo di produzione della birra è molto difficile, secondo lo storico Peter Damerow, del Max Planck Institute di Storia della Scienza di Berlino.

Una sua nuova ricerca mette in dubbio che la bevanda così popolare tra gli antichi fosse persino birra.

(M. Nissen, 1990)

Anche se molti testi cuneiformi registrano consegne di farro, orzo e malto, non vi è quasi alcuna informazione sui dettagli dei processi produttivi, né vi sono ricette da seguire. Secondo Damerow, i testi amministrativi venivano molto probabilmente scritti per un pubblico che già conosceva come produrre birra; non erano destinati ad informare il moderno lettore.

Inoltre, i metodi utilizzati per registrare queste informazioni differiscono tra luoghi e tempi, e in più i calcoli non erano basati su un sistema di numerazione regolare: variavano a seconda della natura degli oggetti da contare o misurare.

Questo ha messo in dubbio la popolare teoria secondo cui i birrai mesopotamici usavano sbriciolare la focaccia di orzo o farro nell’infuso di malto. Questo cosiddetto “pane da birra” (bappir) non viene mai conteggiato come pane nei testi amministrativi, bensì in unità di misura, come l’orzo macinato grossolanamente.

Damerow sottolinea poi che l’alto grado di standardizzazione – il che significava che i quantitativi di materie prime destinati ai produttori di birra da parte dell’amministrazione centrale rimanevano esattamente gli stessi per lunghi periodi, a volte anche decenni – rendeva difficile basare eventuali ricette su di loro.

Secondo Damerow, anche l’ “Inno a Ninkasi”, una delle fonti più importanti sull’antica arte della fabbricazione della birra, non fornisce alcuna informazione attendibile circa le componenti e le fasi del processo. Questo testo lirico babilonese del 1800 a.C. circa è un poema o una canzone mitologica che celebra la produzione della birra. Nonostante la complessa versificazione, Damerow afferma che il metodo di fermentazione non è descritto per intero. Riporta solo singole fasi in modo incompleto. Per esempio, non vi è alcun indizio su quando interrompere la germinazione del grano. Si può solo ipotizzare che l’orzo venisse disposto a strati e che la germinazione fosse fermata riscaldandolo ed essiccandolo non appena raggiunta la misura giusta.

Il contenuto del canto non si adatta peraltro ai risultati dell’esperimento di Tall Bazi, effettuato dagli archeologi dell’Università Ludwig Maximilian di Monaco con l’intento di ricostruire l’antico procedimento di fabbricazione della birra. Tuttavia, secondo Damerow, questo risultato deve essere trattato con scetticismo.

Queste incertezze portano ad una domanda, che l’autore considera “molto più fondamentale”: fino a che punto è possibile paragonare i prodotti antichi con quelli moderni?

“Data la nostra limitata conoscenza sui processi di produzione di birra dei Sumeri, non possiamo neanche dire con certezza se il loro prodotto finale contenesse l’alcol”, scrive Damerow. Non c’è modo di sapere se la bevanda non fosse più simile al kvass (una bevanda a base di pane tipica nell’Est Europa) rispetto una tedesca Altbier.

Tags: , ,

Un totale di 23 sculture azteche risalenti a oltre 550 anni sono state scoperte dagli archeologi di fronte al Templo Mayor della città di Tenochtitlán, oggi Città del Messico.

Le pietre illustrano le origini mitologiche della civiltà azteca tra cui la nascita del dio della guerra Huitzilopochtli, dio del sole e della guerra, nonché protettore di Tenochtitlán.

Raul Barrera, dell’Istituto Nazionale di Antropologia e Storia del Messico (INAH), sostiene che le pietre “erano poste di fronte a quello che era il centro del culto Huitzilopochtli e possono essere datate alla quarta fase della costruzione del Tempio Grande (1440-1469)”.

Gli Aztechi erano un popolo bellicoso e profondamente religioso che ha costruito numerose opere monumentali tra cui il famoso Templo Mayor. Arrivarono a governare un impero che comprendeva gran parte dell’odierno Messico centrale, prima dell’arrivo degli spagnoli.

Secondo il mito, la “Madre degli Dèi” Coatlicue, Dea della Terra e della fertilità, venne resa magicamente feconda da una sfera piumata e diede alla luce gli dèi Quetzalcoatl, Xolotl e Huitzilopochtli. Questa gravidanza mandò però in collera gli altri suoi figli, secondo i quali era vergognoso vedere che il loro padre era una palla di piume: 400 guerrieri dal sud del Messico e la dea Coyolxauhqui, tutti figli di Coatlicue, salirono dunque il monte Coatepec e uccisero la madre. Ma in quel momento esatto Huitzilopochtli fuoriuscì dal suo ventre, adulto e armato per la battaglia. Uccise molti dei suoi fratelli e sorelle, tra cui Coyolxauhqui, la cui testa venne tagliata e lanciata verso il cielo trasformandosi nella Luna, in modo che la madre potesse avere conforto nel vedere la figlia in cielo ogni sera.

(tratto da http://pianetablunews.wordpress.com/)

Tags: , ,

29
feb

È fiorita una pianta di 32 mila anni fa!

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Gli scienziati sono riusciti a far germogliare un seme vecchio di 32 mila anni scoperto nella tana di uno scoiattolo dell’Era glaciale…

Un team di scienziati russi ha scoperto un antico nascondiglio di semi di Silene stenophylla, un pianta da fiore originaria della Siberia, in una tana di uno scoiattolo dell’Era glaciale, nella Siberia nordorientale vicino al fiume Kolyma. l semi sono stati datati con il metodo del radiocarbonio a 32 mila anni fa.

I semi, alcuni maturi e altri non maturi, sono stati recuperati a 38 metri di profondità nel permafrost, il terreno perennemente congelato tipico della tundra siberiana. Assieme ai semi i ricercatori hanno ritrovato numerosi resti di mammut, bisonti e rinoceronti lanosi. I semi maturi erano guasti e secondo gli scienziati, forse, furono danneggiati dallo scoiattolo stesso perché non germogliassero all’interno nella buca. Invece, alcuni semi immaturi conservavano delle parti vitali intatte. I ricercatori hanno così potuto estrarre questi tessuti dai semi congelati, e dopo averli riposti in alcune boccette hanno atteso che germogliassero. Le piantine, che tra di loro sono identiche ma hanno dei fiori un po’ diversi dalle attuali S. stenophylla, sono tutte germogliate, fiorite e dopo un anno hanno anche prodotto i loro semi.

“Non riesco a trovare nessun errore in questo studio, però è un caso così incredibile che di sicuro varrebbe la pena di ripeterlo”, ha commentato Peter Raven, presidente emerito del Giardino Botanico del Missouri e direttore del Committee for Research and Exploration della National Geographic Society.

Un aiuto per la riserva mondiale dei semi

Secondo gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, “il permafrost potrebbe essere depositario di antichi patrimoni genetici”, un luogo dove potrebbero essere ritrovate e poi riportate in vita moltissime specie ormai estinte. “Certamente alcune piante coltivate nell’antichità e che oggi sono estinte, o comunque altre piante di ecosistemi del passato, se venissero riportate in vita potrebbero rivelarsi molto importanti”, ha detto Elaine Solowey, botanica dell’Arava Institute in Israele. Elaine Solowey, fino ad ora, era la scienziata che deteneva il record per aver rigenerato una pianta dal seme più vecchio: era infatti riuscita a far germogliare una palma da un seme di 2 mila anni fa. Il seme della sua palma proveniva però da un’area arida e fresca, molto diversa dal permafrost che ha conservato i semi di S. stenophylla.

Secondo Solowey, che non ha partecipato al nuovo studio, la rigenerazione di semi congelati a 7 gradi sotto zero per migliaia di anni potrebbe avere importanti implicazioni per la conservazione del patrimonio genetico delle sementi. Infatti, tutti i più importanti progetti per la conservazione dei semi – come il famoso deposito globale sotterraneo delle Isole Svalbard – si basano proprio sul congelamento delle sementi. È chiaro perciò che “ogni conoscenza acquisita su come scongelare i semi e farli germogliare di nuovo è sicuramente molto preziosa”.

Se riuscissimo a scoprire le condizioni che hanno mantenuto i semi vitali per 32.000 anni, ha aggiunto Raven, allora, “riproducendole anche noi, saremmo in grado di conservare i semi molto più a lungo”.

Tags: ,

 

 

È stato scoperto a Cipro, nella località di Pyrgos-Mavroraki, vicino a Limassol, un tempio a pianta triangolare risalente a circa quattromila anni fa. Il ritrovamento è stato effettuato dall’archeologa italiana Maria Rosaria Belgiorno, a capo di una spedizione del Cnr.

 “Questa è la prima prova dell’esistenza della religione a Cipro all’inizio del secondo millennio prima di Cristo”, ha dichiarato l’archeologa a Cyprus Weekly da Roma.

Maria Rosaria Belgiorno ha poi aggiunto: “Il tempio è il più antico mai trovato a Cipro ed ha un’insolita forma triangolare. Il ritrovamento getta una nuova luce sulla pratica di culti religiosi sull’isola 1000 anni prima rispetto a quelli che fino a questo momento venivano considerati i templi più antichi, quelli di Kition e di Enkomi”.

Non si tratta di un luogo di culto rurale, ma di un vero e proprio edificio, parte di un centro abitato.

L’archeologa continua a spiegare il ritrovamento: “Non abbiamo trovato statue, ma ci sono prove che si tratta di un tempio monoteistico. La destinazione religiosa dell’edificio e’ confermata da un altare e dagli abbondanti materiali rinvenuti, come le ossa di animali sacrificati”. Secondo l’esperta si tratta di un tempio monoteista con altare sacrificale, che sembra simile a quelli del culto cananeo, descritti nella Bibbia, inoltre: “tra i resti abbiamo trovato corni più antichi di circa sette secoli rispetto a quelli di Kouklia, Enkomi, Kition, e Myrthou”.

 Il tempio è venuto alla luce durante gli scavi del 2008, a sud dell’insediamento “industriale” scoperto in precedenza.

 La destinazione religiosa è inoltre confermata dai copiosi materiali rinvenuti, non solo ceramici, come i 4 corni in calcarenite di diverse dimensioni, le numerose ossa di animali sacrificati (per lo più frammenti di teste di toro e ariete) e le decine di conchiglie lavorate a mo’ di amuleti.

Gli scavi nella regione di Pyrgos-Mavroraki erano iniziati nel 1998 e avevano portato alla luce un vasto insieme architettonico unitario, proto palaziale, di ampiezza pari a 4000 metri quadri risalente alla metà del III millennio a. C.

 Di particolare rilevanza è la scoperta dell’area industriale organizzata intorno alla produzione dell’olio d’oliva, destinata alla raffinazione del rame, alla produzione di oggetti di bronzo, all’estrazione di essenze aromatiche in olio d’oliva e a mezzo distillazione per la preparazione di profumi, alla preparazione e tintura delle fibre tessili vegetali ed animali, alla tessitura, e alla preparazione di sostanze farmaceutiche. Una mostra sulle nuove scoperte di Cipro sarà allestita dalla spedizione di archeologi italiani nel Museo Nazionale Etrusco di Viterbo dal 2 aprile, con il titolo: ““Cipro, un sito di 4000 anni fa e l’Archeologia Sperimentale : l’Olio, i Profumi, la Metallurgia e i Tessili di Pyrgos/Mavroraki”.

Tags: , , ,

Durante gli scavi archeologici nel distretto di Kiziltepe, nella parte sudorientale della provincia di Mardin, in Turchia, un oggetto è emerso dalle pieghe del tempo e ha stupito tutti gli esperti. Un oggetto che oggi si trova al Museo di Mardin. Si tratta di un semplice e comune(oggigiorno) giocattolo per bambini.

L’archeologo turco Mesut Alp sostiene che il giocattolo, che è stato scolpito dalla roccia, risale all’Età della Pietra e abbia all’incirca 7.500 anni.

Il Direttore del Ministero della Cultura e del Turismo, Davut Beliktay, afferma che questo giocattolo è una copia fedele della automobili che oggi corrono sulle nostre strade, e che tra l’altro, a suo avviso, potrebbe persino assomigliare a un trattore. Beliktay ha anche aggiunto che nella stessa area sono state ritrovate anche bambole e fischietti di pietra, tipici giocattoli per bambini. “Crediamo che i fischietti e le bambole hanno circa 5.000 o 6.000 anni. I fischietti funzionano ancora!” ha concluso il direttore.

Fino ad ora nella storia dei giocattoli più antichi dell’umanità il primato apparteneva a giocattolo in legno dell’antico Egitto, di circa 4000 anni fa. Ma come abbiamo visto ormai questo oggetto è stato scalzato prepotentemente da questa straordinaria automobilina che, ad oggi, è il più antico giocattolo esistente al mondo.

Sull’etichetta, sotto la teca che la contiene, al Museo di Mardin c’è scritto: “Periodo 5500 – 3000 prima di Cristo”

A chissà cosa si saranno ispirati gli artigiani per realizzarla….

Tags: , ,

Gli ingredienti per un bel giallo archeologico, alla Tomb Raider, ci sono veramente tutti: una necropoli sconfinata e intatta, un deserto, il deserto del Beluchistan, una citta’ bruciata e al centro della necropoli una tomba di cinquemila anni: lo scheletro di una donna che però presenta un particolare agghiacciante, e anche apparentemente inspiegabile: un occhio tutto d’oro!

L’insolito ritrovamento è stato fatto in Iran, esattamente nella località chiamata Shahr-i Sokta, nel deserto del Beluchistan, appunto, al confine con l’Afghanistan.

La scoperta e’ stata fatta alla fine del 2006 dagli archeologi iraniani diretti da M. Sajjadi dell’Iranian Centre for Archaeological Research (ICAR), ma solo ora se ne ha notizia in Italia, anche perchè nella ricerca gli iraniani sono stati coadiuvati da una missione italiana, operante in quella zona dal lontano 1967, ora capeggiata dall’archeologo Lorenzo Costantini.

Così la notizia dell’importante ritrovamento avviene proprio alla vigilia di una nuova missione italiana, che partirà tra dieci giorni, incaricata di fare luce proprio sullo scheletro con l’occhio d’oro.

Secondo le prime informazioni, la donna, che probabilmente era una sacerdotessa, una sciamana, era alta un metro e 82 centimetri e aveva caratteristiche africanoidi, la mascella pronunciata, forse la pelle scura.

“A scoprirla sono stati gli archeologi iraniani scavando nella enorme necropoli – ha dichiarato Lorenzo Costantini, capo della missione italiana a Shahr-i Sokta all’agenzia Agi – La citta’ si trovava a ridosso del confine con la Battriana ed era un luogo molto vivace, crocevia delle carovane che da Oriente venivano in Occidente. La sepoltura, secondo i miei calcoli, risale a 5000 anni fa”.

L’occhio d’oro è stato ritrovato incastonato nell’orbita sinistra.

E cosi’ l’hanno ritrovata gli studiosi, che subito hanno avviato delle indagini per capire se nella storia dell’archeologia ci fossero esperienze simili, ma non ne hanno trovata ancora nessuna.

“Quando la donna mori’ – aggiunge Costantini – fu sepolta con il suo occhio finto, una borsetta di pelle per custodirlo, uno specchio, una collana di turchese e lapislazzuli, vasi e coppe di terracotta. Dunque non un corredo ricco, infatti, agli sciamani era proibito ostentare beni preziosi, e questo, oltre alla riflessione sul fatto che pochi potevano permettersi un occhio laminato d’oro ha portato il ragionamento sull’ipotesi che possa trattarsi di una sciamana”.

“A noi italiani – spiega ancora l’esperto di bioarcheologia – e’ stato chiesto di studiare la protesi per scoprire di che materiale e’ fatta. Cosi’ abbiamo sottoposto l’occhio ad una serie di analisi e abbiamo stabilito che si tratta di una mezza sfera dal diametro di circa tre centimetri e dal raggio di 1,5 e costruita probabilmente con pasta di bitume. Esternamente c’e’ un motivo inciso: un piccolo cerchio centrale dal quale partono otto linee a raggiera. Ci sono poi due fori in cui passava una cordicella che consentiva di portarla avvolgendola intorno alla testa come fosse una benda da pirata. Ci sono tracce di lamina d’oro sottilissima, che forma le venature dell’occhio”.

Insomma, per gli studiosi, l’occhio non doveva avere il compito di sostituire quello perduto, ma probabilmente doveva far parte di un rituale, forse legato al diffondersi di nuove religioni nella zona, patria, successivamente, dello zoroastrismo. Una sorta di occhio che dava la luce, che incuteva timore, o che forse rappresenta l’energia del Creatore.

Insomma, se non è appassionante questa storia !!! Speriamo di saperne presto di più e complimenti a Costantini e alla sua èquipe.

Tags: , , ,

8
feb

Le antiche Biblioteche nel deserto

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Il tempo sta scadendo per le antiche città-biblioteche nel deserto della Mauritania. In queste oasi antichissime, dichiarate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, giacciono migliaia di manoscritti antichissimi, minacciati dalle termiti e dalle sabbie del deserto che avanza.

La Mauritania è stata, per molti secoli, un centro d’irradiamento culturale in cui la propagazione e l’acquisizione del sapere dominavano la vita degli uomini e costituivano un’attività di fondamentale importanza. Le vestigia storiche di città antiche come Chinguetti, Ouadane, Tichit e Oualata, classificate dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, sono una delle espressioni visibili di questa enorme ricchezza culturale.

Posizionate nel cuore del Sahara occidentale, queste antichissime oasi nacquero inizialmente per servire le rotte carovaniere legate al grande commercio trans-sahariano, ben presto divennero centri d’insegnamento religioso, dove fiorirono moschee e mederse, scuole coraniche, la cui fama indiscussa si diffuse sino alla lontana Arabia.

In questo quadro particolare sorsero numerose biblioteche, le cui migliaia di manoscritti, riguardanti più campi del pensiero umano, dalla religione alla matematica, richiamarono per secoli intellettuali e studiosi da tutto il mondo arabo ed alimentarono la nascita di un’intensa attività editoriale. La generalizzazione della cultura consentì ai cittadini di ogni classe sociale l’accesso al mondo del sapere, tanto che intorno al XVI secolo, in ogni casa di queste città si trovava un erudito.

Attualmente, l’abbandono degli antichi traffici trans-sahariani, unito ad una siccità senza precedenti nel Sahara, hanno causato il declino e l’abbandono progressivo di queste capitali nel deserto. Ormai, in questi luoghi, non restano che poche anime ad abitare quello che è solo il ricordo di questo glorioso passato mentre le dune avanzano inesorabilmente minacciando la vita stessa degli uomini.

Tags: , ,

7
feb

La misteriosa Piana delle Giare nel Laos

   Posted by: barbara    in Archeologia dei misteri

Ecco qualcosa che sicuramente pochi di voi hanno mai visto o conosciuto: la Pianura delle Giare. Si tratta di un sito archeologico megalitico del Laos, chiamato anche “la Stonehenge asiatica”, ed è uno dei posti più enigmatici della Terra. Migliaia di giare e vasi di pietra giganti sono disseminati lungo l’altopiano chiamato Xieng Khouang, a volte singolarmente, altre volte vicini, in gruppi composti anche da centinaia di vasi di pietra.

La Piana delle Giare si trova nella Cordigliere Annamese, la principale catena montuosa indonesiana, e le prime ricerche archeologiche iniziarono negli anni ’30 del 1900, quando il mondo dell’archeologia associò la presenza di questi vasi giganti a pratiche di sepoltura decisamente antiche. Si parla infatti di un periodo che risale all’ Età del Ferro, probabilmente oltre 2000 anni fa.

Fino ad ora sono stati scoperti oltre 90 siti nella sola provincia di Xieng Khouang. Ogni sito contiene da una a 400 giare di pietra, che variano in dimensioni da uno a tre metri di diametro. Le giare sono prive di decorazioni, tranne una singola giara, scoperta nel Sito 1, uno dei pochi siti pubblici del complesso, che mostra bassorilievi sulla superficie esterna.

Si ritiene che molte di queste giare avessero coperchi, alcuni dei quali decorati da motivi animali raffiguranti tigri, scimmie e rane, ritrovati in quantità nel Sito 52. Oltre ai coperchi, ci sono anche dischi di pietra, con un lato piatto ed uno convesso, che pare venissero utilizzati per ricoprire le sepolture. Sono meno frequenti delle giare di pietra, ma sono spesso vicini ad esse.

Le giare sono realizzate in granito, arenaria e calcare; a volte anche con corallo pietrificato. La maggior parte è stata realizzata in arenaria, e con un elevato grado di conoscenza dei materiali e delle tecniche per elaborarli.

Lo scopo delle giare è tutt’ora sconosciuto, ma le ipotesi che vengono tenute in considerazione sono principalmente due:

1.Le giare erano dei forni crematori, come sostenne la geologa e archeologa amatoriale Madeleine Colani nel 1930, la prima che ipotizzò anche il periodo di costruzione, l’Età del Ferro. Dentro alle giare Colani ritrovò delle perle di vetro colorato, denti bruciati e frammenti di ossa, a volte appartenenti a più di un individuo. Attorno ai vasi, ossa umane, frammenti di ceramica, oggetti di bronzo e ferro, perle di vetro e pietra.

2.Nessuna ricerca ulteriore è stata condotta fino al 1994, quando Eiji Nitta, della Kagoshima University, iniziò a mappare il Sito 1, ipotizzando che le sepolture nei pressi delle giare fossero contemporanee ai vasi di pietra, e che lo scopo delle giare fosse quello di monumenti simbolici a segnalare una sepoltura. Potrebbe inoltre essere valida anche l’ipotesi, che trova riscontro nelle moderne tradizioni del sud-est asiatico, di lasciare il cadavere a “macerare” in attesa della sepoltura definitiva, in modo da liberare lo spirito del defunto.

Sembra che la crematura venisse effettuata principalmente per individui adolescenti, come sostenne nel 2004-2005 Julie Van Den Bergh, archeologa dell’ UNESCO che si dedicò allo studio della Piana delle Giare.

Pare inoltre che le giare siano disposte lungo antiche rotte commerciali, in particolare sulla via del sale.

Ma cosa ne pensano i locali della Piana delle Giare? Secondo la tradizione e le leggende del Laos, la Piana era un tempo abitata da una civiltà di giganti. Le leggende parlano di un sovrano chiamato Khun Cheung che, dopo una gloriosa e sanguinosa battaglia contro il suo nemico, fece creare le giare per contenere enormi quantità di “lao lao”, il vino di riso locale.

Altra spiegazione che i locali danno delle giare è quella di raccogliere l’acqua piovana dei monsoni, in modo che i viaggiatori potessero trovare acqua nell’attraversare la regione, colpita da periodi di siccità stagionale. I commercianti sembra si riunissero attorno a queste giare durante la notte, e piazzassero delle perle come offerta agli dei, pregando che venisse la pioggia o di ritrovare oggetti smarriti.

Fino ad ora solo pochi siti sono stati aperti al pubblico, soprattutto per il pericolo rappresentato dalle UXO (unexploded bombs) lanciate durante la “Guerra Segreta” in Laos degli anni ’60. Un terzo delle bombe sganciate sul territorio sembra sia tutt’ora inesplosa, ed i visitatori vengono invitati a non lasciare il sentiero battuto per avvenurarsi lontano dai siti. Si calcola che i soli Stati Uniti eseguirono circa 580.000 missioni di bombardamento nel solo Laos durante la guerra, con una media di due tonnellate di esplosivo per ogni abitante.

Tags: , ,